“Con Altri occhi”-Storie di migranti e migrazioni- Gianluca Ferri – Ed. O-R-M-E -Roma – gennaio 2024.
Uno straordinario libro da leggere, assolutamente.
Degno della massima attenzione, foriero di curiosità ed interesse, il corposo volume di Gianluca Ferri dal significativo titoli “Con altri occhi” accompagnato dalla chiara dicitura “Storie di migranti e di migratori”, coniuga egregiamente letteratura di qualità e carattere di scientificità sulla linea di congiunzione privilegiata, che si fa filo di Arianna, tra uomini e uccelli da vedere con occhi diversi. Il libro sorprende ad ogni passaggio non solo per la chiarezza delle dotte informazioni, delle utilissime chiarificazioni, delle precise puntualizzazioni, della ricchezza dei riferimenti e dei rimandi, ma anche per la limpidezza del linguaggio, scorrevole, correttissimo, robusto pur nella morbidezza del tono e accattivante nella forma e capace sempre di essere controllato dall’autore che rifugge da ridondanze e da tendenze autolesionistiche a lasciarsi andare, sicché la lettura risulta gradevolissima, sostanziosa, arricchente in ogni sua parte e soprattutto lineare. Pare quasi di trovarsi dinanzi a un fiume ricco di acqua che scivola via, senza il timore dell’esondazione e si ha sempre la sorprendente sensazione che in superficie trascini, senza farlo capovolgere, il delicato vaso della poesia di cui parla il poeta Porta; a tratti il flusso attenua la sua corsa e richiama nella mente il “giovane ruscello” novariano che scorre “agile e snello” verso la piana e, pur dispiacendosi un poco di non poter assecondare la richiesta di un bambino con le mani protese, non si ferma nemmeno per un attimo solo. Si evidenzia, con immediatezza, la dimestichezza e la padronanza della materia da parte di Gianluca Ferri, sin da piccolo innamorato degli uccelli e un po’ invidioso della loro capacità di sfrecciare nel cielo al punto che “uno scialle di mia nonna posato sulle spalle bastava a trasformarni in un’aquila reale”. Di qui, come egli stesso dichiara, il desiderio di raccontare, “di dar voce a chi non ce l’ha” e, al tempo stesso, di conoscere al meglio “le vite degli altri, siano essi uomini o animali”. Per questo nell’autore è forte la tendenza non comune ad allargare a dismisura il cosiddetto “orizzonte di attesa” di Hans Robert Jauss che viene sovente caricato di inferenze multiple, a tratti scavalcato agevolmente, ripreso puntualmente nel continuo rinnovamento e contemporaneamente è presente la disposizione a prendere per mano il lettore, con estrema delicatezza, rassicurandolo e conducendolo nello spazio diversificato del pianeta, incrociando con leggerezza pensosa ‘meridiani e paralleli’ e, al tempo stesso, proiettandosi indietro nel tempo fino a lontananze primordiali, ossia alla comparsa della “grandissima espansione di un denso agglomerato di materia avvenuta circa 13,5 miliardi di anni fa, il cui movimento generò il tempo e lo spazio che chiamiamo universo”. L’autore alterna storie affascinanti di migrazioni di uccelli con racconti sofferti e drammatici di esseri umani che non riescono a trovare, se non dopo inenarrabili disavveture e patimenti indicibili, un ambiente che consenta la possibile sopravvivenza, pur in condizioni piuttosto precarie. Uomini e uccelli, dunque, in una sorta di binomio che convince e avvince e pone, in primo piano, l’idea della libertà assoluta dei secondi che possono librarsi in volo, di giorno come di notte, per migrazioni anche ardite nel cielo infinito con lo stupore dell’uomo, che da sempre aspira ad imitarli, come insegna il mito di Icaro, e la ricerca, ugualmente impegnativa, con migrazioni faticose, di condizioni di vita dignitose da parte dei primi. Si ha immediatamente la sensazione di entrare in una straordinaria fiaba aperta, nel mistero dell’esistenza, coi suoi complicati meccanismi e i tentativi di svelamento degli stessi da parte dell’uomo, i tanti interrogativi, i sogni anche arditi, le illusioni sovente destinate a scontrarsi con la realtà. Ci si sente immmediatamente partecipi e pronti a lasciarsi guidare, non passivamente, dall’abilità discorsiva dell’autore la cui scrittura, sempre accattivante e convincente, incatenante e avvincente, non conosce titubanze, intoppi, urti o scosse e procede calamitizzando l’attenzione. Si entra nel cosiddetto “Vortice”, spesso richiamato in poesia, e non si ha voglia di uscire, transitando in mondi suggestivi, ora sollevandosi sulle punte dei piedi, ora seguendo rotte strabilianti, ora innalzandosi in volo con moti ascensionali rapidi per discendere altrettanto rapidamente o, al contrario, lentamente e magari lasciandosi cullare, fermi o sempre adeguandosi al movimento, cui fa preciso riferimento Gianluca nelle pagine introduttiVe:
“Ho scelto di raccontare la vita di chi si mette in viaggio per difenderla attraverso la ricerca di altre possibilità. Sono gli uomini e gli uccelli protagonisti di questi racconti, tutti legati da un comune denominatore: il movimento. Movimento come vibrazione, evoluzione, divenire, cambiamento, crescita”.
