di LUCIANO PETRULLO

La vicenda di Tiziana Cantone, nella sua tragicità, apre una finestra sulle miserie umane di questo secolo. Il Web in sé c’entra poco; è il rapporto che si instaura con il web che preoccupa.

Ed è la debolezza umana che di volta in volta si trasforma in mania di protagonismo, ricerca di notorietà, oppure in atti di malvagità affatto gratuiti.

Il Web ha reso tutti un po’ attori, scrittori, poeti, critici; c’è la corsa non tanto ad avere un’opinione quanto a manifestarla, qualunque essa sia. Devo esserci anche io, sembra l’imperativo, devo partecipare a questo teatro perenne, ci mancherebbe! Non vale tanto vivere un’emozione, una gioia, ma anche una tragedia, quanto renderla pubblica.

Più stiamo chiusi a casa o raccolti col nostro terminale, finanche in pizzeria con gli amici, più facciamo in modo che la nostra faccia, i nostri pensieri, le cose che facciamo siano pubbliche.

C’è una legge sulla privacy, il cui bene tutelato è quello che noi per primi ci giochiamo, superficialmente, gioiosamente, ahimè, automaticamente.

Il rapporto col web è morboso. Chi di noi non ha provato a “cancellarsi” da Facebook una volta nella vita, salvo poi tornare sui propri passi, semmai con una scusa perché la mancanza del social anziché far sentire liberi, porta l’ansia da esclusione.

Sembra una malattia. Forse lo è.

Con sventatezza lo adoperiamo, senza renderci consapevoli di una cosa che però ben sappiamo, e cioè che dal web non si scomparirà mai; anzi questa certezza a volte consolida la nostra voglia di esserci, con una miopia elevatissima, dimenticando che il web è uno strumento eccezionale a prescindere dall’utilizzo meschino che ne facciamo.

Siamo noi che dobbiamo andare in analisi, non il web a essere processato.

In fondo sembra che abbiamo veduto l’anima alla notorietà falsa di Facebook, all’eccitazione della sfida mediatica; una sfida nella quale non si vince niente di niente.

Il web è un’autostrada, ma guai a guidarci al massimo e bendati. Certo il disperato che guida in senso opposto ci sarà sempre, ma in fondo siamo disciplinati in autostrada, siamo consapevoli dei rischi, tanto da rifiutare l’emozione di una corsa folle.

Ci riuscirà anche col web?

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