“Da Tuoppo a Manila – possibile linea di congiunzione” -romanzo di Leonardo Mollica – ErreciEdizioni.
Mario Santoro
Si suole dire che dentro un libro, prosa o poesia, c’è sempre l’anima di chi lo produce.
Mai come in questo caso la dichiarazione risulta vera.
Il volume “Da Tuoppo a Manila: possibile linea di congiunzione” di fra Leonardo Mollica va ben oltre la pura e semplice documentazione di un’esperienza assai singolare in un lontanissimo Paese e induce alla meditazionne e alla riflessione grazie ad una modalità di scrittura chiara, lineare, volutamente semplice e alleggerita.
Il linguaggio risulta di norma diretto e, per così dire, immediato, talora anche asciutto e scarno di aggettivazioni, pure possibili, e sempre franco, come nello stile dell’autore, anche quando si concede rimandi e richiami con qualche opportuna digressione e con sfumature delicate. Non c’è mai alcuna forma di compiacimento né fa ricorso ad arte alle figure retoriche, pur in presenza, di tanto in tanto, di qualche sottilissimo filo di ironia, che sa farsi opportunamente autoironia, nella stringatezza e sinteticità dei concetti, per non abusare del lettore.
Il racconto scorre sempre pulito senza inutili o superflui fronzoli e punta diritto ai fatti nella loro realtà e molte riflessioni e considerazioni risultano solo accennate, e più spesso alluse, e c’è sempre, pur nella denuncia e nella condanna anche troppo esplicita di certi comportamenti e di talune situazioni e forme di prevaricazione, un profondo senso di indulgenza e tanta disponibilità all’ascolto non passivo e alla comprensione dell’altro verso il quale, soprattutto nella direzione della necessità e del bisogno, si dirige l’azione dell’autore che mantiene costantemente un atteggiamento dimesso ed umile o di francescano richiamo, diretto e indiretto.
Al centro di tutta l’esperienza filippina è l’uomo bisognoso di tutto in un contesto sociale, totalmente nuovo nel quale le differenze socio-economiche sono ingigantite e il diritto è continuamente calpestato o ignorato da parte dei ricchi e abilmente aggirato dalle compiacenti autorità cosicché il povero diventa sempre più povero e il ricco più ricco, con apparente buona pace di tutti.
Non a caso l’autore scrive:
Appellarsi agli uffici competenti, come mi sono permesso di fare una volta in difesa di una povera professionista, diplomata con grandi sacrifici e con i soldi della missione, è perfettemente inutile. Il responsabile di turno, un alto funzionario del Ministero della Sanità, dopo avermi dato ragione, bonariamente e con una certa aria di scherno, mi licenziò con queste parole: “Padre, hai ragione, ma onde evitare che interventi superiori peggiorino la nostra e vostra sofferenza, chiudiamo qui il problema. La ragazza è giovane e una strada, prima o poi, la troverà”.
L’inutilità di ogni richiesta è presente in tutte le persone bisognose al punto che un povero padre di famiglia, con otto figli a carico, sollecitato a partecipare ad un corteo di protesta, replica rassegnato:
Padre, è una vita che si parla di noi poveri che diventiamo sempre più poveri; ci hanno fatto vedere la luna nel pozzo, tante volte, ed hanno continuato a sfruttarci con indifferenza. Non è mai cambiato nulla e mai cambierà…
Eppure il popolo filippino, pacifico, inerme, sottomesso, a suo modo, è accogliente come testimonia il tassista che chiede al frate di visitare comunque la sua casa, desolatamente vuota, per l’assenza della moglie che insegna in una lontana città e dei figli sparsi per il mondo.
La scrittura a tratti ricorre a una sorta di modalità collodiana, ossia presenta chiarezza di immagini e descrizioni efficaci, senza giri di parole, con pochi tocchi di penna, e sa evidenziare al meglio i luoghi, tipizza ambienti particolari, riferisce usi e costumi, tradizioni antichissime e degne del massimo rispetto da parte dell’autore e capaci di suscitare non solo l’apprezzamento sincero ma anche l’ammirazione.
Così al lettore pare di conoscere molto bene i diversi posti che gli diventano immediatamente familiari e lo fanno sentire a suo agio; ciò accade finanche nella elegante, o più propriamente sfarzosa, villa della signora di Makati, in stile rigorosamente cinese, con il colonnato che sorregge una grossa pagoda e l’architettura armoniosa che evidenzia figure mitologiche e una simbologia tutta particolare che rimanda alla religione buddista: ruota, albero, pietra, solo per esemplificare.
