di GIUSEPPE ROMANIELLO *

Saluto qui un maestro del pensiero contemporaneo, Zygmunt Bauman, scomparso ieri, all’età di 91 anni; rendo omaggio al teorico della società liquida, colui meglio è riuscito a leggere ed indagare l’attuale epoca storica, epoca in cui le forme sociali consolidate – le istituzioni, le strutture riconosciute, i modelli di comportamento – non riescono più, né nessuno più se lo aspetta, a conservare la loro forma.

La completa immersione dell’uomo moderno nella contemporaneità liquida è la lettura, di fatto, più consapevole, nonché la più sincera, sull’attuale condizione dell’umanità, lettura che si porta dietro l’ammissione, nemmeno troppo velata, dell’impossibilità, o forse dell’incapacità, di cambiare le cose. Una lettura, quella di Bauman, che non risolve, ma almeno rende intelligibile l’improvvisa incertezza che cresce nel mondo; una analisi ineccepibile, capace di rendere comprensibile il progressivo affermarsi della paura verso il futuro, un’affermazione che avviene a scapito della fiducia, collante che invece aveva ispirato gran parte del secondo Novecento.

Saluto Bauman con una delle sue metafore più belle, quella che più mi ha appassionato; in estrema sintesi, secondo il sociologo polacco, la condizione dell’umanità è sempre meno simile a quella di un giardiniere ed è sempre più identificabile con quella di un cacciatore.

In passato, l’atteggiamento premoderno nei confronti del mondo era simile a quello di un guardiacaccia, ossia di un uomo calato in un contesto di naturale equilibrio da non turbare, da non modificare; l’azione del guardiacaccia si limitava a non violare quella sorta di paradiso, di mondo perfetto – il migliore dei mondi possibili, avrebbe detto Leibniz -, mondo che gli era stato affidato, o che comunque egli si era trovato a vivere; questo perché le cose sono migliori, se non ci si mette mano. La figura più adatta, invece, per esprimere la condizione della modernità è quella del giardiniere, ossia dell’uomo che agisce nel mondo presupponendo che in esso, o meglio, nella parte di mondo a lui assegnata, non ci sarebbe alcun ordine se non ci fosse la sua azione costante; il giardiniere immagina la sua porzione di mondo, agisce con un progetto precostituito, persegue la sua visione di futuro, la realizza con costante determinazione, fino a farla diventare la ragione della sua vita. I giardinieri sono, a loro modo, dei fabbricanti di utopie, perché inseguono un’armonia ideale.

Di certo, Tommaso Moro, nel suo celebre romanzo “Utopia”, esprimeva il sogno rinascimentale di una società pacifica dove era la cultura a dominare e a regolare la vita degli uomini. Allo stesso tempo, Moro, con quel nome, alludeva contemporaneamente a due parole greche: eutopia, ossia “buon luogo” ed outopia, cioè “nessun luogo”; un mondo proteso verso l’utopia era un mondo indubbiamente ottimista, perché in grado di discernere il bene dal male, in grado di scegliere il modello di mondo preferibile, in grado di considerare la ragione quale strumento regolatore delle dinamiche del progresso.

Oggi, nostro malgrado, nell’era della postmodernità, con la morte delle utopie, va affermandosi sempre più la figura del cacciatore, ossia di colui che agisce senza mostrare il benché minimo interesse per l’equilibrio generale delle cose; l’unico compito del cacciatore è uccidere. Egli non è interessato alla sostenibilità della sua caccia, né si preoccupa del rischio di estinzione delle specie animali che caccia, men che meno la sua caccia è ispirata ad un reale bisogno, alla necessità di sfamarsi o all’istinto di sopravvivenza. L’azione del cacciatore postmoderno è esercizio di stile, pura ferocia o, forse, mera libidine, è manifestazione di potere attraverso l’esposizione dei trofei della caccia; paradossalmente, questa modalità di cacciare, di uccidere, è la ragione stessa dell’esistenza del cacciatore, pena il rischio di essere esclusi dalla caccia, o, peggio ancora, di retrocedere a selvaggina.

Ecco, trovo questa metafora di Bauman, la feroce immagine che meglio descrive la postmodernità nella quale siamo immersi; una sorta di inferno dei viventi. Ci sono due modi per non soffrirne e sono quelli che Italo Calvino fa pronunciare a Marco Polo in una splendida pagine delle “Città Invisibili”: accettare l’inferno e farne parte fino al punto di non vederlo più oppure “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Possiamo rifiutarci di essere cacciatori di nulla e, seppure orfani del paradiso, potremmo provare a riconoscere, difendere e valorizzare ciò che inferno non è; questa è, forse, la lezione di Bauman.

Giuseppe Romaniello è laureato in Economia e Commercio ed in Sassofono Jazz. E’ commissario straordinario di APOF-IL, dove ha svolto funzioni di dirigente generale; consigliere nazionale di AIF – Associazione Italiana Formatori. Componente della redazione di FOR – Rivista di tendenze, strumenti strategie della formazione in Italia. Autore di www.sixmemosinjazz.it. Jazzista, sassofonista della Basilicata Jazz Orchestra.