ARMANDO TITA*
Il Rapporto Censis 2024 ci ha descritto chiaramente la sindrome del galleggiamento della società italiana, l’incapacità dell’economia a crescere rispetto agli altri Paesi UE. Sorvoliamo sulla Basilicata e sulla criticità raccapricciante della crisi idrica caratterizzata da ritardi, mancate soluzioni e rinvii ingiustificati. Siamo nel “general-generico” e nella vacuità assoluta. La puntata di Report sulla Diga del Camastra lo ha confermato brutalmente. Le disfunzioni patogene e le ataviche omissioni ci hanno demoralizzato, ci hanno sconfortato e ci hanno riportato crudelmente alla triste realtà odierna tra tanta incapacità, tanta superficialità e tanta irresponsabilità. Un’economia ferma negli ultimi vent’anni con una spesa corrente spropositata, con un aumento terrificante del debito pubblico e con terrificanti chiusure di fabbriche, tremende delocalizzazioni e atroci licenziamenti. Una economia lucana con qualche “oasi” senza particolari investimenti produttivi negli ultimi anni e con una bassa crescita del mercato interno dovuta alla stagnazione “secolare” dei salari. Il PNRR in Basilicata alla data odierna non ha tenuto conto della fuga inarrestabile dei giovani intellettuali (fuga che ci ha fatto perdere in questi ultimi vent’anni oltre mille miliardi di risorse aggiuntive senza dimenticare i cinque miliardi di perdite in Basilicata per l’esodo impazzito dei giovani talenti) e del valore delle micro Imprese con i diversi profili professionali richiesti e mai “riscontrati” positivamente in questi ultimi dieci anni…di “vuoto” formativo. Il PNRR rivolto al SUD e alla Basilicata lo abbiamo già anticipato prima del suo varo definitivo qualche anno fa sulle prime pagine della Gazzetta del Mezzogiorno, Edizione Basilicata, e sulla Rassegna Stampa della Regione Basilicata (oggi del tutto EVAPORATA), non risolverà alcunché, né in termini di investimenti produttivi, né in serie politiche attive del lavoro. Il PNRR lucano sbandierato come strumento di sviluppo e di innovazione al pari del Piano Strategico Regionale risultano essere del tutto carenti sia nella pianificazione territoriale (quasi assente) sia nella condivisione partecipata con una “chicca” indigesta…ignobilmente ignorato lo strategico settore dell’artigianato. Sembra di rivedere il dejà vu stucchevole del fallimento della politica dei poli industriali, da me ampiamente descritti nel Volume; “Quando la Sinistra amava il Mezzogiorno” Edizioni IL SEGNO – 2017- I Fallimenti degli Anni Settanta. L’incapacità delle aree di sviluppo meridionali a controbilanciare la forza attrattiva delle aree industriali del Nord e l’operare a “macchie di leopardo”, nonostante la presenza di grandi siti industriali come Stellantis o Centri OLI (ENI e Total)che hanno generato e generano a loro volta solo una economia drogata con un falso PIL regionale, sempre ignorato dai Centri Studi della Banca d’Italia e della Confindustria, ripropongono una sorta di economia “informale”, mai seriamente regolata, mai seriamente gestita. Non siamo mai usciti dallo spontaneismo e del bieco pressapochismo, non siamo riusciti a coniugare positivamente la bella “pedagogia” economica posta in essere dalle piccole e medie imprese industriali e artigianali. Non abbiamo mai dato continuità ai progetti formativi finalizzati all’occupazione presso le PMI e le Aziende Artigiane della fine degli anni ottanta e degli inizi degli anni novanta. (vedi Volume: “Quando l’Artigianato Lucano garantiva PIL e Occupazione ” Edizioni IL SEGNO 2020, vedi Rapporti ARSA e IBRES 1991).  IL PNRR non si discosta da quel modello anni settanta paracadutato in Basilicata con le sue “Cattedrali nel deserto”. I grandi insediamenti FIAT/ENI non hanno mai creato i presupposti di una vera industrializzazione estensiva   generalizzata e uniforme, anzi, hanno accentuato ancora di più gli squilibri territoriali regionali. Transeat sugli stupri territoriali e sui disastri ambientali. L’aumento dei consumi interni è stato alimentato dall’enorme sperequazione nella distribuzione del reddito tra differenti classi e ceti sociali che ha creato il mercato per i nuovi beni la cui produzione e vendita è particolarmente vantaggiosa dal punto di vista del solo profitto …con tante distorsioni nella scala dei consumi. Come cinquant’anni fa il PNRR impone la scelta dei settori di investimento e l’utilizzazione delle risorse di indirizzo dei soli gruppi monopolistici, tipici del rapporto coloniale dove alberga da sempre la subordinazione. L’industrializzazione, lo sviluppo agricolo, l’innovazione non appaiono come obiettivi generali del PNRR. Appaiono invece come riflesso dello sviluppo capital/monopolistico in atto (in prevalenza del Nord) e l’intervento