Il ritrovamento del memoriale dell’ex responsabile del Cova, nella sua casa in Piemonte, getta una luce inquietante sulla vicenda petrolifera in Basilicata e dà nuovo spunto all’inchiesta della Magistratura potentina sul traffico di rifiuti pericolosi, sulla perdita di petrolio dai serbatoi e sull’operazione di occultamento della verità che si sarebbe messa in atto. Ma soprattutto getta una luce sinistra sul volto dell’Eni, sul cinismo di una azienda, sulla cultura di dirigenti di alto livello che, anziché chiedere qualcosa a Milano, preferivano fare come le tre scimmie. Da qui il clima di angoscia e la tensione di un giovane dirigente che vuole fare il suo dovere e aspirava niente di meno che a parlare con “Milano” per spiegare la situazione. Allargare questo punto di indagine è secondo me essenziale per arrivare a capire che cosa è veramente successo nella gestione del petrolio in Basilicata. Possibile che i dirigenti dell’impianto lucano avessero paura di parlare con Milano di inconvenienti ritrovati nei processi produttivi e di emergenze riscontrate nello stoccaggio di petrolio? Mica poteva essere colpa loro se le forniture non erano all’altezza (i serbatoi) o se scavando sono usciti composti chimici pericolosi? Oppure c’era una consegna milanese di tirare in fretta quanto più petrolio c’era da tirare , succeda quel che succeda, per cui contravvenire a questa consegna significava mettersi da soli fuori gioco.? Da qualunque parte la si veda, la vicenda chiede chiarimenti inderogabili per non aggiungere vergogna a vergogna. Che la cosa arrivi al punto da costringere una persona per bene a suicidarsi ( se non si tratta di “altro” visto che sulle stesse questioni si sono aperti gialli altrettanto inquietanti ) vuol dire che in quel territorio è successo di tutto, si è usato il pugno di ferro di un potere forte e violento, si è fatto strame dell’interesse della collettività, della salute della gente e della tutela dell’ambiente. E la cosa più grave è che su tutto questo non c’è stato e non c’è un minimo di ripensamento, una mezza scusa, un impegno sussurato a cambiare comportamento: No!, si va al Tar ancora come verginelle in cerca di tutele , sapendo che dopo il tar arriva il Consiglio di stato e pian piano la questione si diluisce, si allenta, si dimentica. E se leggiamo questi anni passati con la lente con cui il giovane dirigente del Cova ce li fa vedere, allora dobbiamo ricavarne l’idea di connivenza, ubbidienze, sudditanze che hanno lasciato indisturbati questi manovratori, a fare quello che cazzo volevano in nome di un interesse generale che poi erano solo interessi particolari. E se questo scenario si è aperto, si è disvelato, vogliamo pure dire che tutto questo è avvenuto in questa legislatura?. Oppure vogliamo fare gli acrobati e tentare di acchiappare il Cane a sei zampe per la coda? Un pò difficile! Rocco Rosa
la foto di copertina e’ tratta dal post di domenico dragonetti
