RICCARDO ACHILLI

Il grafico sottostante riporta l’andamento del Pil italiano e la variazione della percentuale di popolazione italiana a rischio di povertà o esclusione sociale fra 2004 e 2018 (Fonte: Eurostat). E’ evidente che la curva della povertà reagisce con dei ritardi temporali rispetto a quella del Pil. La brusca contrazione della crescita del 2008-2009, dovuta alla recessione, produce un aumento della povertà solo a partire dal 2011, con due anni di ritardo. A quel punto, la percentuale di povertà tende ad assestarsi su un plateau oscillante fra il 28 ed il 30% della popolazione, più alto del plateau pre-crisi (assestato attorno al 25%) poco sensibile a quanto succede nell’economia, ed in particolare alla progressiva ripresa economica dopo il 2014. Infatti, soltanto nel 2017, con tre anni di ritardo rispetto alla ripresa economica, la percentuale di poveri inizia nuovamente a scendere lentamente.

L’isteresi della povertà rispetto al ciclo economico dipende da fattori diversi, quando analizzata rispetto a fasi di caduta del Pil ed a fasi di ripresa. All’entrata della crisi, l’aumento immediato della povertà è frenato dagli stabilizzatori automatici e dagli strumenti welfaristici (in particolare le assicurazioni contro la disoccupazione che garantiscono reddito temporaneo a chi perde il lavoro) e dal fatto che il mercato del lavoro stesso reagisce con ritardo alla crisi, cercando, ovviamente, di tutelare, almeno in una prima fase, i livelli occupazionali. Altri meccanismi (solidarietà familiari e di comunità) nella fase iniziale possono attivarsi per funzionare da fattori di freno temporaneo alla caduta in povertà, ma man mano che la crisi si aggrava diventano sempre meno efficaci.

Anche quando si attiva la ripresa, il riassorbimento della povertà è lento e ritardato, sia per la difficoltà delle imprese di recuperare equilibri ed aspettative di mercato tali da far ripartire l’occupazione, sia per i livelli salariali, che dopo una crisi tendono ad adattarsi su soglie più basse, impedendo l’uscita della crisi anche alla fascia più dequalificata della nuova occupazione, sia per fattori socioculturali complessi: ad esempio, Lewis (1973) sottolinea l’effetto perverso della “sottocultura della povertà” in cui si invischia chi cade in povertà, costituita da sottovalutazione dell’educazione, stati di animo di rassegnazione, anche favoriti dall’ambiente di vita degradato, percepito come unico universo possibile, ribellismo sterile ed incorrelato alle concrete opportunità di risalita individuale, incapacità di posporre le soddisfazioni, che conduce a modelli di consumo irrazionali rispetto alla fragile condizione economica. I teorici della “trappola della povertà” sottolineano, invece, come sia, paradossalmente, la stessa generosità dei sistemi di protezione sociale a generare un disincentivo ad uscire dalla povertà, in quanto il reddito così conseguibile sarebbe inferiore al complesso dei vari tipi di trasferimento, monetario e non, percepibili in condizioni di miseria. I teorici delle capacitazioni, come Sen, sottolineano come, dopo una lunga e tenace crisi economica, l’apparato welfaristico deputato a far uscire dalla precarietà le persone (sistema educativo e formativo, sistema sanitario, sistema dei trasporti) sia degradato e funzioni meno bene, producendo quindi una minore capacità di fuoriuscita dalla povertà.

Queste sono esattamente le due stesse curve analizzate in precedenza, ma relative alla Basilicata, sul medesimo periodo. L’isteresi della povertà nelle fasi di inizio della crisi economica è molto meno accentuata di quanto avviene su base nazionale: la crescita del rischio di caduta in povertà inizia quasi contemporaneamente alla flessione della crescita economica a partire dal 2007. Al netto dell’anno 2010, la cui variazione può essere una anomalia statistica (facile per indicatori che si basano su piccoli numeri, come quelli della Basilicata) il rischio di caduta in povertà continua imperterrito a crescere, fino a raggiungere il plateau più alto del 47-48% di individui pur in presenza della prima ripresa economica del 2011-2013. Con la nuova recessione del 2014, anche in questo caso la sensibilità della curva del rischio di povertà è superiore allo scenario nazionale, con una nuova crescita quasi subito dopo, ovvero nel 2015. Dopodiché, con la ripresa del 2015-2018, la curva del rischio di povertà tende a scendere in modo molto lieve, rimanendo sostanzialmente oscillante attorno ad un equilibrio del 40% circa, sensibilmente più alto dell’equilibrio precedente alla crisi economica del 2008.

