C’era una volta un principe…Pardon! C’è un principe, senza calzamaglia e con il kefiah che si è reso promotore di una Mille e una notte di nome Vision 2030, “il più importante piano di riforme della storia dell’Arabia Saudita” come racconta il Financial Times. Ottantaquattro pagine di rinnovamento dove non si punta solo alla diversificazione dell’economia del Paese, ma ad una serie di iniziative che potrebbero portare alla rottura della tradizionale alleanza tra la famiglia reale ed il clero religioso, sebbene non trapeli nulla degli scontri interni tra i vari componenti della dinastia. Muhammed bin Salman, per gli amici MbS, è solo il secondo in linea di successione al trono, ma dalla incoronazione del padre nel 2014, ha acquisito crescenti poteri sia nell’ambito della politica economica che nella difesa del regno, agisce da “primo ministro” del re e da leader del governo. Insomma una nuova leva tra i reali che ha innescato anche dei profondi cambiamenti sociali rispetto ai quali pochi credono che riuscirà ad attuarli e molti ritengono che proverà a scardinarli. In una recente intervista ha dichiarato di voler aumentare il numero di donne che lavorano riconoscendo loro quei diritti nell’Islam che ancora non hanno ottenuto. Quindi, una visione meno restrittiva della religione musulmana che si apre alla cultura di stampo più occidentale con l’accesso a forme di divertimento diversificate, dai concerti agli spettacoli dal vivo, e una svolta per il mondo femminile. La scorsa estate il primo divieto è saltato con l’autorizzazione alla guida di auto, camion e moto. In questi giorni la partecipazione, ad un match calcistico nello stadio di Gedda ha aggiunto un altro tassello alla libertà delle donne islamiche. Una libertà che, a dispetto di chi pensa che sia una copertura a mitigare i desideri femminili, trasuda in tutta la sua bellezza. Anche nei soli occhi scoperti, quelli che ti mettono di fronte una evidenza inattaccabile nonostante le regole imposte. La consapevolezza di poter distribuire le bandierine alle tifoserie lasciando intravedere le unghia laccate di rosa pallido, di sedere negli spalti con le scarpette a quadri e i jeans strappati alle ginocchia sfuggiti al controllo della lunga veste, di indossare la sciarpa della squadra del cuore su quella divisa che le rende tutte uguali, di fotografarsi sorridenti ed incredule per quella concessione, di dipingere sul viso dei propri figli i colori della fede calcistica mentre una manica di pizzo si ribella uscendo incautamente dall’abaya, rappresenta l’unico vero messaggio di libertà.
