CRONACHE DI CARTA – VIAGGIO NELL’UNIVERSO DELLA SCRITTURA – UN VIAGGIO TRA FEDE E INQUIETUDINE CON DONATO LOSCALZO E LE DINAMICHE DELLA LONTANANZA
Lorenza Colicigno
E’ stato presentato recentemente a Potenza, a cura della Universum Basilicata, Presidente Novella Capoluongo, la raccolta poetica meccaniche di lontananza di Donato Loscalzo (aguaplano 2024). In questa occasione ho comunicato la mia lettura di quest’ultima prova poetica dello scrittore di origine lucana, partendo dalla ricerca del legame tra fede e inquietudine lungo le vie non facili della ricerca della salvezza, di una qualche salvezza. “Padre nostro, quello nei cieli” […]”. Così inizia la raccolta poetica meccaniche di lontananza (edizioni aquaplano 2024), e prosegue: “[…]Il pane nostro, quello spirituale, dacci oggi[…]”. Questa poesia con cui inizia il viaggio poetico di Loscalzo mi ha suggerito tre immagini, che nascono dalla sintesi di pane e poesia: le mani di Dio che impastano la creta (Genesi, 2,4-7) per creare l’uomo che dovrà prendersi cura della natura tutta, le mani della madre, di tutte le nostre antiche e moderne madri che impastano il pane e le mani del poeta che impastano parole, vero pane quotidiano per lui e per chi avrà la possibilità, leggendo, di partecipare all’atto creativo. Suggestioni poetiche, ma appunto questo è il ruolo della poesia, far emergere dal profondo immagini e valori e far partecipare al lettore, la lettrice, personalizzandolo, all’atto creativo. E così si esprime il poeta nell’ultima poesia di questa raccolta “[…]nel fondo dorme una pace/una inquieta brezza momentanea[…]” con queste parole si conclude, direi si conchiude, secondo il lessico dantesco, la sua ultima raccolta poetica in uno scrigno mai sigillato, ma sempre stillante la liquida essenza del pensiero che è la poesia. I due poli di questa poesia, dunque, si colgono in quell’inizio e questa conclusione.
La copertina dell’ultima silloge poetica di Donato Loscalzo
Forse parrà irrituale questa saldatura tra inizio e fine prima di un percorso dentro il testo, ma è così che davvero si coglie l’ottica di lettura della poesia di Loscalzo, poesia non facile, da scandagliare, direi, come il fondo di un lago “oscuro”, in senso poetico, proprio come deve essere il senso della poesia, ovviamente, un lago cui il lettore è chiamato a dare luce, a partire dalle sue rive: la prima e l’ultima poesia appunto. Una saldatura nella ricerca di un pane quotidiano spirituale che si effonda su tutta l’umanità dal poeta dei poeti: il Creatore. Non appaia blasfemo questo accostamento tra la creazione e il suo creatore e il poeta e la poesia, i Salmi, i testi sacri suggellano questo accostamento, e lo fanno tutti i poeti e le poete che si sono nel tempo posti in dialogo con la divinità, scendendo a cercarla nelle profonde pieghe della loro interiorità. Come dimenticare la divina Saffo in dialogo con Afrodite, benché nella maniera tutta greca di vivere il divino come uno stato privilegiato dell’umano! Anche il poeta Loscalzo si pone in dialogo con la dea e davvero la poesia annulla il tempo, come è umana, infatti, nella sua fisicità l’epifania della dea nelle parole di Loscalzo: “affiora un desiderio dai tuoi balsami […]”. L’eredità greca si salda con la fede cristiana, sicché in tutto il percorso poetico si svela il cammino umano verso una spiritualità attingibile forse soltanto attraverso il desiderio, attraverso l’amore. Come dimenticare Dante nella sua disperata, ma cristianamente accolta, consapevolezza d’impotenza di fronte alla visione di Dio, un estremo atto d’amore, proprio nella disperazione dell’impotenza a dire: “[…] A l’alta fantasia qui mancò possa; /ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, /sì come rota ch’igualmente è mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle.”. L’avventura dell’uomo e del poeta Dante si chiude con una vittoria dell’uomo Dante e una sconfitta del poeta Dante, sconfitta che è però misura piena e necessaria della sua umanità. In Donato Loscalzo la poesia si apre con un dialogo con il Padre nostro, in cui i tre versi “[…] il nome tuo, il regno tuo, la volontà tua […]”, restituiscono il senso di un patto rinnovato, in cui il riconoscimento della forza del “tu” in qualche modo illumina, fa da guida all’uomo e al poeta Loscalzo nel suo percorso di ricerca di una verità umana e poetica. Perché è questo che cerca il poeta da sempre, una verità che faccia luce nella vita. Ma cosa accade, per tornare in un’ottica problematica, alla poesia che nasce nel secolo breve e si spinge nel XXI secolo, cosa accade alla poesia di un testimone, che è oggi il poeta, di un travaglio esistenziale che quasi annichilisce, il poeta incastrato in questo labirinto che è la vita contemporanea, cosa accade a una poesia che promette un’uscita in un infine (questo è il titolo dell’ultima poesia di meccaniche di lontananza), che promette una pace benché inquieta, come si addice, appunto, all’umanità del nostro tempo, scontata ogni giorno nella consapevolezza di una solitudine alla quale l’amore non dà tregua, un amore senile, fatto di memorie e di abbandoni, di incontri effimeri e di fedeltà incrollabili, di lacrime benefiche e di aridità incurabili.
