a cura di Mario Santoro
Capita qualche volta di rileggere poesie di un autore, magari dopo un mannello di anni, e di tornare a ri-scoprirle, sperimentando emozioni sopite e ponendo domande sul senso dell’esistenza e sul “male di vivere”, particolarmente caro a tutto il Novecento. E capita pure di sentire il bisogno di condividere sensazioni ed emozioni con gli altri e di fare in modo che il tempo non sia foriero di oblio. Di qui la riprosizione di appunti scritti appena dopo la lettura dell’autore Beppe Salvia. Poesia non facile, anzi assai impegnativa e tutta da decifrare quella di Beppe Salvia la cui breve vita promana profonde e particolari suggestioni come quella di altri più noti autori. Basti pensare alla lontana Isabella Morra al più vicino e ugualmente conterraneo Rocco Scotellaro o ai più noti Guido Gozzano e Cesare Pavese. Per costoro non sempre è facile disgiungere i condizionamenti biografici dalle espressioni poetiche; del resto è sempre vero che dietro e dentro una silloge di versi s’è sempre un uomo, come sostengono in molti. Ciò vale, dunque, anche per il nostro, nato nel 1954 e morto suicida, per ragioni che non importa neppure conoscere, durante la Pasqua del 1985. Queste precisazioni aiutano forse anche a comprendere certi lati ermetici se non propriamente oscuri di taluni versi che forse l’autore col tempo, se ne avesse avuto a disposizione, avrebbe reso decifrabili. Siamo dinanzi a un poetare che sovente si ammanta di dissimulazione, non di maniera, in un contesto che tende al complicato, al sottile, al riferimento multiplo, all’intreccio dei fili con tramature che ora si fanno fitte e quasi intricate, ora tendono a dipanarsi sia pure momentaneamente. In situazione siffatta non mancano, anzi risultano bene evidenti, elementi di contrastività e respiri pausativi con momenti per la riflessione e per la meditazione nei rimandi spazio-temporali, nelle sospensioni dell’anima, nei tumulti che il groviglio delle emozioni producono con ammassi di sensazioni non scomponibili e resi al meglio dal linguaggio che ora si fa arioso, meditativo, pensoso su linee di percorso ben tracciate, ora tende al disincanto, ora, ìnvece si fa problematico, tanto sul piano contenutistico, quanto dell’incastro della parola. E proprio questa si presta bene al gioco della versificazione robusta e sostenuta, disposta in maniera orizzontale, corposa anche quando tende ad una qualche indicazione di leggerezza se non anche di vezzosità, oppure quando sembra richiamare un che di crepuscolariano nell’ironia delicata, quasi impalpabile e da cogliersi, nella sua levità, con intelligenza. Basta pensare ai versi che seguono:
“Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri 
infranti, il legno fradicio”
Risulta chiaro un certo occhieggiamento al gusto, un po’ dissacratorio, per il brutto –o alle scelte assurde che ricordano Gozzano, quello de “La signorina Felicita” – e per le ‘buone cose di pessimo gusto’, che funge da premessa opportuna per nuovi contrasti:
“ …Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città” 
prima di cedere, con convinzione e certezza, alla delicatezza dolce e tentatrice nell’affermazione autentica:
“Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna”.
Siamo già immersi nel mondo poetico di Beppe Salvia, ma procediamo con ordine dalla prima poesia breve, senza titolo come tutte le altre, quasi a non voler correre il rischio di costringere la vena poetica e come a voler lasciare libero il flusso dei pensieri con richiami e rimandi, con ritorni e allontanamenti, e con certi andamenti segmentati e scanditi, modulati e dolci nella formula del monologo interiore reso, tuttavia, con voce piana ma udibile distintamente, nelle significanze che lo confermano tra implicite monotonie, distrazioni obbligate e naturali, sentimenti esangui, rive lontane, elementi di concretezza, assopimenti e risvegli.