Lo scrittore, che è ospite gradito della signora, comprende immediatamente che ha a che fare con una grande cultura religiosa e che ha bisogno di conoscere a fondo certe suggestioni che si susseguono e, in qualche modo, possono confondere. Le sorprese sono davvero molte soprattutto nell’incontro con la “vecchina del tempio” e nella strana discussione sugli spiriti maligni che popolano la villa che, di conseguenza, deve essere abbattuta con grande spreco di denaro che potrebbe servire per alleviare le sofferenze dei poveri.
L’incontro scontro tra le due religioni si conduce con linearità e senza forzature e il lettore può apprezzare la logica dei ragionamenti.
Intanto l’autore alterna al lavoro del nuovo corpo di fabbrica da aggiungersi alla esistente st. Anthony Clinic in Novaliches, la visita pressocché quotidiana nei campi squatters per portare conforto, sostegno, aiuto. Ed avvengono incontri ben strani e richieste varie o addirittura “disorientanti” come la visita alla dimora del piccolo Jenny, estremamente povera, quasi a richiamare certi tuguri di cui parla Carlo Levi nel “Cristo si è fermato a Eboli”.
Impressionano le capanne dei villaggi, decisamente squallide, dove il passaggio dalla vita alla morte si consuma nel silenzio e nella apparente serenità della rassegnazione e dove talune forme di forzata civilizzazione sono imposte e stridono quasi con l’ambiente. E così non è difficile, in alcune comunità indigene, captare la disturbata musichetta di un transistor che esce da una modesta capanna.
E può l’autore, in questi ambienti di desolazione, apprezzare il silenzio che da un lato risulta corroborante, dall’altro interroga e ingenera sensi di colpa. E col silenzio c’è una semplicità di vita ridotta allo schematismo delle poche operazioni che si svolgono in maniera ripetitiva eppure armonica e puntuale al punto che l’osservatore si sente attratto e conquistato, quasi ammaliato ed ha la sensazione che la povertà dignitosa, dominante e incontrastata, connoti tutte le persone indistintamente, generi una sorta di oblio, annulli quasi del tutto voglie di riscatti e desideri. Gli pare pure che l’anima non ne soffra più di tanto forse anche per effetto della fede diversa ma unica e condivisa, nel sereno rispetto reciproco, con il riferimento continuo e costante a un Dio che è insieme amore e provvvidenza.
Di qui qualche spunto critico, ma senza acredine, al mondo cosiddetto civilizzato, alla vita frenetica, alla rincorsa continua e costante alla conquista di beni, sovente futili o almeno non indispensabili; al contrario intenerisce la visione delle capanne montate su palaffitte funzionali e protette da pareti di canne intrecciate e legate dal cogon.
Tutte sono brulicanti di bambini, ricoperti di cenci, di donne dedite alla cucina povera e di anziani e costituiscono un quadro di insieme che risulta decisamente pittoresco.
La vita è sempre programmata secondo il ritmo naturale della luce nel rispetto profondo e autentico della foresta, considerata madre generosa, dalla quale bisogna prendere solo quello che serve e non di più.
Gli eventi si susseguono senza tregua ed incalzano in un fervore di attività che quasi si scontra con la calma, la pacatezza, l’indolenza che sono ben evidenziate nel racconto, che non presenta urti e scosse e, a tratti, sembra adeguarsi alla situazione.
L’autore sa controllare la tensione emotiva e tiene a bada certe urgenze che vengono dal profondo e che a qualche volta vorrebbero costringerlo all’urlo munchiano che muore in gola; sa tenere duro anche quando tutto sembra remare contro e la tentazione di cedere alla resa si fa forte come accade nel racconto della storia toccante e disperata di Rosemaria Balise che accusa i sintomi della dilagante tubercolosi che già ha ucciso la madre e il fratellino.
Timida fino all’inverosimile e riservata, è scarna in viso, magra nel corpo spesso scosso da tremiti, tossisce ripetutamente ed è accudita da una sorella diciassettenne.
Non ha niente assolutamente e allora l’uomo di chiesa si fa carico della situazione e si adopra per tentare di salvarla.
Comincia un vero e proprio calvario.
La radiografia, fatta al FEU, non senza peripezie, evidenzia, senza possibilità di errore, che il polmone sinistro è totalmente inattivo e quello destro già alquanto compromesso.