Movimento come vita, ci pare di potere concludere. E si torna sempre all’arcano dell’esistenza, con desiderio inappagato di sapere di più della nostra origine, di quello che sarà oltre il nostro viaggio terreno e magari anche di certi turbamenti e di taluni incantamenti, assolutamente inspiegabili con la ragione. Non a caso, nella lettura di alcuni passaggi, come in sovrapposizione e per sovrastrutture della mente, ritornano altre storie, frasi idiomatiche, dichiarazioni problematiche e soprattutto versi di poeti che costringono ad interrogarsi magari come quelli di Eugenio Montale -solo per esemplificare- che esprimono la fatica dell’umanità intera di vivere nella precarietà e nella brevità della stessa e una strana situazione di permanente perplessità e come d’impotenza e anche di disorientamento quasi in una condizione di contrastività permanente:
…E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Triste meraviglia che contrasta con l’eleganza del volo degli uccelli e l’atmosfera di magia che si crea e costringe “Con il naso all’insù”- Si può cogliere nella disposizione delle storie che riguardano gli uomini una linea di conduzione precisa, voluta o semplicemente casuale non ha importanza. Si passa dal lontano passato, e cioè dalle origini dell’uomo, al vicino e quindi all’oggi e contemporaneamente dall’esterno all’interno, coinvolgendo sentimenti, modi di pensare e atteggiamenti e si giunge fino alla storia, quasi attuale, delle avvincenti e dolorose avventure che hanno come protagonista il molto caro nonno Mariano e poi alla più delicata e intima vicenda del siriano Razék Francois che sprigiona desiderio di libertà ‘usque ad’, bisogno di integrazione vera, voglia di manifestare le proprie idee e di affermare il diritto di esistere e di annullare tutte le ingiustizie a causa di forme di diversità nell’idea che proprio la non omologazione costituisca la base della normalità. E vale la pena riportare le parole del protagonista in chusura del racconto:
Ho fiducia nelle donne e nell’amore delle donne; di quelle che lasciano andare i propri figli per strada e di quelle che bussano urlando alla porta delle carceri e di quelle che in silenzio accendono candele e attendono giustizia; di quelle che hanno la forza di non mostrare la paura per far sentire tranquilli gli aff etti lontani.
Il volume prende avvio da considerazioni generali sul mondo, sulla comparsa della vita sulla terra, sulla presenza dei primati simili agli scimpanzé che decidono di scendere dagli alberi e di provare ad adattarsi ad un diverso modo di vivere e poi, molti secoli dopo, alla presenza dell’homo sapiens sapiens. Riferisce delle competizioni con altre specie: Neanderthal, Erectus, Desinova e della sua sopravvivenza e quindi passa a raccontare la transizione dalla vita in movimento a quella sedentaria, ossia alla rivoluzione agricola, con la fine dell’ultima glaciazione. Ma l’attenzione si sposta sulle tante migrazioni, ossia sul movimento degli uccelli da un luogo all’altro, sulla distinzione tra uccelli ‘stanziali’ e ‘migratori’, sugli ‘spostamenti verticali’, sul ‘comportamento migratorio differenziato’ sulla differenza tra ‘migrazione di andata e di ritorno’, con precisione e ricchezza di dettagli che stupiscono.
E le sorprese sembrano non avere mai fine.
