FRANCESCO DE FINO

 

La parola App è diventata ormai d’uso comune, grazie all’avvento di smartphone e tecnologie sempre più avanzate, che sfruttano questi semplici programmi – una App non è nient’altro che un programma visto in accezione più moderna  – per svolgere le più svariate funzioni in modo semplice ed intuitivo; basti pensare al massiccio utilizzo di applicazioni di messaggistica, social network, o più semplicemente mappe per avere indicazioni stradali.

Da qualche anno a questa parte, però, si è verificato un processo di demonizzazione compiuto dai media nei confronti delle App e del loro utilizzo smodato, atto a sottolineare quanto ci si stia allontanando dalla realtà a fronte di una virtuale che attira ogni giorno sempre più adepti.

Ma è davvero così? Certo, basta guardare i dati rilasciati dai maggiori partner tecnologici sui tempi di utilizzo delle più famose App per rendersi conto che si trascorre una gran parte del tempo interagendo con strumenti tecnologici, ma ciò che non si analizza a fondo è lo scopo di questo uso.

App per il monitoraggio della salute, divenute sempre più precise e specifiche, aiutano non solo le persone comuni a mantenere uno stile di vita appropriato, riducendo così rischi legati alla sedentarietà e allo stress, ma sono diventate anche uno strumento di valutazione di patologie più gravi, come ad esempio la Malattia di Parkinson.

Per non parlare, inoltre, delle molte App che aiutano persone affette da disabilità a spostarsi in città, indicando loro i punti di interesse proprio come succede ad ognuno di noi quando sfruttiamo  applicazioni per ricercare ristoranti, farmacie o monumenti da visitare, che molte volte utilizzano anche forme di realtà aumentata.

Fondamentale in questo processo di creazione di servizi attraverso le App sono i giovani imprenditori che, sfruttando la scia delle Startup, si mettono in gioco cercando di offrire nuovi servizi alla collettività in modo trasversale, coprendo ogni fascia d’età e di genere, stando al di fuori di ogni schema politico, che molte volte limita il processo creativo delle nuove menti.

Siamo quindi così sicuri che sia da condannare una vita fatta anche di app(arenze) a fronte di una realtà molte volte troppo ricca di barriere architettoniche e poco a misura d’uomo?

Sarebbe forse meglio concentrarsi su come istruire le persone ad utilizzare al meglio gli strumenti forniti dalla tecnologia, ma soprattutto non dimenticarsi che le applicazioni nascono proprio per migliorare la vita di ogni persona.