Unica soluzione è il ricovero ospedaliero che si tenta al Lung Center, al Philippines Children’s Ospital, al san Lazzaro ma senza fortuna: dovunque dinieghi, opposizioni, pretesti vari per non prendere in carico la paziente povera che non ha soldi a sufficienza; sempre corse e rincorse da un posto all’altro, speranze che vengono sistematicamente frustrate, illusioni che crollano miseramente, abbattimenti e crudeli impatti con la realtà, preghiere che sembrano inutili.
Il lettore ha la sensazione di ripercorrere il pellegrinare di Giuseppe e Maria alla ricerca di un ritrovo per la nottte più importante del mondo.
Ovunque è confusione, disattenzione, corruzione, disinteresse e, sistematicamente, crudo rifiuto tra il pianto dei bambini e la sofferenza generale.
Di qui la preghiera a Dio:
Allora, Signore, affretta la risurrezione di questa gente.
Accogli ed esaudisci il pianto, la disperazione e la morte dei tuoi piccoli. Fa’ che quanti eletti ad essere il segno della tua presenza nel mondo, non debbano essere i soli a pagare anche il segno del sacrificio della tua croce.
Sappiano per vero che, nella tua logica, nulla sfugge al suo peso (croce) ma fa’ che, su chi tu vuoi sia più pesante, sovrabbondi la tua consolazione e la misericordia.
Ti prego, Signore, fa’ che la tua croce non sia nel segno della discriminazione dei fratelli più fortunati.
Tu solo, e non l’uomo, hai il diritto di caricarla sulle spalle di quelli da te eletti ad essere segno di comunione nella carità che unisce l’uomo all’uomo e ti riveli padre e fratello di tutti.
Sempre nuovi fatti e situazioni dolorose incalzano con la richiesta della povera gente di qualche pesos per comprare medicine per i figli ammalati, per pagare il dottore, per acquistare del cibo.
I derelitti sono sempre nel cuore e nella mente dell’autore che sa tenere i piedi per terra pur sognando per essi una vita migliore e soprattutto la possibilità della scuola e dell’istruzione; di qui una sorta di sfida con se stesso: la scolarizzazione dei poveri.
E, dopo vicissitudini varie, ostacoli quasi insormontabili, peripezie indicibili, decolla il sogno che si tramuta in splendida realtà che, miracolo nel miracolo, vede il primo povero sulla cattedra dei baroni, con grande gioia di tutti e con la preghiera di ringraziamento: Grazie, Signore, per aver accettato, ancora una volta, l’ardire di sfidarti a favore dei tuoi piccoli e soprattutto di aver Tu voluto esaudire le mie attese.
E l’importanta della sfida viene ripresa altrove:
Mi do la libertà, Signore, con la conffidenza di sempre, di ripeterti di non stancarti mai nel seminare, nel cuore di chi ti serve, la voglia di tentare le sfide nel nome dei tuoi poveri.
Fa’ loro capire che qualunque sfida, anche la più temeraria dell’uomo che crede in te, riposa nella certezza della tua provvvidenza e che sei sempre Tu, dopo averla suscitata, a portarla a compimento.
Nella seconda parte, breve ed intensa, si torna dalle Filippine al luogo di origine, a Tuoppo, località minuscola, quasi sperduta, ai piedi del monte Carmine e dunque sotto la protezione diretta della Madonna, con di fronte l’imponente castello di Lagopesole, che trasuda autentica storia e conserva sempre moderata signorilità, e poco più lontano l’altissima, tetragona conca dei laghi di Monticchio.
Tuoppo è lì.
Si tratta di un luogo che assume le caratteristiche di posto dell’anima per l’autore.
Collocato in alto com’è, consente di ammirare un panorama di incomparabile bellezza, con colline morbide e arrotondate, quasi di pavesiana memoria, digradanti fino alla valle dell’ Isca dove il Bradano si acquieta nel suo sinuoso percorso, con tanto di cielo stellato nelle notti estive, la delicatezza di Venere godibile al tramonto, il dominio quasi incontrastato dello splendido pianeta Giove nel pieno della notte, il Gran Carro, la stella polare e con i giochi della luna solitaria e come smarrita nel cielo, sempre uguale nel cammino eppure sempre diversa, l’ombra del Marcolfo che se la fischia con le mani in tasca e, sulla terra, con tanto di aie, festose in estate, di greggi belanti, di ninfe dei monti e dei boschi e di spiriti, anche malvagi, folletti di ogni specie e figure straordinarie come nei racconti delle nonne, un po’ macabri a volte, nell’incanto dell’infanzia, misera e dorata al tempo stesso, che torna a farsi canterina.