Non si fa in tempo ad assorbire le preziose informazioni che subentrano nuovi dettagli sull’alimentazione, sul metabolismo, sul fegato, deputato alla trasformazione delle sostanze in grassi da indirizzare ai tessuti, sull’assenza negli uccelli di rischio di infarto o di colesterolo alto, e poi sulla capacità straordinaria di saper scegliere con precisione la rotta da seguire durante le migrazioni avvalendosi di fortissime abilità di orientamento e utilizzando bussole diverse:
La prima è quella magnetica, uno strumento del quale si sa ancora poco, ma che concede loro la possibilità di percepire il campo magnetico terrestre. Uccelli migratori catturati e messi temporaneamente in gabbie di orientamento hanno dimostrato -con pochissime eccezioni- una fortissima propensione a direzionarsi verso nord, o verso sud, a seconda della migrazione che stavano intraprendendo. Accanto all’orientamento suggerito dal magnetismo, gli uccelli utilizzano un altro importantissimo punto di riferimento: il sole. La bussola solare rappresenta senza dubbio un valido strumento di navigazione anche se per coloro che viaggiano di notte pure luna e stelle sono un valido aiuto… Non è ben chiaro agli studiosi in quali parti del corpo degli uccelli siano localizzate queste bussole, ma probabilmente sono per lo più connesse alla vista. Viene spontaneo rimanere sorpresi e chiedersi chissà quante volte da bambini tutti noi siamo rimasti incantati con il naso all’insù a guardare il volo straordinario delle rondini e magari abbiamo desiderato anche di poter spiccare il volo per solcare il cielo e perderci nell’azzurro e poi, appena un po’ più grandicelli, ma sempre piccoli ci siamo commossi ad ascoltare o a leggere la leggendaria storia del rondinino che rinuncia a partire per rimanere accanto alla statua del principe cieco e bisognoso di aiuto e di compagnia e magari abbiamo pensato, con un pizzico di malinconia, alla fertile fantasia dello scrittore Oscar Wilde. Le rondini sono state spesso nostre compagne di giochi, con il preannuncio della primavera sospirata e con il ritornello :
“San Benedetto, fiori nel prato, rondini al tetto“.
Abbiamo anche sofferto nel recitare i versi di Pascoli con cadenza tristissima: “Ritornava una rondine al tetto / l’uccisero, cadde tra spini… Ella aveva nel becco un insetto, / la cena dei suoi rondinini…”
E dunque non sorprende affatto la curiosità del nostro autore che da piccolo cercava di imitare gli uccelli ‘con ali di falce’, si impegnava a costruire anche lui un nido e si incantava a seguire il volo, a tratti come impazzito, delle rondini di cui racconta con dovizia di particolari, le migrazioni anche in paesi lontani, il loro nutrirsi in volo e tanto altro ancora:
Sono animali d’aria, fatti per vivere in volo e che volando riescono a soddisfare tutte le loro principali esigenze. Si nutrono in volo come le rondini e i balestrucci, si accoppiano in volo e riposano in volo, adottando, probabilmente un sonno uniemisferico, una strategia -adottata anche da altri animali- che permette di dissociare l’attività dei due emisferi cerebrali, cosicché mentre uno riposa l’altro controlla il volo.
Lasciate, temporaneamente, le rondini coi loro stridii, saltiamo alla significativa storia “La montagna dal volto di donna” sotto la quale è la città dove il protagonista, tale Alpha, nato a Dakar in Senegal cresce in condizioni di miseria e di privazioni ma con qualche sogno. Soffre la separazione dei suoi genitori e le tante angherie nel suo Paese e, come tanti altri disgraziati, è costretto ad emigrare: un viaggio semplicemente allucinante.
E’ il 2016 quando, finalmente, dopo le molte, troppe peripezie, le cose gradualmente cominciano a cambiare e si apre finalmente uno spiraglio di luce come dichiara il protagonista:
Per il momento, dunque, resto qui; devo e voglio rimanerci e sono contento per come stanno andando le cose. Vorrei finire al più presto l’università per un posto di lavoro stabile e per sistemarmi… E, perché no, mi piacerebbe innamorarmi e metter su una bella famiglia. Mi piacerebbe anche poter pensare al mio Paese con gioia, saperlo in mani migliori e vedere le sue ferite guarire poco a poco… Sotto la montagna dal volto di donna sorge la piccola città in cui sono cresciuto e dove ho lasciato una parte di me. Mi piacerebbe poter tornare un giorno, per ricongiungere i pezzi. Affido a questa antica guardiana, la mia speranza, con l’augurio di riuscire ad osservarla di nuovo, in tutta la sua imponenza, con la pace dentro e con la pace intorno.