Poesia niente affatto facile al di là di certe apparenze e di richiami consueti e quotidiani: 
“Ma di questo assai sereno annoiarsi
quanto si garba l’animo mio, quale
distratto, in questi giorni così arsi,
è e conviene; pure se quest’ale
prendo e mi volo per i riarsi
sentimenti esangui, esposti alle
mature stille di frutti tersi
che l’onda nella sabbia arsa da le
lontan rive spande, pure, sento
contarsi un fremito…”
Il clima di riferimento è chiaramente comprensibile e l’atmosfera è, per così dire, piuttosto greve designando – o semplicemente alludendo – una serenità sonnacchiosa e monotona, che grava sull’anima del poeta, generando una sorta di abbandono senza godimento, una disposizione alla meditazione, alla malinconia – quasi la melancolia del lontano passato, intrisa di vaghezze, stupori e di accidia o di sonnolenza- ma anche alla tristezza, al grigiore dell’esistenza che non sembra offrire sussulti di sorta. 
Tutto questo va indicato come dato che emerge dai versi e che non necessariamente costituisce la premessa dell’atto finale dell’autore. Scrive in proposito Andrea Zanzotto: “Di Beppe Salvia bisogna dire che purtroppo ha scelto, scelto è una parola sciocca, si è tolto la vita insomma, a 31 anni. E’ stato un grande dolore per tutti quando si è saputo che era scomparso. In questo libricino viene data la sintesi della poesia di Beppe Salvia che si è fatto subito notare per la una straordinaria limpidezza dello spalancarsi di una potenza e di un’unità lirica. Tutto resta preso come in un abbraccio di una sconcertante luce che da una parte sorregge e dall’altra però crea un inquietante sfondo di allontanamento” Altrove egli aggiunge:
“Ma la parte realmente preponderante, che è quella con una forte tensione tragica, viene data in componimenti più lunghi, che spesso hanno la caratteristica di sonetti o pseudo sonetti, e poi hanno delle variazioni numerose intorno agli stessi temi:
‘La mia cultura è poco e la mente fioca
non ho conosciuto regole e leggi e nessuno
dell’ordine dell’universo mi ha insegnato
ad amare la sua natura grande
e umile. Ho offeso con la mia stupidità
la legge della vita, l’infinita innocenza
della sua crudeltà. Adesso ho un cuore
nobile ma la mia carne è pietra’”.
E il cuore cui allude il poeta, e che sembra sovrastare ogni sensazione di limite per la mancanza di cultura profonda, finisce per fungere da filo conduttore finanche nella titolazione del volume pubblicato postumo e tuttavia è da accogliersi con il senso della provocazione dal momento che tutta la poesia di Beppe Salvia evidenzia una sorta di contrasto intimo tra le lacerazioni che all’esterno si leggono come profonde e quasi insanabili e la volontà, a tratti evidente, di ritornare ai sentimenti, di recuperarli, di riprenderli per dare una significazione all’esistenza. A guardar bene non mancano nel volume versi che suonano come liberatori. Basta spulciare qua e là:
“Pia ride
con bocca chiusa e ricci,
dondola il cestino degli spaghi,
si fan crespi gli occhi
gli angoli della bocca”,
o ancora altrove, come annota anche Zanzotto:
“Viva le lunghe ore della scuola
il bianco celeste come il cielo
serviva a non guardare la lavagna.
Viva le povere ore di malinconia
viva quel tuo mugugno
viva la veste bianca e le bugie
viva la deserta tutta
fiocchi bioccoli
lanugine di giugno”.
In altre poesie viene meno il tragico e resta piuttosto una condizione di problematicità che non esclude il possibilismo. E così se la certezza è assente, la speranza ammicca, se si vuole da lontano, e si propone come indicazione minima, sia pure forse remota:
“I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
E’ primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada.”
