PATRIZIA BARRESE
Era il 12 settembre 1993, quando a soli 16 anni, il caso di Elisa Claps, in Basilicata, dilagava nella nazione come una delle storie di cronaca più tormentate, catalogate poi come uno dei primi femminicidi. Prima di consegnare il suo assassino nelle mani della giustizia, Danilo Restivo, tempo è trascorso assieme a lungaggini burocratiche. Quesiti ed immagini raccapriccianti hanno restituito il corpo esanime di Elisa che giaceva, in attesa di essere ritrovato dopo 17 anni, nell’ultimo luogo in cui la giovane vittima aveva sorriso e sofferto a morte nella Chiesa della Santissima Trinità. La scena del crimine, abilmente ricostruita da Pablo Trincia nella docuserie “Dove nessuno guarda. Il caso Elisa Claps” trasmesso in Tv in 4 episodi lo scorso novembre, ha riportato alla mente emozioni e drammi di una famiglia e della collettività cittadina di Potenza, in Basilicata. Scene angoscianti del delitto della sedicenne, ben interpretate, colei che si apprestava ad affrontare con gioia e coraggio, le tappe di una vita squarciata da 13 pugnalate e recisa nei capelli. I resti del corpo, rinvenuto in abiti squarciati, non lasciavano spazio alla fantasia, mettendo in evidenza il modo agghiacciante in cui la mano dell’assassino aveva agito. Un assassino definito in vario modo: “strano”, un “povero fessacchiotto”, ritardato, goffo, insicuro, freddo, depravato e calcolatore, manipolato dalla sua stessa famiglia e sopraffatto da una figura paterna autoritaria.
Spesso i carnefici sono persone con personalità complesse, squilibrati ma razionali, troppo lucidi per essere definiti malati di mente, al punto da risultare perbene agli occhi della gente che non immagina quali turbe possano celarsi dietro un uomo apparentemente gentile ma che in realtà è un maniaco seriale affetto da feticismo, un delinquente che concentra le sue perversioni sessuali riducendo il corpo in brandelli, che recide ciocche di capelli per conservare segretamente e in eterno il ricordo della propria vittima.
Ascoltiamo da anni e, ora più che mai, a termini quali maschilismo e affermazioni scabrose a proposito del femminismo dilagante e speculare. Il maschilismo, nato nella notte dei tempi, è un’espressione del sistema patriarcale, su cui si basava la nostra società, quella strutturata intorno alla leadership maschile che attribuiva all’uomo l’idea del più forte per natura, adatto al comando, alla gestione della cosa pubblica, mentre alla donna attribuiva, per natura e delicatezza di fattezze, competenze legate alla famiglia e alla vita domestica. Ma questa è una concezione ormai da sfatare, perché da tempo le donne hanno rilevanza politica in diversi stati del mondo: la donna ha una pluralità di ruoli che non riguardano meramente l’ambito domestico, come tradizione vuole, la donna esprime nel migliore dei modi tutte le sue sfaccettature, espressioni culturali e posizioni lavorative. Le ideologie possono però influenzare il pensiero e il comportamento se manifestate e intrise di intolleranza, odio e disprezzo altrui, al punto tale da alimentare conflitti e comportamenti che inevitabilmente tenderanno a degenerare.
Se il femminismo che sta prendendo piede come movimento di civiltà in difesa delle donne assumerà involontariamente gli stessi atteggiamenti violenti e discriminanti attribuiti al maschilismo non si farà altro che generare un’ulteriore guerra, quella dei sessi, degli insulti e delle accuse. Purtroppo si calcola che la morte di una donna avvenga in media ogni tre giorni, oltre a innumerevoli piccole e grandi violenze compiute e spesso taciute e celate. Se la società perpetua ancora disuguaglianze di potere tra uomini e donne, alimentando alla violenza, se rimane ancora l’idea della mascolinità dominante che contribuisce alla violenza di genere, se le norme culturali continueranno a stabilire ancora una subordinazione della donna ammettendo che la violenza si può tollerare per paura di denunciare gli abusi anche in ambito familiare, allora la domanda è : ” É per colpa di un uomo insano di mente o sono i fattori sociali a fomentare l’uccisione di giovani vittime?”
La diffusione da parte dei media di contenuti violenti e subliminali può istigare comportamenti inappropriati ma anche la famiglia è chiamata sotto accusa… le dinamiche familiari variano in modo incontrollato: pressioni lavorative, stress, l’uso smodato della tecnologia, separazioni, divorzi azzerano il tempo da dedicare all’attenzione e al dialogo con i figli, motivo che contribuisce ad accentuare atteggiamenti lesivi spesso sconosciuti ai genitori. Sono le stesse famiglie riluttanti ad accettare che uno dei loro membri possa avere un problema comportamentale e che possa arrecare un giudizio sociale sul proprio ruolo genitoriale, essere giudicati dalla comunità o far scoprire dinamiche familiari fragili e complesse, abilmente taciute agli occhi della gente. Casi di femminicidio accadranno ancora e il ricordo di Elisa a Giulia farà tornare alla mente la loro tragica scomparsa, ancora donne entreranno a far parte dell’elenco dei nomi, delle stragi che hanno richiamato grande attenzione mediatica…auspichiamo che la società possa intervenire con sforzi coordinati e determinazione se non si vuole che i singoli “nomi” rimangano fatti di sensazionalismo momentaneo diventando fonte di stanchezza dell’informazione perché, se non compresa, la violenza attecchisce nascosta nel buio dell’incomprensione delle mura domestiche. Solo con la giusta attenzione possiamo disperdere il buio perchè ignorare gesti o parole apparentemente prive di senso può condurre a perdere voci preziose.