E si torna agli animali.
La storia “Chi la fa, l’aspetti” si apre con la riproposizione parziale della fin troppo nota favola di Esopo che, come scrive l’autore, “probabilmente giunse dall’Africa in Grecia come schiavo, protagonista di una migrazione forzata”. Per i suoi meriti indiscutibili, si affrancò dalla schiavitù e potette “predicare la libertà di parola, consigliare di non giudicare secondo le apparenze e mettere i piazza i vizi degli uomini...”
Dopo così importante premessa segue il racconto interessante sia della cicogna bianca, sia di quella nera, ossia del volatile silenzioso e di quello che ha voce. Gianluca abbonda di riferimenti e di particolari sulle abitudini, sui modi di vita, sui lunghi viaggi della cicogna e riporta rimandi storici con credenze strane, come il trasferimento sulla Luna per sopravvivere ai rigori dell’inverno o la trasformazione in altra specie o, come ipotizza Aristotele, il ricorso alla ibernazione o ancora alla caduta in lungo letargo fino al sopraggiungere della primavera. E c’è anche l’analisi attenta sui molti rischi cui vanno soggette le cicogne con particolare riferimento alla caccia, che andrebbe abolita, anche per il danno all’intero ecosistema dal momento che i proiettili contengono frammenti di piombo. La storia si chiude con l’invito ad aver riguardo per questo simpatico volatile:
Nelle favole la cicogna ha portato tante volte la felicità alla nostra specie trasportando nel becco, dentro fagotti bianchi, i tanto attesi cuccioli dell’uomo. Proviamo a renderle il favore, donandole la possibiltà di resistere alle dif ficoltà e di esistere, ancora. La bellezza e la forza delle favole risiede nel loro stabilire un contatto con la nostra realtà attraverso le parole e le vicende di protagonisti che ce la raccontano in modo semplice, ma riuscendo ad evidenziarne i tratti essenziali e a descrivere, col loro esempio, le principali sfumature dell’umanità. Sarebbe un peccato, dunque, ritrovarci in futuro a leggere favole i cui protagonisti non esistono più, spezzando per sempre quel contatto che Esopo riuscì a stabilire qualche millennio fa grazie all’arguzia del suo ingegno e alla forza della sua penna.
E torniamo ancora agli uomini.
Commovente e amara è la storia “Acqua che scorre” nel racconto in prima persona della protagonista di origine marocchina dal nome che suona di mistero: Ibtissam. Costretta a fuggire dalle angherie del padre riesce a sopravvivere facendo di tutto prima nella sua terra a Tangeri, poi in Portogallo, a Lisbona quindi in Italia nella capitale. Ora è a Roma in una giornata senza traffico che le consente di sentire lo scorrere dell’acqua del fiume nel rimando a quello della sua infanzia, con carico dei ricordi, e con interrogativi resi al meglio dai versi di Wafaa Lambrani riportati all’inizio:
Dissemino le stelle intorno al mio corpo comunicando con ogni fibra sensibile, con ogni cellula: che cosa sono il nome, il verbo, l’identità?
Vita di stenti, sacrifici enormi, mortificazioni a catena, fino a trovare una sistemazione, appena un poco decente, ospite di una delle maestre come ella dichiara.
Mi trovo molto bene e ci facciamo compagnia. Le mie ore di lavoro, per fortuna, sono aumentate e ho trovato anche altre occupazioni domiciliari con regolare contratto. Forse tra qualche anno, quando potrò chiedere la cittadinanza italiana, potrò provare a far cancellare quella clausola sul mio passaporto che mi impedisce di tornare… Mia madre adesso va a scuola ed ha imparato a scrivere; le dico sempre di portarci anche papà, ma non sembra ancora convinto. Mi sembra che i miei fratelli abbiano capito che quello paterno non era il modello migliore cui aspirare e che si siano allontanati da quella strada, anche se continuano a vivere ancora con i miei genitori. Purtroppo non riescono a trovare lavoro e aiutano mio padre nei campi. In questi anni mi è capitato di sentire anche lui, anche se solo per freddi e fugaci saluti. Non so se sono riuscita a perdonarlo davvero, sicuramente non ne sento la mancanza.
