CRONACHE DI CARTA – VIAGGIO NELL’UNIVERSO DELLA SCRITTURA – CAROLINA RISPOLI E LE RAGAZZE DA MARITO
di Lorenza Colicigno
Lorenza Colicigno
La condizione delle donne nel Sud è il tema su cui Carolina Rispoli ha basato il suo primo romanzo Ragazze da marito (Milano, Quintieri, 1916).
Copertina del primo romanzo di Carolina Rispoli “Ragazze da marito”
Protagoniste cinque sorelle di Melfi, attraverso le quali denuncia la posizione di inferiorità che la donna aveva in una società in cui non pareva esserci posto se non per l’uomo. Emilia, Elena, Margherita, Elvira e Amalia, figlie dell’Avvocato Don Gaetano Forgiuele, vivono nella borghese casa paterna, insieme alla madre, donna Chiarina Forgiuele, aspettando il matrimonio, unica strada verso una condizione di vita rispettabile, inattaccabile rispetto ai giudizi della gente, mentre Ciccillo, il figlio maschio, frequenta l’Università, si laurea e conduce una vita spensierata, priva di vero senso di responsabilità, pesando sulle spalle della madre e delle sorelle. La figura del padre è costruita con una straordinaria verosimiglianza, in particolare colpisce la sua distanza autoimposta e naturalmente accettata dalla famiglia, come condizione di una superiorità di ruolo indiscutibile.
“Le più vivaci discussioni, i più accaniti bisticci tra madre e figlia, tra sorella e sorella, tra padrona e donna di servizio si chetavano come per incanto, solo che la sua testa canuta e un po’ calva s’affacciasse dalla porta d’entrata, solo che si sentissero avvicinare i passi caratteristici….”
Questo silenzio che piomba sulla casa all’apparire del padre è più loquace di qualunque descrizione.
Intenso il rapporto tra Emilia ed Elena, una vera sorellanza che va oltre la familiarità per esprimere una sintonia profonda tra donne, pur nelle diversità caratteriali:
“Da gran tempo, da quando bambine, la madre rimproverava loro qualcosa, da quando adolescenti, cominciavano a ridere o a lacrimare dei primi sogni ingenui, sempre quando il dolore o l’amore empiva la loro anima semplice, esse s’isolavano insieme e si parlavano col cuore gonfio e la voce tremante.”
Interessanti le dinamiche psicologiche attraverso le quali Elena ed Emilia si costruiscono agli occhi di lettori e lettrici, tra adesione al modello di ragazza piena di buon senso e di spirito di sacrificio, gradito alla società borghese patriarcale , e volontà di ribellarsi alle imposizioni di tale società. Quando Emilia, che mai avrebbe voluto adattarsi ad un matrimonio combinato, viene promessa al vedovo Don Peppino Del Prete, proprietario terriero, e dovrà accettarlo per poi trovarvi la sua quiete, Elena la dà questo consiglio:
“I temi sono difficili assai, sorella mia. Tu hai visto che matrimoni si fanno. Tutti matrimoni d’interesse. Per chi ha poca dote è un guaio serio. O bisogna adattarsi a non maritarsi affatto e restare in casa a far la serva alle cognate. Ma tu ti mariterai bene è fuor di dubbio. Chi sa quante ti invidieranno e desidereranno la tua fortuna. Di questi tempi con poca dote, quando si è trovato un buon uomo, con una buona posizione, che si vuol andar trovando?”
Ma non saranno tanto il buon senso di queste parole a convincere Emilia al matrimonio, bensì, ormai giunta ai 26 anni, lo spettro di una vita da zitella, con ciò che comportava nella società del tempo:
“[…] ebbe davanti agli occhi la visione spaventosa e terrificante, per ogni anima di donna del mezzogiorno, la visione sempre squallida […] di rimanere zitella nella vecchia casa, senza più speranza, col fratello, chi sa con una cognata […]”.