Insomma subentra nell’autore una specie di quiete e di calma che rimanda a certi momenti di stasi di Cesare Pavese, e, altre rade volte, sembra addirittura realizzarsi una condizione di appagamento anche se al fondo sempre compare una sorta di ansia che spinge a ricercare e a scavare continuamente. E cosi se egli dichiara con convinzione:
“M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire”,
lasciando intendere che forse è riuscito a trovare una linea di compromesso se non addirittura di mediazione, quasi una sorta di mestiere per sopravvivere, ma immediatamente dopo non può fare a meno di dichiarare – si tratta di una liberazione e quasi di un urlo – apertamente:
“… Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine”.
Il bisogno di rituffarsi nel passato appare abbastanza autentico e genuino oltre che forte e richiama, per strane connessioni e se si vuole con un minimo di forzatura, il grido nostalgico di Guido Gozzano: “Rinasco, rinasco del milleottocntocinquanta”. Ma il passato di Beppe Salvia ha radicamenti forti nella sua infanzia-fanciullezza quando tutto gli sembrava facile e possibile:
m’immaginavo mondi tutti assai
più lievi e volatili di questo mio
e vaneggiavo di nascoste verità
e cieli quieti di pensieri chiari…”.
Spiragli compaiono anche altrove con il richiamo alla primavera coi suoi dolci colori e i suoi profumi:
“E’ quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori”.
Il richiamo al contrasto vicino-lontano o, al contrario, lontano-vicino, è sempre presente, quasi un bisogno insopprimibile, così come sovente il terrazzo funge da elemento di congiunzione tra il dentro e il fuori e la tela, sulla quale l’autore dipinge, è una sorta di accettabile riproprosizione della realtà, altrimenti forse impossibile da cogliersi. E se egli ricorre ad alcuni elementi capaci di profumi intensi come la salvia, la menta e il basilico, nel rimando orecchiabile all’odore “d’aglio e di cedrina” di Gozzano, i colori che prevalgono sono il verde delle piante, il rosso del tramonto e soprattutto il bianco del nulla, quel bianco che, sempre sul filo imperfetto dell’equilibrio, rimanda a Dino Campana, quello de “L’invetriata”.
E si può notare, ripercorrendo la poesia la concretezza del primo elemento (il terrazzo), il richiamo sfumato e affidato all’olfatto e alla vista del secondo (piante di odori), la simbologia pronunciata del terzo ( le tele bianche), il quale ultimo, di rimando in rimando, ci lascia pensare ai “bianchi marinai” di Sandro Penna. E non è un caso che la pittura avvenga di sera:
“… Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita”.
C’è sempre, soprattutto nelle chiuse delle poesie, questo ritornello, pacato e rassegnato, della nullità dell’esistenza. E così altrove noi possiamo leggere:
“Questa è la nostra vita e nulla più”, 
oppure il poeta potrà dire:
“il deserto è folla d’errori”,
o ancora alluderà ad un
“piano nevoso e senza voci”,
prima ancora di consegnare la sua condizione di uomo solo ad
“un muro a secco,
ad una finestretta con scuri e senza
vetri menzogneri, là medicherò
l’animo mio in una contraddanza”.
La solitudine è elemento dominante nella breve vita di Beppe Salvia ed assume quasi toni ungarettiani e montaliani con punte di amarezza e di pentimento:
“e imparo da solo con stenti l’errore
d’esser solo”.