E dove si svolge questa divina commedia dei nostri tempi? Le sue discese, se ne fa testimone Loscalzo, avvengono in inferni urbani tra bar e palazzi, dove regna l’incomunicabilità tipica di un tempo, il nostro tempo, dove la semplificazione della comunicazione digitale riduce e annulla, se non dominata, la comunicazione personale, o in inferni naturali, in laghi che custodiscono memorie di dolore, o in un te stesso con cui dovrai fare inevitabilmente i conti, e poi le risalite benché dolorose nei paradisi perduti dell’infanzia tra l’Appennino e il mare, dove occhieggiano il riposo dall’ansia e la speranza che il viaggio abbia un fine desiderato come raggiungibile, ma sentito come irraggiungibile, dove lo sguardo si sofferma in cerca di un balsamo per l’anima tra le capre che salgono veloci tra le foglie e il gusto degli asparagi assaporati in solitudine, una solitudine senza sconti. Nella poesia acque sembra che a tratti il poeta emerga in un eden, egli risale, infatti, fino alle remote sorgenti della terra, giunge sulle rive di un mare fiorito di parole, tuttavia egli, a me sembra, in questo mare fiorito sente e sconta il peso di tutta un tradizione che fa rimare amore non più con cuore e fiore, come in Saba, bensì con un amaro armamentario. Cosa cerca dunque il poeta Loscalzo, cosa chiede alla poesia? Chiede di trovare nell’inferno quotidiano la parola che dica, finalmente, l’amore, chiede che a questa parola, e al sentimento che esprime, la poesia restituisca l’originaria energia per la creazione di un nuovo universo, in cui l’umanità si rigeneri nei valori più autentici. Un labirinto, la vita, da percorrere tutto, in una ricerca spasmodica di senso, per liberarsi dal rimorso, un senso di colpa che fa sì che il poeta si interroghi sul “dove mai fosti – amore mio – o dove avresti voluto essere”, un amore resistente oltre il buio, oltre l’assenza, oltre l’inesistenza. Un amore reale, un amore immaginario, un amore letterario, un amore spirituale spinto fino alla comunione (possibile o impossibile?) con Dio? Resta la domanda, cui ognuno, potrà dare una risposta, a partire dalle proprie esperienze e dalle proprie sensibilità.
E certo il titolo fa sintesi di tutto quanto il libro contiene, meccaniche di lontananza, infatti, è titolo che ci aiuta a ripercorrere una tradizione letteraria che parte da Saffo, stupenda nel descrivere le dinamiche della lontananza, che si tratti della luna o si tratti delle sua allieve andate spose, per giungere, per vie diverse, fino alla lontananza della poesia cortese e poi siciliana e poi siculo-toscana tra il XII e il XIII secolo, la poesia della lontananza che ispira a Shakespeare il sonetto XXVII, che giunge fino a noi con Pablo Neruda, Mihai Eminescu e Forough Farrokhzad.
Tre, per concludere, i livelli della poesia di Loscalzo. Il contesto: la vita del poeta offerta al lettore senza sconti, senza schermi, evidente nelle pieghe di un quotidiano esibito attraverso uno sguardo acuto sul mondo proprio e di quanti quell’orizzonte hanno attraversato; il testo nella sua identità di parole inanellate in percorsi fonici e grafici, cioè così come ce lo offrirebbe una lettura in orizzontale; il terzo livello: la profondità del testo, con una stratificazione diacronica, in cui converge tutta la dinamica complessa dei suoi studi, con le sue ambiguità poetiche di significati e significanti, che si avventura e ci avventura in una anche impietosa analisi della propria interiorità. E in fondo, nel fondo, l’amore.
L’amore, dunque, vittima di ogni lontananza e resistente ad ogni lontananza, l’amore per la parola che dica l’amore, che torni a navigare, come sembra auspicare Donato Loscalzo, poeta della lontananza, un ritorno felice, ma dove? lo diciamo riprendendo le sue stesse sillabe, “oltre il buio” … “in un mare fiorito di parole”.
Donato Loscalzo
Donato Loscalzo, lucano di origini, insegna letteratura greca nell’Università di Perugia. I suoi studi affondano nella civiltà greca (La Nemea settima di Pindaro, 2000; La parola inestinguibile. Studi sul l’epinicio pindarico, 2003; Saffo la “hetaira”, 2019). Ha approfondito del teatro greco classico il rapporto tra i drammaturghi e il pubblico (Il pubblico a teatro nella Grecia antica, 2008; Aristofane e la coscienza felice, 2010). È autore di libri di fiabe, tra cui Fiabe umbre ritrovate (Perugia, con xilografie originali di M. Leboroni), Gatto in fabula (Assisi 2000) e Le fiabe dell’Umbria (Orvieto 2013). Oltre a meccaniche di lontananza (aguaplano 2024), ha pubblicato diverse sillogi liriche: nel 1980 Aspetti d’esistenza; nel 2001 Memórias e outras histórias em versos diversos, testo a fronte e traduzione portoghese di S. Fadda (Lisbona 2001); nel 2012 Aromiamoriamari (Xilocart 2012); nel 2015 l’amore, invece (Ali&no, Perugia); nel 2017 Bastano i sassi ((Ali&no, Perugia); nel 2018 Dietro l’Estate (Di Felice).