Il personaggio più drammatico, psicologicamente complesso e vera cartina di tornasole della condizione femminile, è quello di Elena. Elena ha una sola possibilità di elevarsi al di sopra di questo mondo dominato da rigide regole: il sogno. Quando il sogno cerca di calarsi nella realtà, sarà destinato a infrangersi. La sua profondità di sentimenti, il desiderio di un amore autentico, fuori dagli schemi sociali, in genere talmente introiettati da essere vissuti dalle ragazze come unica condizione esistenziale, ma intuiti da Elena in tutta a loro violenza nullificante della persona, si scontrano con la banalità e brutalità, caratteri troppo spesso associati, del giovane pretore Giambattista Rossi, incapace di interpretare i segnali dei sentimenti nutriti verso di lui oltre il limite della “convenienza” di un matrimonio d’interesse. Cocente delusione per Elena che aveva pensato di incontrare l’amore di un uomo e invece si imbatte nel suo disprezzo, cocente delusione, che dà a tutto il romanzo un’intonazione di tragedia, per l’ineluttabilità della sconfitta della persona che pensi di contrapporsi alla ristrettezza di visione del mondo circostante.
I veri protagonisti del romanzo, in effetti, sono l’amore e il matrimonio, a giudicare da alcune affermazioni delle ragazze da marito, termini del tutto antitetici. Scopriamo che Emilia, che inizialmente appariva come la più restia al matrimonio per sistemarsi, afferma:
“Questi matrimoni sono un guaio serio, Nuccè; ha ragione mammà. Sono diventati difficili! Ma quando, come me, se n’è combinato uno buono con la poca dote che si ha, veramente che si dovrebbe andare scalze a Sant’Antonio, che ha compiuto il miracolo”.
E il segreto di questo suo cambiamento d’ottica e in questa affermazione che riporta la narratrice, voce discreta, ma a tratti impietosa:
““Noi siamo Femmine”, dicevano spesso nella loro filosofia pratica, rassegnate tutte; ma quelle parole, sulla bocca di Elena, si velavano d’un velo leggero di melanconia e su quella di Emilia s’accompagnavano sempre con un’ondata passeggera, ma intensa, di fiele.”
Quel “Noi siamo femmine” è la chiave interpretativa di tutto il romanzo, che racchiude tutte le figure di donna, o quasi, in un quadro indistinto.
Se la figura della madre, donna Chiarina Forgiuele, appare come la più insignificante nel rapporto con le figlie, puro specchio del padre, da cui dipende il suo potere, interessante è, invece, la figura di zia Carolina, colei che difende senza tentennamenti le tradizioni religiose e sociali, potremmo dire che in lei Rispoli incarni la vera nemica delle donne, per le quali non vede altra condizione possibile che l’obbedienza e la subalternità. Non meno nemica delle donne, con la sua pretesa di aiutarle, è la procuratrice di matrimoni, figura che ha peso nella dinamica della storia e che Rispoli affida al giudizio del lettore, dedicandole lo spazio necessario allo sviluppo delle situazioni narrative.
Dopo questo romanzo che andrebbe letto oggi per capire meglio la condizione delle donne nel Mezzogiorno contemporaneo, Rispoli sceglie di proseguire il suo cammino di osservatrice e narratrice del mondo femminile, cambiando l’ottica. I romanzi successivi, infatti, indagano, direi in modo impietoso, nella psicologia di uomini nei rapporti di odio e amore con le donne. La terra degli asfodèli (Milano, Cèschina, 1933) narra di una giovane donna, Maria, che, arrivata da Melfi a Cagliari, sposa un giovane professore universitario. La fede religiosa e la quieta accettazione di quanto la vita di coppia impone sono gli unici veri collanti del matrimonio. Con La torre che non crolla (Milano, Cèschina, 1938), ultimo romanzo di Rispoli, ambientato a Genova, la scrittrice lucana analizza la mentalità dell’uomo nella scelta della sua compagna di vita. Il protagonista, infatti, dopo una difficile relazione con una donna genovese, restia ad accettare le regole di un uomo del Sud, torna a Melfi, suo paese natale, dove sceglie come sposa una donna le cui doti sono la pazienza e l’umiltà.