E questa condizione è anche più chiara ed esplicita nelle poche note in prosa nelle quali egli si dichiara disertore e afferma che la morte accompagna la vita ma al tempo stesso sostiene che la sua debolezza è quella di scrivere imparando il mestiere e l’arte di saper contraffare tutto:
“Mi sono provato a costringermi al vento di queste contrade. Tant’è, cosa perdo? Ho seguito i miei passi in malcelate strade. E conducevano al tempio. Tutte. Alla biblioteca imperiale. Dove non c’è pagina inutile. Ma, sono vestito coi cenci del guerriero ed ho attraversato la peste. Mi sarà difficile entrare. E poi che leggere più, che consultare quali garbugli dirimere? In un tonfo nelle acque fredde di Kades l’esercito è perito. Io, il disertore, ho potuto vedere, e vivere, quella sconfitta. Da allora io so che mi attende. Al capestro niente altro che un grido. E, per resto, mi paiono bianche le notti e buio da alba a tramonto. Si può vivere in una gabbia di tizzoni infuocati. Al limitare di neve e foresta. O sotto la neve, dentro la foresta. Si può tutto dimenticare, essere dimenticati. Si può spezzare negli occhi una fiala di acqua venefica, e che li bruci. Si può vivere ciechi…
Io scrivo di notte, mi suggerisco che scrivere. Io vivo in quei fogli davanti. Mi piacciono bianchi, mi piacciono scritti. Mi piace se canta Lydia Lunch o Vittoria Spivey. Non sono ordinato. Le mie righe lo sono. Dipinte le une alle altre. Perché è peccato sciupare una notte per non dire che il vero. Il mio mestiere l’ho appreso soltanto da me. Io distinguo due cose nel buio. Io penso, e posso, ordinatamente, contraffare tutto che mi circonda. Io ricordo, e d’ogni memoria niente mi è possibile mutare. Questo v’insegno: v’è arte e seppiatela usare; è possibile altrimenti sapere di sé, a tal modo affranti che il dolore ormai tutto comprendendo. Al cuore soltanto affidi la beffa sua più bella e più misera, dimenticare”.
Pure, in un quadro di tristezza e di mestizia, di fatica di vivere e di sforzo di sopportazione, in un’atmosfera, a volte grigia, a volte sopraffatta dalla monotonia, non mancano le luci, i chiarori, i colori anche accesi come “le corolle rosse e blu”, come “il rosso occhio del sole”, “la rossa coda d’un galletto”, il “celeste del cielo”, “il bianco della tela”, “il verde delle piante”, i colori dei fiori del mandorlo e del pesco, l’azzurro del mare come del cielo e non mancano immagini rasserenanti e belle nella loro delicatezza:
“ e le corolle dei fiori
e i fuochi e i fuchi
e i ronzi
e le verrucarie brune
sulle balaustre”.
Immagini e visioni d’altri tempi, sfumanti e sognanti, impalpabili e leggere, malinconiche e dolci, con le cimase e i rimandi che sanno d’antico e il ritorno costante alla”buone cose di pessimo gusto” di gozzaniana memoria. E ci piace chiudere con il senso di appagamento e di godimento nell’attimo che il poeta sa cogliere e che, forse, avrebbe reso diversa la sua vita senza l’accidente della morte anticipata:
“… Adesso
io amo questa nostra vita mite
e quei colori e quei versi, e tutta
infinita grandezza e la pazienza
del nulla attorno a queste sillabe”.
Dicevamo dell’accidente della morte, ma la vita è irta di accidenti e a ben considerarla solo accidentalmente riusciamo talvolt a a vivere. E anche questo ci pare un messaggio possibile da cogliere nella giovane poesia di Beppe Salvia, o tra le sue prolungate solitudini, talora desertiche, anche se opportunamente mascherate e tra le ricerche di elementi cui attaccarsi per continuare a sgomitolare, sia pure a fatica, l’esistenza nella quasi impossibilità di dipanare grovigli intricati e nel rifiuto della vita come pattume, come monotono andare senza ricercare nel proprio intimo il significato primo di coordinate pure possibili e qualche volta affiorabili. E ci pare di poter sperimentare, insieme con l’autore. quella “pazienza del nulla intorno alle sillabe che se non si presentano “storte” non possono nemmeno essere lineari per non tradire l’impianto argomentativo contenutistico, e il clima generale di riferimento.
Scheda bio-bibliografica
Beppe Salvia nasce a Potenza nell’ottobre del 1954 e muore a Roma, suicida, durante la Pasqua del 1985. Insieme ad altri artisti fonda la rivista “Braci” nel 1980 dove pubblica le sue opere più importanti. Altri testi sono presenti in varie riviste (Nuovi Argomenti, Prato Pagano). E’ uscito postumo: -“Cuore – cieli celesti” – Rotundo Editore – Roma – 1987