IDA LEONE

Notte alta, e sono sveglia.

Nella impossibilità di chattare con chicchessia (c’è un’ora della notte in cui davvero TUTTI dormono, o almeno fingono di farlo), apro Youtube, forse un po’ di musica mi rilasserà. Seleziono in automatico la mia playlist preferita, ma metto i brani in modalità shuffle, voglio essere sorpresa, almeno stanotte. Sistemo le cuffie, chiudo gli occhi. Una armonica strappa il silenzio a brandelli, prima che la voce roca e sensuale di Bruce Springsteen mi graffi le orecchie, prima di raggiungere onda dopo onda le pieghe nascoste in fondo allo stomaco, e rivoltarmelo.

Now all them things that seemed so important / Well mister they vanished right into the air / Now I just act like I don’t remember, / Mary acts like she don’t care

The river, una storia come tante, accaduta tante volte anche alle nostre latitudini. Due ragazzi giovanissimi che si scontrano con la vita, un figlio inatteso, il lavoro che non c’è, le illusioni e i sogni che svaniscono, restano solo amarezza e ricordi di un fiume ormai secco. Qualcuno ha detto che la grandezza di Springsteen sta proprio nel suo essere capace di raccontare la sua provincia, quella dove è nato, mettendoci dentro però storie universali, verosimili in qualunque altra provincia del mondo. Due ragazzi che si tuffavano nel fiume, i corpi “tan and wet” prima che la vita li sconfiggesse, ad esempio.

Well the night’s busting open / These two lanes will take us anywhere

Forse con un pizzico di fortuna in più quei due ragazzi avrebbero potuto scappare, prima di mettersi nei guai sposandosi così giovani. Thunder Road, la strada del tuono, e il tema della fuga sempre così presente nelle canzoni del Boss. L’ascensore sociale, anche negli USA, si è bloccato. Non potendo più aspirare a salire verso l’alto, ai protagonisti di Thunder Road non resta che prende l’auto e fuggire, non si sa bene verso dove, ma insieme. Non lasciarmi solo, dice il protagonista alla sua Mary, vieni via con me, non avere paura.
Anche perchè a rimanere a casa l’unica alternativa è la depressione, la vita che scorre uguale giorno dopo giorno, e tu pensi stia andando tutto bene, invece ti hanno già colpito in mezzo agli occhi, all’improvviso. Godetevi la strepitosa intro per piano di Roy Bittan di questa – per altri versi tristissima – canzone. La ascoltavo tornando a casa nelle notti di un’estate, chiedendomi “cos’altro serviva ancora, a me era bastata un’ora”, e soppesando e ripensando ogni parola, ogni gesto, ogni sospiro, completamente andata, e incapace di tornare.

La strada, la notte, l’estate, un desiderio irrealizzabile che bruciava come il fuoco, un desiderio intollerabile di contatto fisico, la fatica di fare finta di niente. Quanto tempo sprecato a farmi intossicare. Resistere non serve, serve scendere in fondo a sé stessi, per quanto faccia male. Dopo, forse, con le unghie, si può ricominciare a risalire. E a capire da quale tana di conigli si è riusciti a uscire.

Shelter line stretchin’ ’round the corner  / Welcome to the new world order / Families sleepin’ in their cars in the Southwest / No home no job no peace no rest

Fuggire non serve. Perchè anche la fuga verso un Ovest migliore può rivelarsi l’ennesima illusione. Si dice che una sera Springsteen facendo zapping in tv sia capitato sul film Furore, tratto dall’omonimo romanzo di J. Steinbeck, che racconta le disperate migrazioni verso la California di famiglia intere con le vite schiantate dalla Grande Depressione. E pare sia rimasto molto colpito dalla riflessione che la situazione non è poi così cambiata, anche l’America di oggi è attraversata in tutte le direzioni da disperati che cercano “a place to stand / or a decent job or a helpin’ hand” e il fantasma del vecchio Tom Joad, il protagonista di Furore, aleggia ancora su di loro.
La giustizia sociale, il grande tema springsteeniano, sempre cercata, mai raggiunta, sempre allontanata un passo più in là ogni volta che sembra di averla a portata di mano, come l’orizzonte in fondo alla strada di Thunder Road. I poliziotti bianchi che uccidono giovani neri (41 shots), gli amici morti nella inutile sanguinosa guerra del Vietnam (The wall), e in Iraq, e in Afghanistan (Devils and dust),  la lotta contro il pregiudizio verso chi è malato di AIDS (Streets of Philadelphia).

Sento il bisogno di dolcezza, di consolazione, di riappacificarmi insieme a Bruce con il mondo. Born to run è troppo dura, va bene quando vado a correre, come Cover me e No surrender. Smanetto un po’ e trovo quello che cercavo.

Now sometimes tomorrow comes soaked in treasure and blood / Here we stood the drought, now we’ll stand the flood / There’s a new world coming, I can see the light / I’m a Jack of all trades, we’ll be alright

“Non ti preoccupare, tesoro, sono un uomo che si arrangia, uno smanettone, andrà tutto bene. Siamo rimasti in piedi durante la siccità, resteremo in piedi anche ora che arriva la piena. C’è una luce, la vedo, andrà tutto bene”. Una ballata ipnotica, dolcissima, le onde arrivano tiepide una dopo l’altra come la risacca nelle notti d’estate, rilassano i muscoli, il collo si abbandona vinto sul cuscino, gli occhi mi si chiudono.
Finalmente, mi addormento.