racconto di

TERESA LETTIERI

Claudette era rannicchiata tra le gambe della sua mamma e, sebbene si sentisse protetta da qualsiasi cosa potesse succederle, aveva freddo. Era agosto, una notte di agosto buia e con un cielo bianco carico di pioggia che toglieva qualsiasi speranza. Il vento, ogni tanto, lambiva la barca sulla quale navigavano ormai da tante ore. Non sapeva da quanto tempo fossero in mare, si era svegliata tra le braccia di sua madre per un’onda che frantumandosi sul legno l’aveva bagnata completamente. Fatima l’aveva subito rassicurata, anche perché, qualche giorno prima, le aveva raccontato di un viaggio che avrebbero fatto di lì a breve, senza soffermarsi più di tanto sulla notizia. Da quel momento aveva visto solo un enorme sacco di juta, di quelli usati per raccogliere le granaglie, riempirsi velocemente con la loro roba, qualche pacco di biscotti racimolati tra i presidi della Croce Rossa e un paio di libri. Sua madre leggeva e tanto. E quei due libri, infilati quasi furtivamente in quel misero fardello, sembravano preziosi quanto l’ unico paio di sandali che indossava, ridotto ormai a poche stringhe, nonostante i numerosi rattoppi che, di sera, mentre andava a dormire, Fatima operava al tavolo di lavoro. La passione per la lettura l’aveva ereditata dalla madre Jarmila,  che leggeva di nascosto perché non era consentito ad una bambina di imparare a leggere e a scrivere. L’unica complice di Jarmila era la mamma che la incitava nel continuare e la copriva ogni volta che il padre, trovando un libro in giro, cominciava a sbraitare come se avessero bestemmiato il suo Dio. Ed era la madre che le portava i libri quando, a servizio da una nobile signora europea che trascorreva lunghi periodi in quella terra  perché moglie di un diplomatico, riusciva a recuperarli dal secchio dell’immondizia della villa. La signora l’aveva intuito dalla sacca che arrivava quasi vuota, per il piccolo ristoro che la donna portava con sé, e il goffo volume di cui si rimpinguava al termine delle pulizie in casa. Non aveva mai pensato che potesse sottrarre roba dall’abitazione, era troppo pulita per poterlo fare e le credenziali che le erano state riferite non potevano essere smentite dai modi semplici ma comunque onesti che la donna mostrava in casa, dal suo sorriso immancabile e dal garbo con cui trattava gli oggetti e la sua persona. Tuttavia, incuriosita e sospettosa del fatto che potesse aver trafugato solo roba da mangiare, un giorno al termine del suo orario di lavoro, le chiese spiegazioni sullo strano malloppo. Spiegazioni che senza alcuna parola a sua difesa, furono accompagnate solo dall’apertura del sacco, svuotato sul pavimento dell’ingresso posteriore della villa destinato alla servitù. Il silenzio e la sola lacrima scesa a rigare il viso della donna imbarazzò così tanto quella presenza così regale ma discreta che nessuno dei presenti, accorsi al rumore dei libri caduti a terra, riuscì a dire qualcosa. Dal quel giorno, la signora si premurò di regalare i libri alla cameriera ringraziandola di evitare il macero ad oggetti ai quali era legata ma che non poteva custodire senza che il marito ne facesse incetta per accantonarli in cantina e sostituirli con i suoi tomi di storia. Fatima aveva così potuto ereditare una enorme biblioteca, custodita come se fosse un sacro altare nascosto nel sottoscala della sua modesta abitazione, per proteggerlo dai commenti del padre che, non ostico alla lettura, tuttavia non gradiva che la figlia perdesse il tempo vicino quei fogli stampati di idiozie, a detta sua. Nel bagaglio, già precario, non potevano mancare e Claudette non ne fu meravigliata pur preferendo qualche biscotto in più. Quella posizione accartocciata cominciava a darle fastidio pur sapendo che la mamma voleva proteggerla dalle onde che sempre più di frequente si schiantavano sulla barca divenuta quasi un fuscello di legno in quella immensità senza luna. Sapeva anche che quello era l’unico posto dove stare senza essere schiacciati da quell’umanità che aveva trovato intorno a sé svegliandosi all’improvviso. Era evidente che Fatima l’avesse presa mentre dormiva per portarla all’imbarco perché non si era accorta di nulla visto che la sua casa era molto vicino alla spiaggia. C’erano altri bambini, ragazzini e tante donne, alcune delle quali in attesa. Mentre i più piccoli alternavano momenti di dormiveglia più o meno pacifici a crisi di pianto inconsolabile, i ragazzini erano tutti abbastanza irrequieti. Molti non avevano mai visto il mare e nei loro occhi si alternavano attimi di panico, ogni volta che il barcone sobbalzava sulle onde, misto a divertimento dopo che il natante usciva incolume come una balena inabissata dopo la caccia in cerca della superficie. Gli uomini non parevano più coraggiosi degli adolescenti e spesso, anche quelli più adulti, si abbandonavano alla paura di quella immensità gridando come donnette. Cercò gli occhi della madre sollevando il capo in cerca di ristoro da quella posizione maledetta ma trovò una figura completamente