francesca iacovino

Squilla il telefono. Nella luce timida del mattino a tentoni allungo la mano per cercarlo. Dalla persiana filtrano i primi raggi di una giornata che senza dubbio sarà piena, piena è un aggettivo che adoro, è il vuoto che mi intristisce, decisamente.

Lo afferro, Maria, rispondo. Maria è una amica di vecchia data di quelle che senti una tantum ma sai che c’è, di lei mi è sempre piaciuto il suo animo buono e la sua gioiosità, la sua perenne ingenuità. Scenderebbe da Firenze per il ponte del 2 Giugno e vorrebbe venire a trovarci in Basilicata, si autoinvita come sempre, sapendo di poterlo fare, la adoro. Riattacco. Mi distendo pigramente nelle lenzuola fresche, volendo godere di un dormiveglia che mi aiuta ad ordinare i pensieri, anche le pieghe più intime nel silenzio della mia camera si distendono, tante le cose che vorrei fare, delle volte penso che una vita forse non mi basterà. Ma a me piace cosi. Piena.

Mi tiro giù dal letto, do un bacio al mio piccoletto e decido di portarla a Maratea, le piacerà, i profumi di Maratea sono unforgettable, i profumi della macchia mediterranea si mescolano all’aria salmastra, la discrezione dell’accoglienza marateota, a tratti insicura, ha un non so che di elegante.

E il mare, cristallino, una distesa di onde blu che si perdono fino all’orizzonte, le pietre e gli scogli disseminati nel mare, come gocce di colore cadute sulla tela a caso, come a caso è bella.

In fondo la bellezza è una casualità, Maratea è ribelle, adulatrice, silenziosa eppure ammaliatrice non si può rimanere indifferenti. Respiro. Mi sembra di respirarla l’aria del mare, di sentire il calore del sole sulla pelle. Bene.

Un paio di giorni a Maratea, poi? Potrei portarla a Matera. Per i vicoletti e i gradini di Matera ci ho passeggiato tante volte, ma Matera si apprezza con il tempo, è una bellezza ricercata, sottile, matura.

Penso di essermene innamorata in una freddissima sera invernale quando assorta nei miei pensieri mi sono ritrovata di fronte, come se qualcuno avesse acceso le luci di un palcoscenico, una distesa di casupole adagiate una sull’altra, color di tufo, pietre su pietre, eppure calde accoglienti, addolcite da mille lampioni, penso di essermi emozionata poche volte cosi. Un mare di case, un mare di vite, di storie, intessute l’una all’altra come maglie di tela, antica, sapiente, salda alle radici, altera e dignitosa. Un groviglio, un ventre di mille volti, mille camini, mille scalini. Quanti fanciulli avranno corso, quanti occhi si saranno incrociati, quanti profumi e borbotii di pentole avranno appagato e rincuorato.

La porterò a Matera. La mia terra è fatta di estremi, di mondi lontani eppure unanimi, devo organizzare il tutto. Mi giunge il pianto del mio piccino, lo stringo a me, il suo odore mi fa impazzire, è tondo, morbido, mi dà pace.

Vorrei fare il percorso in autobus, sarebbe un’occasione per percorrere prati, per farle conoscere le bellezze di questa terra dimenticata, da Maratea si potrebbe passare per Craco, paese abbandonato dove il vento fa da padrone, abita i luoghi ormai desolati, percorre stanze e porticati che non sono più. Accendo il pc, cerco un collegamento, un autobus in primis, nulla, un treno, nulla. Nulla che possa connettere luoghi germani di una stessa terra, nulla. Chiudo il pc, spento. La mia vecchia ypsilon dovrà fare da padrona. Esco, a piedi, ho sempre odiato guidare.

Francesca Iacovino