L’impegno di Carolina Rispoli, dunque, in un ambiente non favorevole al protagonismo delle donne, come poteva essere la Melfi dei primi decenni del Novecento, ha aperto interessanti finestre sulla realtà femminile del Sud, ne ha scandagliato i limiti, svelato le barriere, denunciato le sconfitte, ma lei stessa è poi stata nelle scelte di vita e di scrittura interprete del ruolo subalterno della donna, ruolo anto-imposto dalla adesione, per scelta o come rifugio, alla visione patriarcale del matrimonio, sicché potremmo dire che la figura più vicina a lei è Emilia, che conosce il rifiuto e poi l’accettazione di quel modello.
La scrittura di Carolina Rispoli aderisce alle cose, alle situazioni narrative, ai caratteri dei personaggi, non dimentica la natura come sfondo o palcoscenico delle vicende narrate; il suo linguaggio interpreta perfettamente lo status sociale, culturale e psicologico dei personaggi, li accompagna nelle loro trasformazioni o li fissa nei loro caratteri statici. La realtà della provincia meridionale, come quella delle grandi città del Nord, è rappresentata senza gli eccessi descrittivi propri dei modelli narrativi del suo tempo, mantenendo un equilibrio costante tra dinamiche degli eventi e sguardo interiore. Ne esce una realtà asciutta, autentica nella dimensione del quotidiano, senza orpelli retorici, né piegata a effetti di indottrinamento, benché sorretta da una chiara idea delle impari relazioni tra uomo e donna e dell’auspicabile superamento di esse in un equilibrio di ruoli e diritti.
Carolina Rispoli nella sua abitazione romana (da Wikipedia – Autore Le melfitaine)
Carolina Rispoli (Melfi, 9 maggio 1893 – Roma, 28 novembre 1991) esordì giovanissima come scrittrice, pubblicando a 17 anni, sulla rivista Vita femminile italiana (1907-1913), la novella Lotta elettorale, con lo pseudonimo di Aurora Fiore, pubblicazione dovuta all’apprezzamento della fondatrice e direttrice della rivista, Sofia Bisi Albini, che vide nella giovane scrittrice lucana alcuni tratti che l’avvicinavano a Grazia Deledda. A 23 anni, nel 1916, pubblicò il suo primo romanzo, Ragazze Da Marito , con prefazione della stessa Bisi Albini. Nel 1922 sposò lo storico e politico lucano Raffaele Ciasca, docente di Storia moderna dapprima al Magistero di Messina (1923), poi (dal 1925) all’Università di Cagliari, poi a quella di Genova, in seguito, negli anni della seconda guerra mondiale, docente di Storia economica all’Università Cattolica di Milano, infine docente di Scienze Politiche a partire dal 1949 all’Università “La Sapienza” di Roma, senatore del collegio di Melfi dal 1948 al 1958, Presidente del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione, fondatore delle Deputazione di Storia Patria della Lucania e suo primo presidente. Carolina Rispoli seguì il marito in tutti i suoi spostamenti. Pubblicò altri due romanzi La terra degli asfodèli (Milano, Cèschina, 1933) e La torre che non crolla (Milano, Cèschina, 1938). Dopo il matrimonio, privilegiò la scrittura di saggi, come Gerardiello (Roma, Sales), sulla vita di San Gerardo Maiella, e Uomini Oscuri del Mezzogiorno nel Risorgimento (1962), influenzata forse dal marito, collaborando con la rivista Vita e Pensiero, dell’Università Cattolica di Milano, sulle cui pagine pubblicò nel 1923, Le angustie dell’amore e Il riposo, nel 1924 La vita sulle rovine, nel 1951 Fioritura di santità nell’Italia meridionale nel secolo XVIII. Dopo la morte del marito, avvenuta nel 1975, Carolina Rispoli si dedicò soprattutto alla divulgazione del ruolo culturale e politico da lui svolto, anche dedicandogli nel 1977 un saggio: La giovinezza di Raffaele Ciasca tra Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini. E’ la madre dell’archeologa Antonia Ciasca, che, dopo essere stata assistente di Filologia Semitica con Sabatino Moscati, istituì la prima cattedra italiana di Antichità Puniche nell’Università “La Sapienza” di Roma. La sua fama a livello internazionale è legata soprattutto al primo scavo in Israele nel 1959.
