IDA LEONE

Mimma Romaniello ed io ci conosciamo da quando eravamo bambine, dal momento che abitavamo l’una di fronte all’altra nel vecchio rione Francioso. Scorribande in bici, ghiaccioli e sandali ad occhio di bue, Barbie e segreti. Ritrovarla a lavorare proprio con i bambini ed il teatro, dopo esserci perse di vista per molti anni, é stata una bella gradita sorpresa. Mi é cosí venuta voglia di capire meglio in cosa consista il suo lavoro.

D: Raccontami che tipo di lavoro hai fatto con i bambini, e in che rapporto era il tuo lavoro con il lavoro più “teatrale” (di messa in scena) fatto direttamente da Gommalacca Teatro.

R: I Kids sono stati invitati a dare forma a luoghi immaginari con i materiali artistici. Come in una zoomata, sono partiti dal disegno di uno spazio esteso per arrivare attraverso vari passaggi a spazi sempre più intimi e raccolti. Hanno lavorato inizialmente in gruppo, poi per piccoli gruppi, infine individualmente. Così è emerso quasi con urgenza il tema della cameretta, inteso come uno spazio tutto per sé, ripreso e sviluppato durante il lavoro di ricerca scenica.
Il mio lavoro con i Kids è stato impostato in modo non performatico. In accordo con Mimmo e Carlotta è stato fondamentale per me e per i Kids avere la libertà di ridefinire il percorso nel suo farsi: nessuno di noi sapeva dove saremmo approdati. Quando lavori così, sei costretto a chiederti continuamente cosa tenere e cosa lasciare andare, ma è una condizione indispensabile quando si lavora con i bambini per due motivi. Il primo è che loro sono in crescita quindi non si può pensare di fissarli in ruoli e compiti prestabiliti. Il secondo è che rispettarli vuol dire mettersi in ascolto ed accoglierli. Che è poi una grande occasione di crescita per noi operatori perché rimette sempre tutto in gioco e costringe noi a rimetterci in gioco.

D: Che sorprese riservano i bambini?

R: Lavorando con i bambini mi sono resa conto che hanno codici etici diversi da quelli di noi adulti. Ne’ migliori, ne’ peggiori, solo diversi. Per esempio, le ragioni che portano i bambini a rispettare qualcuno sono un indicatore importante: non è quello che ha il ruolo ufficiale di capo ad essere stimato ma quello che dice una cosa e poi la fa. Se poi la fa bene, ancora meglio. Così è tra di loro, così è nei confronti degli adulti. E poi non ci si può sbagliare: un bambino da segnali chiari se il suo è rispetto o semplice timore o piaggeria.

D: Quale posto occupa e quale posto invece dovrebbe occupare nella formazione di un individuo il teatro, l’educazione teatrale?

R: L’esperienza teatrale è ancora vissuta come una opportunità per pochi, qualcosa che non tutti possono affrontare e sostenere. In altri campi molte persone accettano di mettersi in gioco, come nello sport, per esempio. La maggior parte delle persone invece percepisce il teatro come qualcosa di distante dalla propria vita. Credo che il timore sia quello dell’inadeguatezza, sia come spettatori, sia come potenziali attori. Nell’immaginario collettivo il teatro è ancora il luogo destinato ad una elite culturale che esclude e che usa la cultura per discriminare. Applausi ed abiti eleganti, da una parte, attori e registi con vite bohemienne dall’altra. Il resto del mondo è fuori. C’è ancora molto lavoro da fare affinché questa immagine del teatro sia sostituita da quella più vera di un luogo che non è il luogo fisico dove si va in scena ma uno spazio di ricerca e di possibilità aperto a tutti. Nel mio caso, il percorso teatrale con Gommalacca Teatro è stato decisivo nel mettere a fuoco aspetti di me ancora inesplorati, l’importanza del lavoro di squadra, il senso di responsabilità nell’accettare un ruolo e nel farsene carico fino in fondo. Qualcosa che tutti dovrebbero poter sperimentare. Per farlo non serve la Cultura con la C maiuscola. Servono però la voglia di giocare e di mettersi in gioco.

D: Cosa insegna ai bambini l’esperienza teatrale? Come li trasforma?

R: Ho chiesto ad uno dei Kids.Mi ha risposto che il teatro abbatte la timidezza, tempra il carattere, fa uscire dal guscio le persone. Per me c’è anche dell’altro. Che dei bambini comincino e portino a termine un impegno come quello che fare teatro comporta è un risultato importante. E poi imparano a fare i conti con tempi e spazi , imparano a gestire il proprio corpo e soprattutto ad accettare e rispettare confini.

D: Per la tua esperienza, come si pongono i genitori nei confronti della esperienza dei figli?

R: Io ho trovato fantastici questi genitori. Incontrarli all’uscita con un atteggiamento di apertura e con tanto rispetto per noi operatori e per i loro bambini. Vederli a teatro emozionati e pronti a “ mollare” riconoscendo l’importanza del momento e l’impegno dei giovani attori mi ha dato la sensazione che non siamo poi così lontani dalla possibilità di pensarci tutti insieme comunità educante.