Doppio viaggio dunque, nello spazio lontano e nel tempo che sa recuperare ricordi particolarmente dolci, affetti mai sopiti che riaffiorano con intensità e inducono alla commozione, visi familiari scomparsi che riappaiono nella mente e nel cuore e un bambino pastorello e carico di responsabilità destinato, secondo i fini del Signore, a divenire pastore di anime e a farlo con lo stesso attaccamento, incredulo sempre di essere degno di tanto.
Lo scrittore, che può godere solo a tratti il luogo natìo, recuperando visioni primigenie, passeggiando magari nell’aia, ora vuota, alle prime luci dell’alba, recitando qualche preghiera nel dialogo intimo con Dio al quale, di lassù, si sente più vicino, rievoca frammenti del suo lontano passato quando era del tutto ignaro di quanto vasto e diverso fosse il mondo, e quando anche i sogni erano circoscritti e non riuscivano a varcare gli orizzonti.
E Tuoppo resta decisamente cuore del mondo, come egli dichiara candidamente, così come la casa diventa una sorta di rifugio pascoliano, di angolo protettivo, di nido al punto da costringere quasi a ripetere, come in un lieve mormorio:
“Sempre ritorno tra le tue pareti
come a un rifugio casa di mia gente…”
Ed è per questo che, pur ritrovandosi solo e quasi sperduto, non avverte la solitudine, quella che genera malinconia e talvolta alimenta pensieri cupi, e può rimanere con se stesso a riflettere sul mistero dell’esistenza e sulla gratitudine al Signore al quale leva sovente la sua preghiera:
Converti il mio cuore, prima di ogni altro, per leggerti, amarti, e servirti nei fratelli e in tutta l’opera del creato, con la semplicita di chi ti conosce senza le imposizioni delle leggi scritte sulla carta da uomini e tanto lontane da quando Tu le hai stampate nel cuore per sempre.
Già, per sempre!
Note su Leonardo Mollica
Fra Leonardo Mollica nasce a (Tuoppo) Avigliano (Pz) il 25.10.1940. Entra giovanissimo nell’Ordine Francescano dei Frati Minori Conventuali della provincia religiosa di Napoli. Studia negli Studentati dell’Ordine a Napoli e ad Assisi. Viene ordinato sacrdote il 23.12.1967. Inizia il suo ministero a Rionero in Vuture, prima come vice parroco della Parrocchia del SS. Sacramento, poi come Parroco per la zona rurale-industriale e turistica ,di Sgarrone-Monticchio Bagni-Badia di san Michele in Monticchio Laghi. Insegna religione al Liceo classico di Rionero. Dirige il Centro di Addestramento Professionale (CAP) dell’istituto “Il Misericordioso”, comprendente la scuola elementare, una scuola tipografica, una officina meccanica. In seguito è Parroco e Responsabile della Comunità a Scauri (LT) , Segretario Provinciale, Vice Parroco della Basilica di san Lorenzo Maggiore in Napoli e Cappellano dell’ospedale Ascalesi. Diventa Parroco e responsabile di Comunità del Convento Parrocchia dell’Immacolata in Napoli-Vomero dal 1980 al 1990. Parte per la Missione nelle isole Filippine dove resta per oltre dodici anni, studia l’ambiente e nel tempo promuove:
- il Centro di alimentazione con particolare attenzione ai piccoli;
- il Centro di accoglienza aconfessionale;
- la st. Anthony Clinic, specifica per i poveri con programmi mirati: TBC Program, vero flagello dei poveri; Feeding Program;
- la scolarizzazione dei poveri con sponsorizzazioni ed adozioni a distanza;
- la casa di accoglienza del Volontariato.
Dall’anno 2007 riprende la guida come Parroco e responsabile della Comunità dell’Immacolata a Napoli-Vomero. Un suo primo volumetto, dal titolo Sognando… Sognando, nasce nel 2004 per volontà di alcuni amici, lettori entusiasti dei suoi appunti sull’esperienza nelle Filippine. Sotto la spinta degli stessi, complice il lockdown, avviene la riesumazione di altri materiali che compongono il presente volume.
