by ANTONIO BAVUSI
Il parco nazionale del Pollino, istituito con Decreto del Presidente della Repubblica 15 Novembre 1993, si appresta a compiere il 23esimo anno di vita. Il parco nazionale dell’Appennino Lucano, istituito 14 anni più tardi, con DPR 8 Dicembre 2007, è prossimo al traguardo del decimo anno. I due parchi nazionali comprendono oltre 260mila ettari di territori montani, situati lungo la dorsale dell’Appennino centro meridionale, con 53 Comuni Lucani inclusi nelle due aree protette nazionali ed un ambiente naturale costituito da boschi, sorgenti e corsi d’acqua.
I parchi nazionali lucani sono entrambi figli dei principi ispiratori della legge quadro in materia di aree protette (la n. 394/1991). Avrebbero dovuto attuare gli articoli 9 e 32 della Costituzione, ovvero “garantire e promuovere, in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese, ovvero le formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche e biologiche, o gruppi di esse, che hanno rilevante valore naturalistico e ambientale” (art.9), valorizzandone e sviluppando attività coerenti con la conservazione dei valori di questo patrimonio della Nazione.
A compimento della vita decennale, i due parchi sono diventati invece “ostaggi” degli interessi più disparati che mirano allo sfruttamento commerciale del patrimonio naturale ed energetico ponendo problematiche di compatibilità tra interessi inconciliabili: lo sfruttamento del legno e il petrolio, con il business della biomassa ricavata dai boschi nel parco del Pollino bruciata presso la centrale elettrica Enel del Mercure (oltre 400.000 tonnellate/anno di biomassa necessaria) e l’estrazione di oltre 90mila barili di greggio ed oltre 1,6 milioni di Sm3 di gas al giorno estratti dai 27 pozzi produttivi Eni- Shell in Val d’Agri, di cui 16 ricadenti nel perimetro del parco nazionale dell’Appenino Lucano.
A questo quadro caratterizzato da forti interessi economici multinazionali si contrappone una debole “governance” attuata da organi gestori dei parchi, incapaci di attuare la salvaguardia di un territorio dai fragili equilibri, invaso da “elefanti energetici entrati in una cristalleria”. Questi ultimi condizionano addirittura le scelte degli Enti Parco, al punto che nel Piano del Parco del Pollino è stata declassificata a “sottozona D4” l’area dove è ubicata la centrale del Mercure e per la redazione del Piano del Parco dell’Appenino Lucano viene incaricata la stessa società di progettazione del centro olio di Corleto Perticara gestito dalla Total-Shell_Mitsuji.
Alla luce di queste contraddizioni fa un certo effetto leggere e riflettere oggi sull’articolo 32 della Costituzione italiana inserito nella legge quadro sui parchi e le aree protette (art.1, L.394/1991) allorquando recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Cosa centra l’articolo 32 della Costituzione inserito nella legge n.394/91 in materia di aree protette e con i parchi del Pollino e dell’Appennino Lucano? E’ un errore o una svista del legislatore?
E’ del tutto evidente che la Salute è strettamente ed inscindibilmente connessa, nella legge sui parchi, alla salvaguardia dell’ambiente e del territorio. La gestione dei parchi nazionali, in sostanza, rappresenta lo strumento per salvaguardare il patrimonio naturale attribuendo non solo uno scopo culturale ed economico, che non è poco, ma soprattutto la capacità di conservare il benessere individuale e soprattutto la salute umana, unitamente alla tutela delle biocenosi tra regni animale, vegetale e minerale. E’ quanto impone la Carta Costituzionale italiana purtroppo disattesa, con i due parchi nazionali in Basilicata destinati al declino.