CATERINA ARRIGONI

Ho la sensazione che, da un po’, ci sia come un risveglio delle coscienze.

Sento di cittadini, pochi ancora, che si prendono cura dei giardini della nostra città, che piantano alberi, aprendo volentieri il loro portafoglio, senza attendere l’intervento delle autorità, istituzionalmente a ciò preposte.

Non so se una partecipazione così attiva sia iniziata già da tempo, e sia io ad averla ignorata, presa come ero dal mio lavoro e dalla famiglia, ma è una realtà che fa davvero piacere.

Tra l’altro, ho l’impressione  che ci sia anche una maggiore consapevolezza, da parte del cittadino, di quei diritti, in passato volutamente ignorati dalla pubblica amm.ne, che gli consentono, da un lato, una più attenta valutazione dell’azione amministrativa, e dall’altro, una difesa attiva di quello spazio collettivo che sorregge una equilibrata convivenza e che va egualmente difeso alla stregua dei diritti personali.

Le leggi sulla trasparenza degli atti della P.A., hanno sicuramente ridimensionato il “potere assoluto” dei pubblici dipendenti, incoraggiando i ricorsi, le denunce ecc.ecc., ma c’è la parte più alta, nella piramide della gerarchia, che ancora resiste, non temendo quelle azioni di ‘responsabilità diretta’(personale), che sono attribuibili più facilmente alla persona, che all’istituzione, la quale  difficilmente ne risponde!

In questa regione, abbiamo vissuto, chi più chi meno, trent’anni di  “pseudo certezze “, in parte dovute al maggiore benessere negli anni del boom, in parte ad un meccanismo elargitivo che si è snodato lungo cordate politiche tutte ispirate alla logica dello scambio e alla convinzione, tutta di buona fede contadina, che “certe mani” fossero da baciare, che fossimo nei pensieri di chi ci amministrava, che tutto quello che si faceva per la nostra comunità, (che si doveva fare), era un dono di Dio e di chi, anche nella politica, agiva in suo nome. 

Se qualcosa non andava, non potevamo lamentarci, sarebbe stato una forma di irriconoscenza verso chi tanto si era adoperato per noi!

Una volta, un amico mi disse: “devo assolutamente votare il tal dei tali, perché mi ha fatto mettere un lampione proprio sotto casa”!

E siamo andati avanti così, coltivando il nostro orticello, mettendolo al riparo da ogni ‘cambiamento’, perché era così che ci dava i suoi frutti.

Ma la crisi,  arrivata inaspettata,  come una grandinata sull’ “‘orticello proprio” che con tanta cura e da tanti lati  era stato coltivato, ha distrutto le certezze dei molti: niente lavoro, niente che lo possa creare, neanche se troviamo una mano da baciare, neanche se ai voti della famiglia aggiungiamo quelli degli amici, e dei parenti fino al decimo grado. Niente. Se non la percezione che è cambiato l’intero scenario di riferimento, che non è più il posto fisso la meta di ogni persona, ma la possibilità di esprimersi, di mettersi in gioco, di far valere le proprie capacità e che quindi la politica tanto è più positiva quanto più crea le condizioni per tutti.

Paradossalmente oggi ci sono le condizioni per cambiare la struttura di questo rapporto malato fra cittadini e politica: la crisi ‘gioca a nostro favore’, (lasciatemi passare questa espressione),e noi cittadini, troppo a lungo assenti, abbiamo bisogno di dire finalmente quel che non va, di pretendere un’ informazione seria e continua su ciò che ci riguarda, di non avere paura di parlare, di non affidarci più alla rassegnazione per riconoscenza. E’ una società meritocratica che si vuole far largo e che bisogna aiutare a far crescere, se si vuole mantenere sul territorio, l’intelligenza, la capacità e la creatività di molti giovani lucani, per i quali la laurea sta assumendo le dimensioni di un passaporto.

Cosa abbiamo più da perdere?