DINO DE ANGELIS

Erano già  tanti, ma da qualche anno a questa parte iniziano ad essere veramente troppi.
All’inizio della crisi facevano scalpore, come tutte le prime volte. Dopo un po’ non è che non ci fai più caso, ma il cervello ha questo strano modo di autoregolarsi, di contenere il disagio quando è già stato provato. Che in sé magari è una cosa che ti salva anche quando deve affrontare dei dolori in prima persona, ti fortifica, proteggendoti dal farti male come quando lo hai provato la prima volta.  Quando hai provato un dolore, le volte successive fa un po’ meno male, dicono. Ma, allo stesso modo, quando quel dolore non riguarda te, il cervello pone in essere quella distanza dagli avvenimenti che lo allontana ogni volta un po’ di più da quei tristi episodi di cronaca a cui è sottoposto, proprio perché dejà vu, già visti, già digeriti: eccone un altro che non ce l’ha fatta.
Dopo la fase dello smarrimento per l’ennesima notizia che sei costretto a inghiottire come un olio di ricino per lo sconforto che il fatto in sé arreca, ecco che il cervello riprende a macinare i suoi ragionamenti.
Un altro imprenditore. Sono quasi sempre loro a rimetterci le penne. E dire che per diventare imprenditori, dovrebbero essere forgiati al sacrificio, all’impegno, al superamento delle difficoltà. È insito nel ruolo di chi si alza ogni mattina sapendo che il suo stipendio (e forse anche quello dei suoi collaboratori o dipendenti) se lo deve guadagnare, che non c’è nessuna certezza. Dovrebbero essere pronti ad affrontare le difficoltà, e invece sono quelli più esposti a quella maledetta parola che pronunciamo tutti come se fosse una parola qualunque e invece è una devastazione: la parola crisi.
E sul giornale li ritraggono sempre sorridenti, come se quel momento drammatico si potesse cancellare con l’immagine di quando l’attività andava bene, e lui, il nocchiero della sua impresa, navigava sicuro per mari meravigliosi e ancora da scoprire. Non poteva sapere che su quel mare avrebbe incontrato squali famelici pronti a portargli via tutto quello che aveva costruito con anni, decenni di sudore.
Così l’immagine sorridente di Espedito Ferrara, di Napoli, un commerciante 54enne che aveva cominciato come ambulante di gadget e magliette a concerti e feste di piazza per poi investire i suoi sacrifici, aprendosi un vero negozio, prima a Pianura e poi sbarcando a Fuorigrotta. Tutto sembra procedere per il meglio, ma poi d’improvviso, ecco lo squalo avvicinarsi, anno dopo anno. Si riducono drasticamente i ricavi, cominciano ad accumularsi le perdite e i debiti si manifestano come vampiri che ti rubano il sangue e la vita. Già, la vita. Espedito affida al social, come è ormai d’abitudine, alcune sue riflessioni, e bisogna avere la capacità di intuire cosa nascondono, anche se sono chiare da far male. “Camminiamo su un filo sottilissimo che è il nostro equilibrio. Ci si mette un’eternità per trovarlo e basta un niente, un gesto, una parola per far crollare tutto”.  Quello che gli è crollato addosso è il suo futuro, imbarbarito da un presente che significava impossibilità di soddisfare le esigenze della sua famiglia: Anna e i due figli, Ettore e Flora. È proprio a loro che Espedito rivolge le sue ultime preghiere prima di penzolare da una corda nel suo deposito: “Prendetevi cura di lei. Non sono un vigliacco”.
Parole che il nostro cervello ha già sentito molte volte e che adesso fanno sempre meno paura perché è come se si fosse creato uno stato di pericolosa assuefazione. D’altro canto siamo invece costretti ad assorbire notizie che, anziché trovare un rimedio contro queste drammatiche e diffusissime realtà, ci parlano di scissioni, incorporazioni, congressi e cronologie elettorali. “Continuiamo così: facciamoci del male” (cit. Nanni Moretti).
(Foto: Il Mattino di Napoli)