Esco di casa verso le 15 per fare la quotidiana passeggiatina con il mio cane. Ma questa volta io e Casper siamo più felici di uscire: oggi c’è la neve. Non tantissima, ma sufficiente per fare i matti e rotolarsi un po’. Andiamo svelti verso il parco, quasi correndo, fregandocene delle macchine che ci affiancano perplesse. Ridere e correre velocemente è per caso qualcosa di strano? Arriviamo finalmente al parco con la speranza di incontrare qualche compagno a quattro zampe o qualche bambino instancabile, come spesso accade a quell’ora. Ma forse questa volta ci siamo illusi. Qualcuno però sembra esserci in lontananza. Avanziamo verso le figure lontane. C’è una bambina che modella il suo pupazzo di neve. Il padre, invece, sta seduto su una panchina intento ad utilizzare il suo telefono. Ogni tanto lei richiama l’attenzione del padre con una palla di neve, lui si scansa prontamente e poi le accenna un sorriso, riponendo nuovamente l’attenzione sul suo telefono. A quel punto, quella mia e di Casper ha smesso di essere una corsa felice ed è diventata una passeggiata un po’ delusa, un po’ triste. Continuiamo a camminare, mentre io ricordo di quando da bambina le scuole venivano chiuse per neve. Mia madre mi copriva talmente tanto che di me si vedevano soltanto gli occhi. Poi con mia sorella andavo a bussare a casa di tutti i bambini del palazzo e si giocava, e si rideva per ore. Quando non andavano a lavoro c’erano anche i genitori che ci fornivano di carote e bottoni e si complimentavano per i nostri imponenti pupazzi di neve, che senza il loro aiuto non sarebbero mai divenuti così alti. Salivamo a casa ad ora di pranzo, ma soltanto perché eravamo costretti a farlo. Mi toglievo i dopo sci prima di entrare, e prontamente correvo davanti lo specchio per cambiarmi ed asciugarmi: capelli e vestiti completamente bagnati, gote rosse rosse, pelle gelata. La febbre la scansi se sei felice, oppure la cacci via subito. Io l’ho sempre scansata, o me la son fatta venire quando si ritornava a scuola.
Avevo trascorso circa mezz’ora tra i miei soffici ricordi. Io e Casper decidiamo di incamminarci verso casa. Non appena arrivati, apro dopo qualche tentativo il cancello. Colpa dei guanti, che mi tengono al caldo ma mi rendono più impacciata. Entriamo nel giardino: “sai che c’è Casper? Facciamo un po’ i cretini!”. Gli tolgo velocemente il guinzaglio ed iniziamo a correre. Mia nonna ci sente e si affaccia alla finestra. Casper mi rincorre. Poi io rincorro lui con un enorme palla di neve pronta ad esplodere sul suo musetto. Ogni tanto scivolo a terra e, nella fretta di rialzarmi, riscivolo, come se già non fossi stata sufficientemente buffa. Mia nonna, al di là del vetro, ride fino alle lacrime. Probabilmente c’è qualcun altro ad assistere alla scena. Forse tra poco anche lui farà una passeggiata. Io ho le guance rosse rosse. Il mio pantalone è completamente inzuppato d’acqua. La neve è ovunque: dentro i miei scarponcini, sulla mia sciarpa di lana, tra i miei capelli che ho tentato di riparare nel giubbino. Casper non riesce a fermarsi, né a rallentare la sua corsa di gioia, e salta come un grillo per mangiare al volo la neve che già si scioglie sugli alberi.
Ed io in quel momento penso che anche la piccola felicità va conquistata e sudata (in questo caso letteralmente), e non è mai pigrizia, abitudine o normalità.
