Aniello Ertico

Qualcuno la chiama plasticità cerebrale. Si tratta di quella bizzarra capacità congenita che abilita il cervello ad aggiustarsi da solo. Ovvero a trovare soluzioni alternative per far funzionare tutto e comunque nonostante le lesioni. Perché questo accada, tuttavia, i neuroni vengono a disporsi tutti in maniera funzionale e strumentale: vanno a sostegno della parte lesa.

Ora, volendo imparare da ciò che è dentro di noi, da ciò che noi stessi già siamo come organismo complesso ed evoluto, e volendo applicare queste preziose indicazioni alla grave crisi che il Covid-19 sta producendo a livello globale, ci tocca fermarci davvero e comportarci singolarmente come farebbe un singolo neurone.

Circa 8 miliardi di individui chiamati a fare da neurone di un unico cervello: l’umanità.

Ebbene, la prima cosa che un neurone fa è recepire, ossia diagnosticare, riconoscere con chiarezza quali sono le parti dell’intero che per davvero sono state compromesse e rischiano di far saltare l’intero giocattolo. Autodiagnosi insomma.

Il gioco non è difficile: basta guardare cosa non risponde più ai comandi e si capisce quale parte del cervello è andata. In neuropsicologia si chiama diagnosi, nella vita si chiama governo, in una democrazia si chiama responsabilità collettiva nella gestione delle emergenze.

Se la metafora è efficace, potremmo agevolmente apprendere cosa non risponde ai comandi ed accorgerci che questa emergenza, prima che sanitaria, è del sistema sanitario. I neuroni ci comandano di attivare posti letto che non abbiamo, presidi che non abbiamo, professionisti che abbiamo ma in numero insufficiente, strumentazioni che non abbiamo. Poi il cervello ci comanda di compensare questo deficit e scopriamo che non abbiamo neppure chi produce le macchine o i dispositivi necessari. Abbiamo allora capito qual è la prima parte lesa: è quella dorsolaterale, quella che presiede alla capacità cognitiva e di pianificazione. Nel caso di specie, l’umanità ha subordinato l’umanesimo alla ragioneria così che pur di spendere meno abbiamo stabilito che fosse opportuno non spendere affatto. Abbiamo cioè dimenticato che poter disporre del nostro è sempre meglio che dover disporre delle cose altrui a prezzo più basso. Che l’Italia non producesse più nulla, abdicando alla sua tradizione, era questione oggetto di trattazione sin dai tempi della crisi della Olivetti.

Ora, che la produzione in Italia si fosse convertita in servizi, rinunciando a qualsivoglia slancio, lungi dall’essere esito di una scelta imprenditoriale, è conseguenza della tendenza ad avversare in ogni modo possibile la categoria produttiva nazionale, vessata da tassazione folle, da costo del lavoro insostenibile, da burocrazia in grado di scoraggiare anche i più temerari, dalla diffusa cultura (tutta italiota) che il successo altrui dovesse essere demolito in maniera sistematica. E quindi giù ad insegnarci che se l’azienda cresce è perché l’imprenditore non paga le tasse, che se il manager è ricco è perché ruba!

E quindi, tornando al nostro giochino, da neuroni, ci accorgiamo che l’attuale crisi, certamente sanitaria, è del sistema sanitario ma anche di quello produttivo nazionale. Conseguenza di una separazione malata tra concetto di pubblico e quello di privato. Come se le due componenti non fossero interconnesse. Ed allora giù con la disciplina sugli aiuti di Stato, con le strette del sistema bancario per cui un imprenditore non è più un “neurone” strategico del sistema ma un “rating”. Ecco la prima grande lesione neurologica: chi era in difficoltà produttiva non andava sostenuto…andava agevolato nel fallimento. Poco importava se avesse competenze e Know how potenzialmente strategici, andava vessato. Perché è nella vessazione che si aprono i margini della speculazione finanziaria di breve termine.

Quanto questo fenomeno, negli ultimi 30 anni, abbia interessato il meridione d’Italia e la Basilicata è di immediata percezione. Abbiamo assistito, inerti, alla estinzione di una intera generazione di imprenditori. Mancano le mascherine? Ma davvero? No, non mancano le mascherine, manca chi le mascherine le produce. A crisi conclamata, così, invochiamo la capacità del mondo produttivo di convertirsi.

Nel circolo vizioso innescato da neuroni che comandano a braccia amputate di attivarsi, la soluzione diventa restare fermi. Attendere che tutto passi, limitando i danni.

Sin qui, la diagnosi è fatta, senza invocare complotti e senza dover scolasticamente cercare il colpevole di turno che alla fine non c’è, politica inclusa. Perché anche la politica, in democrazia, è solo una componente dell’intero e fare il tiro al bersaglio è pratica di scarsa onestà intellettuale.

Alla autodiagnosi i neuroni fanno seguire l’autoterapia…senza troppo preoccuparsi della prognosi. Succede cioè che i neuroni la smettono di solo capire e iniziano a fare. Si sostituiscono spontaneamente alle parti lese riconfigurandosi. Traslando alla questione emergenziale che ci riguarda, è già tempo di riconfigurare ruoli, posizioni e funzioni della nostra collettività. Ovvero, è già tempo di prevedere le conseguenze della crisi e cambiare il corso degli eventi conseguenti. Stare un metro avanti al virus e non più cento indietro inseguendo le emergenze che, peraltro, sono tutte ampiamente prevedibili sia nel breve che nel medio termine. Soprattutto in termini economici e produttivi.

In questo la politica, che ha funzioni di governo, potrà avvalersi di una grande risorsa, pure questa congenita nelle funzioni cerebrali: far crescere nuove sinapsi, quelle che in tempi ordinari è meglio potare e che ora, invece, urge innestare.

Imprenditori, intellettuali, professionisti ed operatori, partecipando al gioco virtuoso, si lascino coltivare come nuovi strumenti di sostegno, più che di sola critica a chi è chiamato, non invidiabilmente, a gestire una lesione che rischia di essere irreversibile.

Una formula che sperimentiamo ogni giorno su noi stessi, ogni qual volta la vita ci comanda una reazione al lutto, alla paura, alla delusione, al trauma: troviamo in noi stessi le risorse per il riassetto emotivo e funzionale. E se non ce la facciamo, chiediamo aiuto. Oggi è tempo di chiedere aiuto. Pure di darlo a chi lo chiede. E l’intero di aggiusterà, con le nuove sinapsi germogliate per compensare quelle compromesse.

Compensare il Covid-19, ossia, iniziare a stargli un metro avanti.