Ugualmente interessante è la storia” Nessuno mi può giudicare… nemmeno tu” che nel rimando chiaro alla canzone di Casco d’oro e nel richiamo colto a “Lo stupro di Lucrezia” di William Shakespeare e alla perdita del “buon miele” che costringe la donna a non poter essere più “l’ape industre” dal momento che “Niun dei tesori dell’estate, io serbo”, da un lato suona come una sincera ammissione di colpa, dall’altro come una inevitabile e indispensabile necessità da parte del cuculo, di approfittare degli altri, rimanendo sempre “portavoce della primavera o nemico dell’amore, uccello sacro e degno di essere servito come pasto al re Salomone…”
Appare subito come uccello straordinariamente intelligente, astuto, non solo per la capacità della femmina di “parassitare oltre cento specie di uccelli” e di “imitare abbastanza fedelmente non solo le dimensioni, ma anche la forma e il colore delle uova dei genitori adottivi”, ma anche e soprattutto per la finezza che dimostra nel saper attendere, vigile e paziente, che “la legittima proprietaria del nido abbia deposto almeno uno o due uova alle quali accosta il suo”
L’autore ci offre un quadro di estrema chiarezza nella ricchezza dei particolari, e sottolinea la versatilità dell’uccello, la sua capacità di adattamento, la sua abilità nel mimetizzarsi, le varie strategia che mette in atto. E ci stupisce, con un sottile filo di compiacenza, il fatto che appena nasce il piccolo cuculo, sebbene nudo e cieco, riesca ad eliminare tutte le altre uova che non si sono ancora dischiuse, spingendole fuori dal nido. E questo rituale vale per ogni nido ove mamma cuculo ha depositato un suo uovo. Così tutti i piccoli cuculi sono figli adottivi e amati da altre specie di uccelli: tordi, codirossi, pispole, cannarecci e altri.
Oltre a dettagli tecnico scientifici l’autore si concede anche un rimando di tipo letterario ricordando massime e detti popolari. E così vengono fuori le espressioni:
‘Vecchio come il cucco‘, o ‘Quando canta il cuculo c’è da fare per tutti’ e ancora ‘Canta cucco sulla quercia nera, ricordati padrone che è già primavera ‘.
Storia decisamente particolare e assai cara all’autore è “Sotto la ginestra”. Si tratta quasi di un racconto diaristico che vede il nonno protagonista coraggioso, intrepido, indomito, carbonaio capace di adattarsi a mille altri mestieri, costretto dalle avversità della vita, fin da piccolo, all’esistenza piuttosto grama di migrante forzato. L’elenco dei posti raggiunti, in Italia e all’estero, nel suo peregrinare per cercare lavoro, è davvero impressionante con gli inenarrabili sacrifici, le inevitabili mortificazioni, le vessazioni ripetute, la lontananza, con il carico della nostalgia sovente struggente, dagli affetti più cari. Ammirevoli risultano essere lo spirito di sacrificio, la conseguente rassegnazione, la smisurata forza di volontà nel tenere duro, il sovraccarico del lavoro nelle fonderie, nelle fabbriche più diverse (finanche dove si producevano proiettili), nelle cave sotterranee, nelle miniere, nella costruzione della Linea Maginot per realizzare “un complesso di gallerie e strade ferrate, lungo più di trecento chilometri”, nei boschi a tagliare legna e a far carbone e in tante occupazioni sempre precarie, nel tentativo di sbarcare il lunario e di riuscire a inviare qualche soldo a casa. Sempre vani e mortificanti risultano i tentativi di trovare finalmente un posto di lavoro “dove poter guadagnare un po’ di più” senza compromettere lo stato di salute e sempre tenendo la schiena dritta come testimonia l’occasione respinta, decisamente e orgogliosamente, dal protagonista che poteva partecipare al concorso nelle guardie forestali, con buone possibilità di successo, se solo avesse preso la tessera del Partito Fascista. E proprio quando, per la prima volta, sente di aver trovato una sistemazione meno precaria è costretto all’espulsione dalla Francia con la comunicazione da parte del Ministero dell’Interno, senza possibilita alcuna di appello: “Si dichiara che il signor Ferri Mariano, detto Mario, elemento pericoloso e indesiderato e si dispone il suo allontanamento dal territorio francese entro le ventiquattr’ore”.
