Nello sforzo di essere  propositivi rispetto ad un tema cruciale per la comunità regionale, che è quello dell’autosufficienza idrica, cominciamo col riconoscere che la vicenda del Camastra , per la sua gravità, per i disagi che ha creato, ha avuto almeno il merito di far aprire gli occhi sul tema del  governo della risorsa. Che impropriamente, e per molto tempo, abbiamo pensato fosse solo un problema operativo degli enti deputati a trattare la materia, Egrib e Acquedotto lucano,  ma che i fatti hanno dimostrato che c’è un livello di governo superiore la cui assenza si fa sentire ed è quello proprio della Regione, inteso come organo di indirizzo e di programmazione e di vigilanza. Una assenza che parte da lontano ma che è tanto più avvertita ora che il governo generale della risorsa è passata in mani estranei alla Basilicata, affidata ad una spa pubblico-privato la cui gestione centralistica rischia di non cogliere appieno le esigenze e le necessità delle regioni che sono , grazie alla natura, considerate i Santuari dell’acqua. E’ emerso che , tra competenze sparse in tante autorità ed enti, nazionali e regionali,  manca un momento di sintesi regionale, capace di portare avanti una propria politca delle acque, in tutte le sue declinazioni, che vanno dalla raccolta alla distribuzione, passando per la manutenzione degli invasi, per la corretta definizione e ultimazione degli schemi idrici, al monitoraggio ed eliminazione delle perdite, al buon mantenimento degli alvei, fino ad arivare a nuovi sistemi di raccolta dell’acqua piovana che , con la progressiva siccità derivante dai cambiamenti climatici, rischia di porsi al primo posto delle nuove priorità da soddisfare.  Ora il lato debole di tutto il sistema  è indubbiamente rappresentato da un Dipartimento che negli anni non si è attrezzato per tenere sotto controllo tutti questi fattori, monitorandoli, aggiornandoli  e mettendoli a base del lavoro operativo . E non solo per la cronica mancanza di dirigenti, alcuni dei quali sono di una profesisonalità notevole, ma soprattutto per la mancanza di una regia tecnico- scientifica in grado di riordinare l’intero ciclo dell’acqua , dall’accumulo al consumo, secondo i criteri di efficienza, di uso oculato della risorsa, di difesa dell’ambiente .  Mettere insieme competenze universitarie multifattoriali,  vertici operativi delle aziende, responsabili  dei Dipartimenti interessati  , per definire, nel giro di sei mesi, un piano organico decennale di corretta gestione delle risorsa acqua, che porti ad unità i vari progetti esistenti, razionalizzi il percorso degli stessi, ne affidi le competenze operative, ne segua la realizzazione,  è un modo serio per rispondere alle gravi carenze che sono emerse. Ci sono temi che non possono risolversi a livello di uffici, quali ad esempio il mancato collaudo delle dighe lucane, il come procedere alla rimozione del sedime che ormai ingombrano gli invasi al punto da ridurne la capacità di accumulo, le norme emergenziali da suggerire al legislatore per legittimare lo sfangamento necessario del Camastra ora che c’è la finestra temporale idonea per intervenire, a monte della diga, con la rimozione parziale  dei detriti, la captazione di acqua dalle sorgenti che sia rispettoso del mantenimento dell’habitat, le norme per colpire la captazione abusiva di acqua o gli allacci abusivi lungo la rete distributiva, la gestione dei pozzi, la distribuzione della vasche di laminazione necessarie a incanalare le piene dei fiumi, e via dicendo. Su tutto questo bisogna mettersi al lavoro, con spirito unitario e senso di responsabilità, evitando posizioni strumentali, gelosie, riserve mentali , polemiche e bracci di ferro, e operando, da parte di chi governa, all’insegna di una assoluta trasparenza degli atti , ciò che distingue il buon governo dalla mera gestione di potere. Rocco Rosa