Ci sono. Parcheggio, mi avvio titubante lungo la discesa che porta alla palestra CONI di Montereale. La struttura, chiusa da 15 anni, da due giorni è stata ribattezzata ALL’ANZACRESA (“all’improvviso”, in dialetto potentino) e occupata da due collettivi della città, che intendono in questo modo attirare l’attenzione della cittadinanza e delle amministrazioni su un luogo abbandonato ormai da troppo tempo, e di cui nessuno sembra interessarsi più. In mano ho una busta di carta con dentro un bicchiere pieno di caffè bollente, zucchero, palette, bicchierini. Sotto il porticato, chiedo informazioni. Sono tesa, emozionata. Perchè non so quale sarà l’accoglienza, in fondo sono una signora matura intrusa che si accinge ad entrare in un posto che so essere pieno di venti-trentenni massimo, e poi circolano strane leggende sugli occupanti: che siano gelosi della loro privacy, che siano sospettosi e non facciano entrare nessuno, che circolino droghe leggere e pesanti. Poi sono emozionata perchè non metto piede in questo posto dal 1981. L’ultima volta che ci sono stata, il linoleum del campo di basket era coperto da mucchi di vestiti. Di scarpe. Di scatoloni con derrate alimentari a lunga conservazione, pelati, tonno, le razioni dell’esercito. Di coperte di lana spessa e dura. Il CONI era centro di smistamento per gli aiuti per i terremotati. Noi andavamo lì a dare una mano, e finivamo a fare capriole sui mucchi di vestiti, divertendoci un sacco.
Mi indicano l’entrata, è nella palestra di sotto, si accede per una scalinata malmessa ma ripulita di fresco. Ancora peggio: in quella palestra facevo minibasket a 6 anni, eravamo i “pulcini”, avevamo una tutina gialla con la scritta INVICTA di lungo sul petto sinistro. Avevo fatto lì anche il primo corso di tennis, qualche anno dopo.
Entro. La palestra è stata ripulita, hanno sistemato divani ricavati da pallet con i cuscini, attaccato disegni ai muri, sistemato un tavolo con cibo e succhi di frutta. Ci sono sacchetti per la raccolta differenziata, cartelli che indicano che dentro è vietato fumare. Altro che droghe. La prima faccia che vedo è di una ragazza giovanissima, capelli rasta, un minuscolo piercing al labbro superiore. Le porgo la bustina, le dico “Ho portato un po’ di caffè” e quasi insacco la testa nelle
Fra una chiacchiera e l’altra si fa l’ora della assemblea giornaliera. Mi siedo insieme a loro, a terra (in verità ben due ragazzoni si alzano per farmi sedere sulle sedie dandomi del lei, e non so se essere commossa o intristita dalla buona educazione “verso gli anziani”). Mi guardo intorno. Siamo almeno una sessantina, ma a fine assemblea molti di più. Sono facce pulitissime, giovani, sono ragazzi curati e attenti, hanno occhi curiosi e
Quando me ne vado, ho una certezza e una speranza. La certezza è che quel posto è in buone mani, che non potrà mai stare peggio di come è stato negli ultimi 15 anni. La certezza è che questi ragazzi non sono un pericolo per nessuno, che hanno qualcosa da insegnarci, non fosse altro che il riscuotersi dall’apatia e dal “è sempre stato così”. Mi immagino quella porta chiusa, e il buio ripiombare sul linoleum, sui muri, sulle scritte “Spogliatoi” e penso che proverò, nel mio piccolo, a fare in modo che non accada. La speranza è che la luce accesa da questi ragazzi si diffonda, nel quartiere, nella città, dovunque ce ne sia bisogno. La speranza è che la città capisca il senso vero di questo gesto, e non si faccia avvelenare da parole d’ordine in questo caso senza senso, quali “sgombero coatto” o “diffusa illegalità”.
Resistete, ragazzi. Resistete.
Fatelo anche per “quelli grandi” che avevano dimenticato il sapore buono della ribellione gentile.