abbandonata al sonno, nonostante la situazione infelice, che si dondolava al rullìo delle onde. Ne distingueva solo i contorni, a stento, tanto era buio ma sentiva le sue mani calde che l’ avvolgevano senza mollarla per un attimo. Con delicatezza cercò di divincolarsi per avvicinarsi ad un bambino che la fissava ormai da tempo percependone al buio lo sguardo intenso, il fiato sottile desideroso di parola scandito da un ritmo pesante e fastidioso, quasi fosse quello di un vecchio malato. Cercò con le mani il suo viso piccolo e lo percorse per conoscerne i dettagli e rassicurarlo. All’improvviso si rese conto che dietro le sue carezze correvano lacrime dove la paura era percettibile come il profumo dei biscotti che sua nonna sfornava ogni venerdì dal forno della sua vicina. Si capiva guardando il movimento e l’attenzione delle persone intorno che il piccolo fosse completamente solo e che l’unica ad avvicinarsi dall’inizio del viaggio fosse stata Claudette. Quelle lacrime erano un ringraziamento a quella cura inattesa che nessun adulto aveva dedicato ad un bambino così piccolo imbarcato chissà da chi e per quale motivo. Si rese subito conto che la fame e i  vestiti bagnati non solo di acqua del mare erano due urgenze immediate, così trasse un pezzo di biscotto dalla tasca del suo giubbetto rosso che sapeva d’aver lasciato per gli uccellini  che ogni mattina si fermavano sul davanzale della sua cameretta non immaginando potesse servire per una occasione del genere. Era bagnato ma ciò non dissuase il bambino dall’afferrarlo quasi con violenza per portarselo alla bocca, mentre con gli occhi ne chiedeva dell’altro. Il sacco di juta sicuramente conteneva altra roba da mangiare ma Claudette non sapeva né dove fosse né come potesse raggiungerlo. Non ci fu il tempo di richiamare Fatima su quel tenero bambino solo ed impaurito, perché la barca fu sbalzata improvvisamente in una rocambolesca giravolta, come se quell’onda volesse finalmente chiudere la partita e dimostrare che poteva vincere in qualsiasi momento, bastava solo che lo decidesse, dopo aver abbondantemente giocato con quel legno traballante. Mentre le luci della riva sembravano più vicine di quanto si potesse credere, quasi a portata di mano, l’odore della morte era l’unica cosa che cominciava a crescere dopo quel terribile momento e solo chi era rimasto in vita riusciva a percepirne l’orrore nella speranza che non dovesse sentirlo più vicino. Fatima e Claudette erano distanti ma vive e si chiamavano talmente con forza per cercarsi che il rumore del mare pareva arrendersi di fronte a quelle urla di amore e disperazione. Claudette non si era accorta che la sua manina era avvinghiata a quella del bambino appena conosciuto e che aveva tirato con sé durante il balzo dall’imbarcazione. Si rese conto di stringerla esattamente con la stessa forza con la quale chiamava la madre, quasi fosse quella mano a dare ancora più vigore alle sue urla. Aveva paura di mollarla e di perderlo ma era necessario aggrapparsi a qualcosa per restare viva e vivi. Sapeva nuotare perché aveva imparato nel laghetto che d’estate frequentava con i suoi cugini nei lunghi pomeriggi estivi e assolati per rinfrancarsi dal caldo. Tra giunchi d’acqua e canne palustri il più grande dei ragazzi aveva insegnato a tutti come muoversi in acqua senza affondare per passare poi a delle lezioni vere e proprie, seguite attentamente dall’allegra comitiva. Certo, quello era poco più di uno specchio d’acqua e sembrava che nulla fosse così difficile ma in quel mare sconfinato tutto sembrava enormemente complicato. Non riusciva a capire da dove provenisse il richiamo della madre ma era l unica forza che sosteneva il suo esile corpicino al quale si ancorava quel piccolo fagotto in cerca di salvezza. Nell’oscurità fu sfiorata da un corpo duro, forse un pezzo della barca, al quale si aggrappò senza mollare con l’altra mano la zavorra quasi incatenata. Diventava sempre più pesante trascinare il bambino che nonostante tutto pareva rinfrancarla dalla stanchezza al pensiero di cercare la madre. Il richiamo di Fatima diventava sempre più flebile e lontano fino a che non rispose più. Non sapeva se si era allontanata  a causa della corrente marina o la sua voce era coperta dal rumore di motori che si avvicinavano sempre più a quel posto. Una luce improvvisa l’accecò e un omone con un giubbotto luccicante al buio della notte la sollevò come se fosse una sogliola appena pescata. Fu inevitabile mollare la manina del bambino ma cominciò a gridare come una forsennata indicando sotto di lei. Le luci della barca si diressero in direzione del mare e tra mille pagine sbiadite disseminate tutte intorno anche Alì fu recuperato. Claudette conobbe il suo nome da una lettera che i soccorritori, arrivati al centro di accoglienza, trovarono ormai illeggibile nella tasca del giubottino accuratamente chiusa. Riuscirono a leggere solo il nome del bambino e cercarono in quella bambina qualche informazione in più che potesse aiutarli. Lei seppe solo rispondere “è il mio fratellino”.