In altri termini, la società lucana ha una maggiore propensione a veder precipitare nella povertà fasce di popolazione quando la situazione economica peggiora, ed ha una minore reattività, in termini di uscita dalla povertà, quando essa migliora. E’ la tragedia di un territorio povero e sguarnito di strumenti di competitività, sia produttiva che sociale. Le imprese sono precarie anche nelle fasi di crescita e, quando arrivano i primi segnali di crisi, mostrano una minore resistenza nel difendere i propri livelli occupazionali. Gli strumenti di solidarietà di paese, di parrocchia e di famiglia, pur molto radicati nella cultura contadina della Basilicata, sono però più poveri materialmente, e quindi meno protettivi. La qualità dei sistemi educativi e formativi, delle politiche attive del lavoro e degli enti ad esse preposti non è tale da offrire ai nuovi poveri gli strumenti per trovare immediatamente un nuovo lavoro, non appena la ripresa ricomincia a generare opportunità. La mobilità interregionale è meno intensa, per cui le situazioni di degrado tendono a ristagnare ed incancrenirsi. Le imprese sopravvissute alla crisi, nella fase della ripresa hanno indici di indebitamento e di squilibrio finanziario più gravi rispetto alle loro concorrenti di altre regioni, ed esitano ad assumere nuovi lavoratori, anche perché il mercato locale è particolarmente depresso.

Tutto ciò avrà, ovviamente, conseguenze molto gravi con l’imminente crisi economica, che si annuncia più grave di quelle del 2007-2008 e del 2011-2012. La fiammata dell’impoverimento, in Basilicata, sarà più rapida ed intensa rispetto ad altre regioni, e soprattutto, anche quando si manifesterà una ripresa, tenderà a rimanere persistentemente su livelli molto alti, reagendo in misura rigida rispetto al miglioramento del ciclo. Saranno dolori, se con la crisi del 2008 il rischio di povertà ha finito per coinvolgere il 48-49% dei residenti, con questa nuova più grave recessione, che oltretutto colpisce l’economia lucana nel momento più delicato in cui cercava di riprendersi, rischia presumibilmente di coinvolgere ben più della metà della popolazione, anche se forse la ripresa di un flusso migratorio in grande stile tenderà a nascondere i dati (ma un flusso migratorio verso dove? L’intera Europa sarà in difficoltà). A pagare il prezzo sarà la popolazione in età da lavoro. I grandi polmoni occupazionali della regione, Fca Sata in primis, dovranno ridimensionare pesantemente i programmi di sviluppo, e quindi i livelli occupazionali con un mercato dell’auto che si è quasi azzerato. Le prospettive di sviluppo turistico, che potevano basarsi su Matera 2019 ed il relativo fiorire di iniziative imprenditoriali giovanili e creative, saranno spazzate via da una crisi sanitaria che durerà fino almeno al 2021 e che bloccherà i viaggi. I timidi segnali di miglioramento del distretto del mobile potrebbero essere compromessi, insieme all’agroalimentare di qualità, che si basa su prodotti di nicchia o tipici (Aglianico, formaggi, carni podoliche, salumi, fragole del metapontino, ecc.) sarà schiacciato dalla crisi dei consumi. L’industria delle costruzioni, ancora in difficile e lenta risalita dopo una crisi epocale, subirà l’evidente calo delle commesse in edilizia residenziale. Il welfare regionale sarà sovraccaricato, ad iniziare dal sistema sanitario, che dovrà continuare a lavorare in condizioni di pressione almeno fino a fine anno, con rischi di riduzione della qualità dei servizi.

Alla Regione una parte della risposta. Occorrerà un piano straordinario in grado di affiancarsi a quello nazionale e negoziato con Commissione Europea e Governo, basato sulle somme non impegnate dei fondi SIE e del FSC ed orientato verso interventi anticiclici, ed occorrerà una visione di straordinarietà rispetto agli strumenti welfaristici, in questa fase anche necessariamente assistenziali, che occorrerà mettere in campo: i prossimi due o tre anni dovranno vedere un rilancio di tali strumenti, nelle varie forme (dalla forestazione a nuovi strumenti di sostegno al reddito ed al lavoro, al sostegno alle famiglie, fino anche, sissignori, ad una difesa del lavoro precario nei fortini dove ancora può essere difeso, ovvero quelli della P.A.). IN COPERTIN A : MATERA, LA CORSA DEI POVERI CRISTI