E così ricomincia il calvario con spostamenti in Italia fino ad arrivare nella lontana Basilicata, nel paese di Abriola per praticare il lavoro di taglialegna e carbonaio per qualche mese e poi tasferirsi in altre zone della regione: Gallicchio, Sant’Arcangelo, Satriano, Pietragalla. Note liete di quel periodo sono: il matrimonio nel 1940 e la nascita del primo figlio nell’anno successivo e poi degli altri. Erano tempi molto difficili con la guerra mondiale in corso e il rischio concreto di essere richiamato alle armi come testimoniava la lettera del cognato dall’Albania con il suggerimento di tesserarsi al partito fascita e questa volta, sia pure a malincuore, il recalcitrante nonno Mariano dovette piegarsi, per il bene della famiglia che aumentava di numero e lo costringeva a trasferirsi nel capoluogo, dove visse fino al 1990. Giusto, dunque, il tributo del nipote che erige un altare fatto di sincere parole per la memoria del caro nonno “migrante forzato“.
E tornano ancora gli uccelli con la storia “Figlie di Poseidone” e con il rimando al romanzo breve “Il gabbiano Jonathan Livington” di Richard Bach, pubblicato nel 1970 a sancire la necessità di inseguire i propri sogni, senza mai dover rinunciare ad essere se stessi e a considerare preziosa ed importante la diversità intesa come valore aggiunto da difendere ad ogni costo, senza piegarsi e senza lasciarsi andare e magari accontentarsi di vivere una vita non originale, ossia protesa solo alla ricerca di conquista di beni materiali.
Lo stesso insegnamento, sempre in linea con il titolo del volume, ossia sulla scia di migrazioni e di migratori, lo ritroviamo un po’ ovunque, dichiarato o sottinteso e contemporaneamente è sempre presente una forte carica emotiva, fatta di fragilità, di sacrifici, di sofferenze indicibili, di prepotenze e ingiustizie, ma anche di aspirazioni, di sogni, di contraddizioni, di amori e di tradimenti, di ipocrisia, di rifiuti, di volontà, di tenacia, di divieto a scoprire la propria diversità.
Si arriva alla fine della lettura prima del previsto perché ogni volta prima della obbligata pausa, si fa fatica a fermarsi e si ha sempre voglia di procedere oltre per un godimento e un benessere assicurati. E già vien voglia di riprendere qua e là alcuni passaggi per una rilettura più piana e per il piacere, a tratti, di tenere l’indice tra le pagine e di concedersi un lungo ripensamento gradevole, senza mai il timore don abbondiano dei ‘bravi’ in agguato. Nel contempo si ha la sensazione di soffrire con i migranti delle varie storie, di penare per essi e, in qualche modo, di rivivere le vicende dolorose, di patire le stesse ingiustizie e di sentire mancare la terra sotto i piedi e quasi una rabbia sorda sembra montare e pervadere l’animo fino a mozzare quasi il respiro e si avverte fortissimamente un bisogno di quiete, di pace, di serenità, di giustizia per tutti, nel rimando alla legittima libertà dell’uomo.
E allora il lettore, quasi senza avvedersene, toglie l’indice dalle pagine e si dispone alla rilettura di taluni passaggi sugli uccelli, perché nel suo animo torni il sereno. Il suo animo, come per miracolo, si acquieta e pian piano si rasserena e ne gode tutta la persona.
Allora, novello Icaro, ardito ma non ambizioso del sole e soprattutto senza ali di cera, ha la sensazione di librarsi in volo e magicamente vibra nell’aria, ruota, tenta di planare un poco e poi riprende e, quasi novella aquila carducciana, distende, in tarde ruote digradanti il nero volo solenne e guarda dall’alto verso la terra.
Si tratta di uno sguardo da altra angolazione o, come dice l’autore, “Con altri occhi”. Già con ben altri occhi! Magari quelli del poeta David Maria Turoldo:
Gli uccelli nel sole
sono fiocchi di lana
fiori o pensieri
abbandonati al vento
o ancora quelli amari di Alda Merini:
Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra…
o infine con i versi di Baudelaire, poeta maledetto, nel paragonarsi all’albatro maltrattato dai marinai:
Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano degli albatri, grandi
uccelli di mare,
indolenti compagni di viaggio
delle navi
in lieve corsa sugi abissi amari…
E, naturalmente, torniamo al lettore in volo. La realtà gli appare completamente diversa e quindi scende piano e poggia i piedi per terra, allucina la presenza proprio dell’autore, lo prende a braccetto e si incammina con lui per una passeggiata, quasi croniniana, limitandosi alle classiche quattro chiacchiere o magari lasciando che sia il silenzio a parlare.
E col silenzio, ricco sempre di sottintesi e carico di sorpresa e di palese e giustificato compiacimento, ci piace chiudere.
