La provincia sa essere cattiva, quando ci si mette. E’ classista per natura, perchè ha sempre accettato alcuni elementi distintivi, prima tra chi era nobile e chi no, poi tra chi era ricco e chi no , quindi tra chi è laureato e chi no, infine tra chi è uomo ( o donna) di cultura e chi no. Mai che la “provincia” prenda in considerazione elementi come l’intelligenza, la capacità di intrapresa, il merito: cose che nelle competizioni metropolitane sono premianti , nella provincia invece sono devastanti perchè rompono l’ordine costituito e rischiano di tenere indietro chi si nasconde dietro il censo o il pezzo di carta. Prendiamo per esempio quel manipolo di intellettuali o pseudo tali che occupano il palcoscenico di una società di provincia, si tratti di cinema o di arti varie, o di letteratura: si detestano tra di loro ma stanno insieme come chicchi di uno stesso grappolo, perchè insieme fanno casta . Belli di sera, li trovi a declamare poesie, a presentare libri, a tenere conferenze su questo o su quello. Brillanti sotto i riflettori, vivono come specie protette, invitati ora qui ora lì, a rendere omaggio alla vita di provincia. Di giorno però scompaiono nel senso che o dormono o si chiudono in casa senza minimamente dare uno sguardo fuori dalla finestra, da dove si può vedere un mondo che è tutt’altro che dorato e che meriterebbe qualche minuto del loro talento per essere descritto per come è. Invece , siccome sono casta, non mettono il naso fuori dai palazzi e non sentono il rumore di fondo che sale dalla società lucana in un ribollire di preoccupazione, sfiducia , di perdita di prospettiva, di disperazione. Pasolini!, Scotellaro! Altri tempi , quando la realtà amara , di un sistema che si organizzava intorno ai potenti, armava le coscienze e dettava i comportamenti. Oggi sono agnostici, si fanno i fatti propri, si occupano “d’altro”. Magari frequentano la politica quel tanto che basta per chiedere una sovvenzione, un finanziamento, e sono così elitari e presuntuosi da arricciare il naso quando quel finanziamento debbono chiederlo ad un Assessore che nella vita ha costruito un mezzo impero, con l’ intelligenza, l’inventiva ed il lavoro ma che è privo di laurea e digiuno di cultura. Quando poi trovano uno che non si adegua ai privilegi di quella autonominata casta e pretende che si rispettino i ruoli e non si consideri un assessorato come un anonimo bancomat, allora quelle persone si sfarinano come statue di gesso e tutta la loro sicumera assume una espressione ridicola. Ci voleva uno che si è fatto da solo per scrollarsi di dosso quella sudditanza ad una casta che pretende di rappresentare un mondo e a stento rappresenta solo se stessa. Vivere in provincia però- e chiudo- ha un suo indubbio vantaggio: ci si conosce tutti e si capisce quando uno lavora per la crescita del territorio e quando invece uno si mette la soletta nelle scarpe per far credere di essere più alto. Si possono capire le doglianze, le critiche sui ritardi, le difficoltà finanziarie che quest’anno emergono anche in relazione alla situazione pandemica ( vedi, domani, l’intervista di Michele Petruzzo, in questa stessa pagina) , ma c’è modo e modo di confrontarsi e quella di giocare a fare il radical chic è il peggiore giacchè dimostra solo che uno non si rende conto che i tempi sono cambiati e certi inchini non usano più. Rocco Rosa
CULTURA, QUANDO LA CASTA VIENE MESSA ALLA PORTA
