BY ANTONIO NICASTRO

Da qualche anno cresce la sensibilità nei confronti del territorio, inteso come suolo che viene “consumato” in maniera insensata e senza che se ne ravvede una reale necessità ma che riguardano esclusivamente fini speculativi, molte associazioni ambientaliste, con in testa WWF, Legambiente e FAI, stanno lottando per fermare il fenomeno che ingrassa le casse degli speculatori ma che consegnerà alle generazioni future sempre meno territorio che serve a sfamare la popolazione mondiale in crescita esponenziale.

Il fenomeno interessa periferie sempre più estese, strade, maxi-parcheggi, capannoni, fabbricati che spesso non trovano utilizzazione, il cemento si sta mangiando l’Italia, al ritmo di oltre 10.000 ettari di territorio all’anno è come se ogni 4 mesi nascesse una città come Milano.

Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, nell’ultimo decennio in Italia sono state costruite circa 5 milioni di case, ma ce ne sono circa 5,5 milioni vuote solo nelle grandi città, molte di più nei piccoli paesi.

Ancor più drammatica la situazione raccontata da WWF e FAI (Fondo Ambiente Italiano) che hanno ricavato un dossier intitolato “ Terra rubata – Viaggio nell’Italia che scompare” i cui dati sono davvero allarmanti: su un campione di 11 regioni monitorate è stato calcolato un incremento del 350%  delle aree urbane negli ultimi 50 anni.

E’ denominato “Stop al consumo del territorio” il  sito internet  ed un movimento attivo dal 2005 a cui aderiscono un sacco di associazioni che hanno sottoscritto il Manifesto Nazionale Stop al Consumo del territorio e che si sta espandendo in tutta Italia, leader del movimento è Domenico Finiguerra, figlio di genitori lucani originari di Lavello, già sindaco del piccolo comune lombardo, Cassinetta di Lugagnano, diventato portabandiera dell’urbanistica a consumo zero di suolo.

In Basilicata, teoricamente, non dovremmo avere problemi di spazi, siamo in coda alla classifica relativa alla densità della popolazione con 59 abitanti per km quadrato (la Campania è la prima, con 429 abitanti per km2 ) ma bisogna fare delle meditazioni su che cosa sta diventando la nostra regione e, in tutti i casi, nei due capoluoghi è in atto una massiccia campagna di cementificazione selvaggia.

Una regione interessata da uno spaventoso spopolamento che i dati ISTAT non fotografano alla perfezione in quanto molti lucani che non vivono più in Basilicata mantengono nella terra di origine la residenza anagrafica. Nella stragrande maggioranza dei comuni lucani il fenomeno del consumo del territorio non esiste solo perché continuano a vivere nei nostri borghi poche persone e non c’è necessità di nuove costruzioni e, in virtù della spaventosa crisi economica, non si costruiscono fabbricati ad uso industriale, direzionale o commerciale.

Tutto il contrario di ciò che sta accadendo a Potenza ove è ancora in atto il più corposo sviluppo edilizio dopo la ricostruzione post bellica, anche se negli ultimi anni il fenomeno s’è ridimensionato, tutto ciò sta accadendo nel periodo meno propizio e che coincide con una spaventosa crisi che ha messo in ginocchio l’economia della città e che vede, cosa mai accaduta prima, un lento ma inesorabile decremento della popolazione. Una città che non offre occasione di lavoro ai suoi giovani che sono costretti ad emigrare, in pratica alla città di Potenza verrà a mancare quasi del tutto la generazione compresa fra i 20 e i 30 anni  e gli effetti di questa circostanza saranno devastanti, si valuteranno sull’economia cittadina fra una decina d’anni. Meno abitanti, meno famiglie, meno consumi, minor fabbisogno abitativo, l’equazione è questa.

A certificare i dati sul fenomeno ci pensa l’’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA) che nella pubblicazione sul “Consumo di suolo in Italia del 2015” fotografa una situazione inquietante, nella tabella che segue si evince che la Basilicata è interessata marginalmente al fenomeno essendo al secondo posto, dopo la Valle d’Aosta, nella classifica delle regioni con la percentuale più bassa di suolo consumato.

Fanno eccezione i due capoluoghi con Matera che è al di sotto della media nazionale e con Potenza che onora alla grande la definizione di “città-cemento” con una percentuale di 8,7 è ben di sopra della media nazionale e quasi quadrupla rispetto alla media regionale.

A Potenza sono nati, sicuramente senza pianificazione e senza programmazione, poli commerciali e direzionali, aree che si stanno ulteriormente sviluppando senza le necessarie infrastrutture di urbanizzazione primaria, sta accadendo in via del Gallitello, via Isca del Pioppo, via del Seminario Maggiore, viale del Basento e, come è avvenuto nel passato per le abitazioni, vige il principio di edificare molti metri cubi su pochi metri quadri. Permane una enorme contraddizione, nella città con un così alto indice di costruzioni dobbiamo fare i conti con quella vergogna chiamata Bucaletto dove continuano ad abitare in baracche fatiscenti circa 500 famiglie.

Nella città capoluogo di regione c’è poi da fare i conti con una singolare anomalia, non tutto il suolo comunale è sottoposto alle normative del Regolamento Urbanistico varato solo qualche anno fa, la parte più pregiata della città, quella pianeggiante che si sviluppa ai margini del fiume Basento , è una sorta di zona franca in quanto compresa nelle competenze del Consorzio ASI che, in teoria, si dovrebbe occupare di insediamenti industriali ma avendo l’intera area persa l’originaria vocazione industriale, s’è trasformata in un vasto territorio ove prosperano attività commerciali, artigianali e del terziario e dove l’indice di costruzione è avulso dal resto della città, in pratica a pianificare lo sviluppo urbanistico di una parte significativa della città non è il soggetto titolato, il Comune, ma un Consorzio che ha sicuramente obiettivi diversi da quelli indicati dal Regolamento Urbanistico della città.

Mentre si astiste a questo tumultuoso sviluppo edilizio una parte della città, non solo il Centro Storico, vive un mesto declino. Vanno via o chiudono le attività commerciali, molti uffici pubblici hanno chiuso la loro sede in città o hanno delocalizzato gli uffici nelle nuove zone di espansione, scompare del tutto il negozio di prossimità, i negozi a conduzione famigliare che per decenni sono stati l’ossatura economica della città.

In sostanza è in atto un fenomeno solo apparentemente bizzarro, si consuma territorio con nuove costruzioni, non tutte occupate, mentre c’è una enorme disponibilità di locali che non si riesce a vendere o ad affittare.

Con una città che tende a perdere abitanti, con la crisi asfissiante che non ci abbandona che bisogno c’è di continuare a disseminare il territorio di nuove costruzioni? L’edilizia, che è sempre stata il motore dell’economia cittadina, cambi strategia, il Comune metta in campo nuove strategie che favoriscano il riutilizzo del patrimonio edilizio esistente che potrà essere ristrutturato o rimodernato consentendo alle imprese edili di continuare a lavorare. Anche da noi bisogna dire stop al consumo del territorio.

In parlamento è in discussione un disegno di Legge contraddistinto dal numero 2039  denominato “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” che il 16 maggio scorso ha terminato un tormentato percorso alla Camera che lo ha approvato definitivamente ed ora sarà il Senato a doverlo esaminare ed approvare, non sono contente le associazioni che hanno sollecitato l’intervento dei legislatori per cui si spera che il Senato corregga le anomalie riscontrate.