Mario Santoro

La poesia “A mio padre” di Franca Coppola rientra nella tematica degli affetti familiari e privilegia il verso narrativo, dialogante, conversativo, denotativo eppure ricco di suggestioni emotive e di inferenze, ricorrendo a un tono ora opportunamente modulato  e come attenuato, fin quasi al lieve sussurro e alla sospensione, ora pronto a caricarsi di tensione.

La modalità compositiva respinge, senza il ripudio totale, l’approccio di sintesi e di brevitas caro in generale alla poesia e tipico dell’ermetismo, per approdare a un racconto non di maniera ma poetico, delicato  e dolce, meditato e profondo, sentito fin nelle pieghe dell’anima, capace di aggrumare cascate di emozioni e al tempo stesso di scioglierle, delicatamente.

Si connota, a tratti, come confessione e aperta dichiarazione d’amore per la figura del padre che emerge e domina, pur in assenza di rimandi specifici, e sempre sul portato incredibile della tenerezza, della amabilità, della spiritualità.

Il tema paterno si colloca sulla scia di altri autori e ci consegna, per certi aspetti, un padre quasi  sbarbariano, sulla linea dell’amore a prescindere “se anche tu non fossi mio padre, se anche fossi a me un estraneo, per te stesso ugualmente t’amerei”. E qui non c’è bisogno della “scala di legno tolta in spalla”, né occorre “la prima viola sull’opposto muro”, ma, a guardar bene, neppure è necessario il richiamo al pastrano del padre della Merini, appeso al portaabiti a far conoscere i segreti dell’uomo, così come  non è indispensabile il giardino della Aleramo con padre  ancora “fra le aiuole” e nemmeno il berretto gallonato del padre ferroviere, nel ricordo un po’ serotino, se non anche tardivo, di Quasimodo; c’è qui un doppio incontro (ricordo-sogno) nella leggerezza pensosa della evocazione.

L’immagine, pensierosa, malinconica, autentica, della figura paterna, è affidata ad implicite significanze, o, come scrive in prefazione Enzo Mori, è consegnata alla “apparizione improvvisa e finalmente rasserenante di una presenza, di un affetto testardamente ritrovato  e inondato di luce’.

E io aggiungerei, non solo affetto ritrovato, ma forse mai perduto, seppure, quasi mai dichiaratamente espresso per pudore, timidezza e quasi una forma di delicata, dignitosa, inspiegabile vergogna.

Si tratta di figura dunque tenera, delicata, silenziosa che appaga e si appaga di uno sguardo e di un accennato sorriso, quasi che le parole, che tanto contano, siano  superflue e possano incrinare la voce e costringere al cedimento e al franamento; figura, dunque, lontana  dalla imponente dominanza del padre-padrone di tanta letteratura otto-novecentesca, dal prototipo del “padre assassino” di Saba, dall’immagine sicura e spavalda che ci offre Scotellaro: “Mio padre misurava il piede destro / vendeva le scarpe fatte da maestro / nelle fiere piene di polvere”; figura, in questo caso, che si può in qualche modo avvicinare, per l’umiltà che sprigiona, all’ “uomo  che torna solo / a tarda sera dalla vigna” di Sinisgalli, e un po’ anche al rimando montaliano del “sordo fremito” e finanche, se si vuole, a qualche richiamo nerudiano, zanzottiano, caproniano.

L’ultimo saluto da parte del padre vivo, nella quasi premonizione di ciò che irrimediabilmente accadrà, si lega alla rievocazione in sogno da parte dell’autrice che si connota come tacita pacificazione, come dissolvimento di nebbie, come allontanamento di ingiustificati dubbi, come sbocco liberatorio di un’oppresione oscura e grave sull’anima della poetessa, ma soprattutto come  chiaro riconoscimento del paritetico affetto e dell’amore senza cercare puntelli o tasselli, nella dichiarazione non detta, appena indicata o più propriamente allusa. 

In realtà la prima parte, più breve, funge quasi da preziosa introduzione al vero tema ed è apprezzabile la direttività, quasi esplosiva, che colpisce e sorprende il lettore : “Sei venuto una mattina”.

E trionfa immediatamente il senso della sorpresa, va senza dire  tanto gradita quanto inaspettata, con il velo di ansia e di trepidazione, quasi una sensazione di miracolo di luce e di fulgore, testimoniato dalla precisazione “una mattina”  che è mattina speciale, ossia prima parte del giorno e dunque foriera di positività, di speranza, di luminosità, di prospettive. La incredula gioia è resa al meglio dalle “spalle ancora più curve” dell’uomo, dal “respiro affannoso” e soprattutto dal tremito, leggero ma visibile, delle mani, per effetto dell’età certamente, ma forse anche per la trepidazione dell’incontro.

Non una esclamazione, non una parola, una frase di saluto, un gesto, nel tumulto del cuore e nel vortice delle sensazioni; solo un sorriso, magari appena accennato, con “l’abbraccio fragile/testardamente forte” a dissolvere, dopo l’attimo di stupore, il senso della paura.

Ed è sorriso, serbato  intatto nel cuore di Franca Coppola, riacceso tempo dopo, molto o poco che sia non importa, dal ritorno del padre nel sogno “Sei tornato una notte…” e ancora “Sei tornato all’improvviso. E questa volta l’abbraccio si carica di luce straordinaria e, per contrastività, avviene  “sulla soglia  d’un cielo nuovo”.

Incontro senza parole, ma decisamente liberatorio per la poetessa che può dare libero sfogo al vortice delle sensazioni e delle emozioni  che dal di dentro esplodono nell’iterato rimando al padre e nella triplicità quasi sacrale,  “teneramente amato”, “testardamente ritrovato”, “serenamente conosciuto”. E finalmente, ben oltre lo strappo, prima quasi da urlo munchiano ora definitivamente liberatorio, il miracolo: si relizza l’inversione situazionale nella quale la figlia resta sempre dono per il padre ma può, a sua volta, godere il genitore come dono per la vita: “Vortice luminoso di gioia scintillante / che ti ha portato  via / e ti  ha donato a me per sempre”. 

Già per sempre.