di  Gerardo Acierno

 

Non mi convince l’enunciato: “Se vuoi la pace prepara la guerra”.

Qualcuno,  un tempo non ricordo se lontano o vicino ai nostri giorni, l’ha scritto e l’ha detto. Molti, troppi, ancora oggi sostengono questa tesi.  Realpolitik la chiamano.

Al contrario, sono d’accordo con Papa Francesco quando dice che: “ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”.

Sono giorni, questi mentre scrivo queste poche righe, che mi riportano agli anni dell’adolescenza, al tempo della cosiddetta ‘Guerra Fredda’, della paura dell’Atomica, dei due blocchi, l’Est e l’Ovest, il Nord e il Sud del mondo.

Non mi convince questo rifiutare la scelta della pace. Né mi convince “l’equilibrio della paura”. Non  mi  convince  l’ipocrisia  dei potenti, di chi con la guerra si arricchisce e di chi spara dicendo “in nome di Dio!”; di chi sparge dolore tra gli innocenti, di chi prega con il fucile tra le mani. Non comprendo perché noialtri uomini ci ostiniamo a sfidare l’assurdo della guerra rischiando la fine della vita. Mi convince la preghiera. Checché se ne dica.  

Non mi convince, d’altronde, sentir ripetere: “La preghiera? Un soliloquio; una perdita di tempo; un diverso modo di farsi una “fattura” come da noi si diceva una volta”. Non mi convince.

Di certo non sono stato né lo sono adesso, in questa mia stagione calante, un“contemplativo”come piaceva scrivere all’indimenticato  Santucci. Sono, però, incapace di addormentarmi senza un segno di croce per cui mi rivolgo al Signore con la voce dei discepoli: “Insegnami a pregare” pur conoscendo bene la Sua risposta: “Impara tu a pregare.” E ho imparato che pregare significa mettere i timori, gli smarrimenti, gli errori, le paure e le“sbandate” nelle Sue mani, diventando Suo compagno di strada, discepolo, amico, complice se mi è concesso pronunciare questa parola. Cosicché le notti (e i giorni) diventano ricoveri di speranze e di poesia.  

Né mi convince, infine, l’affermazione: “L’Oltre non esiste!”. “La morte è la fine di tutto!”. No, non mi convince. Certo che ho incolpato la morte (mio padre, mia madre e nel corso degli anni un nutrito manipolo di cari, giovani amici) di avermi spinto per molto tempo a odiare la vita. Ma questi stessi miei morti sono venuti a trarmi in salvo, a riportarmi la gioia. Lo hanno fatto dapprima con le lacrime e i singhiozzi che continuavano ad assalirmi, poi con le parole da loro stessi dette in vita, con i ricordi di fatti e circostanze con loro attraversati, con la grigia cappella o il pezzetto di terra del cimitero che li ospita. Vengo qui a ritrovare la loro presenza. E qui mi rimetto a colloquiare con loro, a fare domande e trovare risposte mentre il rosso lumino sfrigola sulla striscia di marmo e le foto dei loro visi sempre più ingiallite non perdono il sorriso. Quel sorriso che banalmente ogni volta nelle mie preghiere fa rima con Paradiso.

 

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