In un mercato discografico in profonda crisi, tanto di vendite quanto di creatività, ha fatto capolino, come Pollon da dietro i piedoni di Poseidone, il disco “Duets: tutti cantano Cristina”: Cristina D’Avena canta alcuni dei suoi piu grandi ‘successi”, sigle di cartoni animati famosissimi (certo di un tempo in cui i contenitori per i piccoli erano fisicamente e temporalmente limitati, e ci si doveva sorbire quel che passava il convento) ricantati e reinterpretati dalla Cristina nazionale – tanto nazionalpopolare da non aver bisogno del cognome per identificarla, identità giustamente rivendicata con orgoglio nella hit “Io sono Cristina” – insieme ad alcuni dei nomi della musica italiana che vanno per la maggiore e che certo da quelle sigle sono stati coccolati e con quelle hanno sognato e sono cresciuti.
Un’operazione, com’è già stato ampiamente rilevato da commentatori assai più autorevoli del sottoscritto, geniale e solo apparentemente semplice, in equilibrio tra la necessità di riproporre con fedeltà suoni e brani ben stampati nella memoria collettiva delle generazioni degli anni 70 e 80, e quella di rinnovarli e stravolgerli per farsi ascoltare dalla generazione dei duemila, peraltro quasi del tutto priva del gancio emozionale sempre in omaggio con le operazioni nostalgia, se non per il featuring con il proprio artista preferito.
Ne è uscito un disco nemmeno male, e poi forse il talento di Cristina è stato in effetti sempre quello di cantare le sigle con serietà totale e profonda, cosciente che i cartoni sono per i piccoli una parte importante della formazione e dell’infanzia: mai la D’Avena ha interpretato quelle musiche semplici e quei testi leggeri con la sufficienza di chi racconta una favola a un bimbo, sottilmente cosciente di prenderli, in fondo, un po’ per il culo.
Ma da tempo penso che BimBumBam sia stata la “rovina” di una generazione mai cresciuta, allevata a cartoni animati e spot, diventata poi maggiorenne con Berlusconi al governo. E adesso Cristina pare arrivata per finire il lavoro, accompagnandoci felici oltre la soglia di quella che dovrebbe senza appello essere l’età della maturità, ma che sembriamo ben decisi a non voler attraversare.
Quarantenni immaturi a mille euro al mese, in perenne formazione come neodiciottenni, fanno comodo, in fondo, ad un Paese preoccupato più di mantenersi che di crescere e rinnovarsi, di vivere l’oggi senza preoccuparsi troppo del domani. Ed è bene che continuiamo a sentirci sempre un po’ immaturi, quasi in dovere di ringraziare chi ci regala l’opportunità di lavorare.
E mentro ascolto Cristina, penso chissà cosa ha in serbo per noi il Biscione per quando ci avvicineremo alla pensione; magari un ciclo di trasmissioni di Bonolis tipo “chi ha incastrato il nonnino?”. Che anche il Paolo nazionale è passato dal maltrattare Uan al maltrattare Luca Laurenti senza soluzione di continuità, a parte il nostro immutato affetto e totale coinvolgimento.
E allora potremmo davvero riuscirci, ad essere la prima generazione da quando l’uomo ha scoperto il fuoco, ad entrare nella tomba trascorrendo decenni su questa Terra senza essere effettivamente mai cresciuti, come cuccioli allevati da padroni troppo affettuosi e ansiosi di provvedere a tutto; sempre trasognati, tra alterni picchi di illusione e disillusione, considerando mogli, mariti, lavoro e figli come situation di un cartone animato pronto a svanire quando la sigla di un altro cartone annuncerà la fine del precedente.
Abbiamo vissuto mille avventure senza viverle davvero: siamo stati tutti campioni di golf con Lotti, per dire, senza avere mai nemmeno dovuto comprare un costosissimo set di mazze.
E quante volte abbiamo cantato con la spazzola in mano insieme a Creamy, davanti a centofantastiliardi di spettatori adulanti solo perché noi siamo noi (quando invece solo Cristina è Cristina), indipendentemente da quel che avremmo fatto o cantato o come, preparandoci ignari ad essere il pubblico della Non è la Rai che saremmo stati, di lì a poco?
Non abbiamo forse scoperto il corpo umano insieme a globuli rossi con gli occhietti e i piedini, convincendoci che i medici siano alla fine solo inutili scriviricette, e che basti leggere un articolo su internet per rispolverare nozioni scolpite nella memoria quando da piccoli abbiamo esplorato il corpo umano?
Ma è anche vero che siamo diventati tifosi e allenatori di calcio con Holly e Benji, invece che con Rivera e Mazzola; eppure la nostra generazione, con i Totti e i Pirlo un Mondiale l’ha addirittura vinto, mentre questa l’ha clamorosamente ciccato.
E se abbiamo vissuto complicate storie d’amore con Mila e Shiro, con Mirko e Licia e con i tanti simili, piccoli e grandi problemi di cuore, ci siamo infine convinti con decisione che l’amore e la vita sono, in fondo, solo un grande, infinito, appassionante cartone animato, interrotto di tanto in tanto solo dalla pubblicità del Mulino Bianco, e non certo quella cosa brutta e noiosa che gli adulti leggevano sui giornali o ascoltavano attenti, tristi e delusi, nei Tg della sera.
Un bene, un male? Beh, forse è vero, la nostra è una generazione di bamboccioni, la prima a non avere quella tensione ideale, comune in tutte le altre che l’hanno preceduta, a volersi impegnare per vivere meglio o addirittura per cambiare il mondo. Una tensione che produceva una grande spinta collettiva , ma al prezzo di una grande e diffusa frustrazione individuale.
Oggi siamo invece collettivamente fermi, mentre ciascuno di noi è felicemente impegnato a darsi spettacolo, con la spazzola in mano, nella solitudine del proprio soggiorno, ballando e cantando su un palcoscenico virtuale per un pubblico che non esiste.
Ma va bene così.
Perché se è marzullianamente vero che la vita non è un sogno, certamente i sogni, e i cartoni che sono sogni animati, aiutano a vivere meglio. E vale per ciascuno di noi.
Perché la vita é bella assai, se non la si prende troppo sul serio.
E se la canta Cristina.
