NINO CARELLA

Sono uscite da poche settimane le statistiche del Ministero della Cultura sulle presenze nei principali luoghi della cultura del Belpaese. E in attesa delle cifre ufficiali dell’APT sulle presenze turistiche in Basilicata nel 2016 (e io davvero ancora non mi capacito come sia possibile che bisogna attendere un anno per avere un report da un ufficio tanto mastodontico, senza aggiornamenti perlomeno trimestrali, dato che la struttura esiste, le competenze sono a libro paga, gli strumenti ci sono), qualche riflessione si può forse già fare.

Il Ministero comunica che le presenze in Italia aumentano costantemente da 4 anni, in controtendenza con il resto d’Europa che invece soffre. E ci fa molto piacere, pur considerando che l’Italia è notoriamente il Paese con maggiore ricchezza culturale al mondo, finora messa malamente a valore in termini di usufruibilità.

Però, quel che dovrebbe colpire maggiormente noi lucani è il dato campano: ben 8 milioni di visitatori nel 2016 si sono distribuiti tra Scavi di Pompei, Paestum, Reggia di Caserta, e tutti gli attrattori culturali. Otto milioni. Un enorme flusso di viaggiatori, tutti in target rispetto a quello che la Basilicata (Matera in testa) brama(va?) di offrire, ogni anno ci sfiora, passando a pochi chilometri dai confini regionali e ad appena 200 dalla Capitale Europea della Cultura.

Ora, è chiaro che si parla di biglietti e non di presenze, e che un singolo turista può visitare più siti nel corso della sua visita. Ma rimane comunque un dato impressionante, rispetto ai numeri della piccola Basilicata. E allora, cosa stiamo facendo per intercettare questo enorme bacino d’utenza? Gli stessi dati del Mibact dicono che in Basilicata le presenze nei Musei regionali arretrano rispetto al 2015, seppure di poco. A tre anni da Matera-Basilicata 2019, non è certo un buon segno. E non è forse un caso che se ne sia parlato così poco.

Sembriamo infatti del tutto immuni al fatto che il turismo culturale al Sud è in decisa crescita. Sembra che in molti, e forse anche noi stessi, cominciano ad accorgersi che l’Italia non è solo Venezia-Firenze-Roma-Napoli, ma che c’è un Sud che pulsa, in cui la cultura si fa luogo della memoria, si fa gastronomia, si fa colline gialle di grano e mare azzurro.

Eppure Matera, l’attrazione di gran lunga principale di tutta la regione, ha fatto registrare nel 2015 “appena” 353.000 presenze, pur raddoppiandole di netto in appena 3 anni; su questo trend, è noto, in tanti si sono buttati nel business della ricettività o della ristorazione. E non si può biasimarci, considerando quanto Matera e la Basilicata hanno da offrire, e quanta strada ancora da fare ci potrebbe essere. Si chiama mercato potenziale: ma per cogliere le opportunità che ci sono già intorno, occorre che si investa di più: occorrono infrastrutture veloci, occorre promozione on-site (è invece diventato leggendario il racconto della pubblicità della Basilicata all’aeroporto di Shanghai, più volte ripreso da Matteo Renzi come esempio di miopia e sperpero di risorse pubbliche), occorre fare rete.

Un piccolo punto su questa strada lo ha segnato l’arrivo di ben due frecciarossa in terra lucana. Per il resto, abbiamo invece sentito spesso di polemiche tra il Presidente della Basilicata Pittella e quello della Puglia Emiliano, o tra quest’ultimo e il sindaco di Matera De Ruggieri. Dall’altra parte i rapporti con la Campania sono a dir poco impalpabili.

Si ha quindi l’impressione di una politica gradassa, di pancia, e del tutto fuori luogo, che si fa grande per il solo fatto di possedere quattro pozzi di petrolio e un pugno di turisti temerari che si avventurano tra le mulattiere lucane per l’ebrezza di un’avvincente “bella scoperta”. Quando, invece, almeno dal lato del turismo, avremmo tutto da guadagnare da una strategia sinergica, da intenti comuni, perchè la Basilicata diventi davvero ponte tra le bellezze campane e quelle pugliesi, o perchè sia deviazione quasi obbligata lungo la direttrice Roma-Sicilia.

Per fare questo occorre però un’altra politica. Gli imprenditori possono investire fino a un certo punto: ristrutturando un immobile, rilevando un’attività, mettendo il proprio sapere e la propria passione in quello che fanno ogni giorno. I gestori dei siti culturali, oltre che rendere attraenti e aperte le strutture che gestiscono, di più non possono fare.

Per tutto il resto serve una guida illuminata, che sappia vedere al di là del proprio naso e del proprio interesse contingente, e che capisca che già solo volendo, quello che abbiamo in mano oggi, non è altro che una briciola di quello che potremmo – e dovremmo, davvero – ottenere domani.

Una guida illuminata. 

Ne abbiamo?

IN COPERTINA, LATRONICO: FOTO DI PIO TRAVAGLIO