pubblico soltanto come necessario supporto di esso. Perciò come cinquant’anni fa il PNRR di oggi non metterà in moto alcun sistema autonomo e autopropulsivo di sviluppo da consentire un progresso socio-economico anche senza l’intervento pubblico. Come nel 1950 con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (L.646)il sogno dell’intervento aggiuntivo resterà una vera chimera. Lo dimostra l’utilizzo delle risorse dei “Fondi di Sviluppo e Coesione” slegati dal contesto generale dei PNRR. Vorrei ricordare che l’espansione monopolistica riproposta dal PNRR anziché sopprimere la scarsità, la disloca e la riproduce a diversi livelli : la priorità ai beni di consumo opulento ha significato in Italia, oggettivamente, un minor numero di ospedali (oggi addirittura dismessi), di scuole, di crisi degli alloggi; ha significato l’insufficienza delle risorse pubbliche disponibili per la lotta contro l’inquinamento, per creare attrezzature collettive, necessariamente non redditizie; ha significato la necessità di costruire arterie di rapida circolazione, autostrade e Alta velocità limitata e riservata al solo Centro/NORD. La mitologia dell’industrializzazione monopolistica ha emarginato la parte più valida della nostra stupenda agricoltura strozzata dalla concorrenza dei paesi del bacino mediterraneo e subordinata vergognosamente ai gruppi industriali. Le soluzioni tecniche paracadutate dall’alto non servono se non sono sostenute da una maturità politica e da una partecipazione attenta dei ceti produttivi e delle popolazioni interessate. Come “sociologo di strada” e studioso dei movimenti politici delle aree interne del Mezzogiorno mi preme richiamare l’attenzione sui nostri vecchi CPU (Comitati Popolari Unitari) anni settanta. Volutamente le popolazioni del Mezzogiorno interno rinunciavano alla committenza partitica e tentavano di gestire direttamente la lotta, in una ricomposizione politica di ogni richiesta economica , in una organicità con i bisogni locali, partecipando alla vita reale della politica , della cultura, e sforzandosi di calare queste iniziative in istituti e vertenze globali con tutte le controparti pubbliche e private.  Memorabile fu il Comitato Popolare del Sub Appennino Dauno nel Foggiano nato in una Barberia di Deliceto e formato da dissidenti della DC e del PCI. (A. D. 1969). Ripensare oggi al Sub Appennino Dauno con una forte, massiccia e violenta presenza della Mafia del Gargano sembra tutto inverosimile. Memorabile fu pure il nostro Comitato dei Trentamila di Piazza Prefettura, organizzato dal Movimento Studentesco Unitario, frutto di una affollatissima Assemblea nella Sede del Sacro Cuore di Potenza, sempre, nel miracoloso 1969. Quel miracoloso 1969 caratterizzato da un popolo meridionale, giovane e determinato, che aveva una gran voglia di PARTECIPARE. La risposta a tal riguardo di Alfredo Reichlin, parlamentare PCI e direttore di “Rinascita” fu sorprendente ed esaustiva: “E’ un tema affascinante…Sperimentare un tipo di lotta nuovo e originale che è anche in rapporto diretto con i Partiti democratici, Laici, Socialisti e di Sinistra, ma in un certo senso li supera e sposta molto più avanti i normali confini di “far politica” allargando la richiesta a tutte le possibili controparti, attribuendo dimensioni più moderne e connotati autenticamente democratici ad Enti e Strutture della Società Civile che li avevano smarriti e oscurati”. Lo stesso scenario di intervento si presenta oggi al Comitato Acqua Pubblica Camastra “Peppe Di Bello”. Sarà in grado di strutturare e dare maturità politica a tanta cittadinanza attiva potentina e al suo Hinterland? Si ripeterà il miracolo del Sacro Cuore e dei Trentamila in Piazza Mario Pagano? Qui non si chiedono più solo soluzioni tecniche, Qui si chiedono soluzioni politiche in grado di azzerare questa orripilante e mediocre classe dirigente che ha imperversato in questi ultimi anni con transumanze selvagge, con trasformismi biechi e pura nullocrazia, supportata da Partiti anoressici, inaffidabili e senza alcuna autorevolezza. Forze partitiche lucane di centrodestra e di centrosinistra vocate da decenni alla rinuncia ideale, sia per accreditarsi con un loro stucchevole aspetto ipocritamente gradevole e rispettabile, sia, soprattutto, per onorare la volontà dei loro “capi bastone”, veri protagonisti dell’ultimo ventennio politico lucano, grandi maestri delle false soluzioni e grandi strateghi degli inaccettabili compromessi al ribasso che oggi paghiamo amaramente con l’annacquamento raccapricciante, lo spopolamento patogeno, le fughe inarrestabili dei nostri giovani talenti, le spaventose crisi strutturali industriali e i ripugnanti pressapochismi di varia natura.
*Mauro Armando TITA