Marco Di Geronimo
Giuseppe Brescia ha presentato una proposta di legge elettorale. Il DDL Brescia è la bozza di partenza sulla quale la maggioranza troverà un’intesa (QUI il testo). Si tratta di un sistema proporzionale, temperato da un’alta soglia di sbarramento (il 5%). Vediamo nel concreto come funziona questa (ennesima) proposta di riforma delle elezioni parlamentari.
Anzitutto, sono abolite le coalizioni: ognuno corre per sé. Si tratta di una piccola rivoluzione: fin dal 1993 in Italia i partiti si presentano alle politiche sempre apparentati tra loro. La novità potrebbe sembrare di poco conto: in realtà ha un impatto considerevole. Sul piano politico, finisce l’era delle coalizioni pre-elettorali, destinate a sfasciarsi il giorno dopo delle elezioni. Si tratta di una verniciata di sobrietà e credibilità importante. Lo spettro politico finora ha dato dimostrazioni di scarso candore. E serviva una presa di posizione forte contro questi fenomeni di truffa elettorale.
Facciamo un esempio pratico (chi odia i numeri può saltare questo paragrafo). Immaginiamo che il Partito Democratico ottenga il 20,3% alle elezioni politiche, e il Movimento 5 Stelle guadagni il 15,2%. Su 400 deputati il PD otterrebbe 81 deputati (20,3 × 4 = 81,2) e il M5S otterrebbe 60 deputati (15,2 × 4 = 60,8). Se i due partiti corressero assieme, guadagnerebbero in totale 142 seggi, ovverosia 1 in più rispetto a questi calcoli (35,5 × 4 = 142). Il meccanismo può sembrare secondario: e invece è importantissimo! Alle elezioni del 2018 il PD fece presentare Civica Popolare e Insieme, due liste civetta, proprio per raccogliere qualche “spicciolo” con cui far fruttare i propri resti. In altre parole: le coalizioni incentivavano la frammentazione, e il potere dei piccoli capi-bastone (proprietari di pacchetti di voti liberamente concorrenziali).
Da questa spartizione sono esclusi i partiti che non raggiungono il 5%. Lo sbarramento si calcola sulla base del totale dei voti espressi ai partiti: non si contano né le schede bianche, né le nulle, ma solo i «voti validi». Ed è una soglia nazionale: cioè si conta sulla base dei risultati di tutta Italia (sia alla Camera sia al Senato, benché a Palazzo Madama la ripartizione dei seggi tra i partiti avvenga Regione per Regione anziché a Roma).
Spieghiamoci meglio (anche qui, chi è allergico ai numeri può saltare il paragrafo). Prima di ripartire i seggi su base nazionale, ogni circoscrizione della Camera (e ogni Regione del Senato) calcola i quozienti circoscrizionali che ogni partito è riuscito a far scattare. Questo calcolo assomiglia all’altro: ma segue il metodo del quoziente c.d. Imperiali (numero di voti nella circoscrizione ÷ [numero dei seggi della circoscrizione + 2]). Facciamo a capirci! La Basilicata elegge 4 deputati: se ci sono 300mila voti validi in Basilicata, bisognerà dividere 300mila per 6 (4+2). Il risultato (quoziente circoscrizionale) è 50mila. I voti lucani di ogni partito andranno divisi per 50mila: chi ottiene risultati interi (1, 2, 3…) ha “fatto il quoziente”. Tutti questi dati vengono inviati a Roma, e Roma controlla quali liste hanno fatto i quozienti senza superare il 5%. Tutte le liste che hanno fatto 3 quozienti o più, in due Regioni diverse, hanno diritto a quei seggi. Per esempio, se Azione (il Partito di Calenda) fa 4 quozienti (2 in Toscana e 2 in Lazio), Azione si terrà due deputati laziali e due deputati toscani. Questi deputati saranno sottratti dai calcoli validi per la ripartizione nazionale dei seggi (che abbiamo già visto). Il meccanismo è macchinoso, ma garantista.
Per quanto riguarda il Senato della Repubblica, il meccanismo è sostanzialmente identico, con qualche accorgimento per rispettare la «base regionale» che la Costituzione impone di mantenere per la sua elezione (art. 57 Cost.). La soglia di sbarramento viene calcolata su base nazionale, ma i seggi vengono ripartiti Regione per Regione; ogni circoscrizione del Senato corrisponde con la Regione; e infine, il diritto di tribuna garantisce il seggio a chi fa un quoziente in Regione.
