Margherita E. Torrio

 

Poco entusiasmanti le ferie di agosto e di tutta questa lunga estate, segnata da caldo opprimente, sensazione che sia un fenomeno ormai irreversibile e, per completare, da penuria d’acqua. Le telefonate tra i vicini, ‘Manca anche da voi l’acqua?’, erano prima irose, poi vagamente rassegnate. ‘Mancanza di pioggia!’. In realtà solo in parte. Fatti, vicende, casi danno la sensazione che si stiano vivendo, in questa nostra regione ricca di sorgenti  e di acqua, le prove generali del depauperamento del servizio pubblico per logiche ancora non del tutto chiare o, se vogliamo, alle prove generali, attraverso la riduzione dell’approvvigionamento di un bene che i cittadini si erano anche ulteriormente garantiti con l’esito di un referendum, di autonomia differenziata. Quello che qualcuno ritiene possa essere la risorsa su cui fondare l’autonomia di questa regione sembra, in realtà, alla mercè dei più vari appetiti. Ai cittadini, con l’autonomia differenziata  resterebbero le taniche distribuite ad orario e l’intermittenza dei rubinetti. Un altro problema? La legge di bilancio conferma le più giuste e ulteriormente gravi preoccupazioni.  Secondo la Legge di Bilancio 2025, il FSN nel 2025 crescerebbe di € 2.520 milioni (+1,9%), con  € 1.302 milioni come nuovi stanziamenti da aggiungersi ai € 1.218 milioni già assegnati dalla Manovra precedente. La Manovra, però, nonostante gli annunci, spiega il Presidente di GIMBE, Cartabellotta, non prospetta alcun rilancio progressivo del FSN, lasciando il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con risorse insufficienti per affrontare le crescenti necessità di cittadini e professionisti. IL trend del FSN mantiene infatti l’andamento consolidato sino al 2026, per poi tornare a livelli del periodo pre-pandemia. Ugualmente fuorviante le promesse del governo se pensiamo che il disegno di legge sulle prestazioni sanitarie  prevede misure a costo zero e sette decreti attuativi lasciano senza soluzione il problema delle liste di attesa. C’è uno ‘squilibrio tra domanda e offerta delle prestazioni sanitarie’. Tra l’altro, bisognerà accantonare  una quota delle risorse incrementali, per i rinnovi contrattuali relativi al periodo 2028-2030 e per il raggiungimento degli obiettivi sanitari di carattere prioritario e di rilevo nazionale.

Le Regioni, la nostra Regione, per riuscire a realizzare tutti gli obiettivi previsti dalla Legge di Bilancio 2025 per la sanità, dovranno operare scelte drastiche, razionalizzare la spesa, tagliare altri servizi, aumentare l’addizionale IRPEF. Il rischio è che l’impatto che si determinerà sulle Regioni inciderà negativamente sulla sperimentazione della riforma sulla disabilità (art. 38), sul contrasto alle dipendenze comportamentali dei giovani (art. 40), su gli accertamenti medico-legali e tossicologico-forensi (art. 41). Difficile rispondere in queste condizioni ai bisogni di salute della popolazione. Nonostante la sanità pubblica sia oggi la vera emergenza del Paese, le scelte politiche rimangono inesorabilmente in linea con quelle degli ultimi 15 anni: tutti i Governi hanno definanziato il SSN non è di questo governo la volontà e la capacità di elaborare un piano di rilancio del finanziamento pubblico, di ammodernare e riorganizzare la più grande opera pubblica del Paese.  Un tradimento dell’art. 32 della .Costituzione e dell’universalismo, dell’uguaglianza e dell’equità, princìpi fondamentali del nostro Servizio Sanitario. Uguaglianza, equità che non sono le priorità del governo mentre la Lega, in particolare, fonda le sue scelte sulla convinzione di  una presunta ingiustizia fiscale su base territoriale, che le Regioni del Sud avrebbero un residuo fiscale positivo e negativo lo avrebbero quelle del Centro-Nord. Questa evidenza servirebbe a mostrare che, pur ricevendo ingenti risorse dallo Stato centrale, il Mezzogiorno sarebbe incapace di gestirle in modo efficiente, così che la sua arretratezza sarebbe  da imputare proprio alla scarsa qualità del suo ceto politico e della sua dirigenza amministrativa. Il calcolo dei residui fiscali ha, poi, anche una connotazione per così dire etica, di matrice meritocratica, dal momento che tende a mostrare che chi produce di più (le Regioni del Nord) riceve meno servizi e che lo Stato italiano è eccessivamente generoso verso i territori più poveri.  Posta la questione in questi termini, viene dedotto che la responsabilizzazione della classe politica meridionale, da realizzarsi mediante il decentramento istituzionale, sarebbe  il solo strumento adatto a produrre sviluppo del Mezzogiorno, evitando la reiterazione dei trasferimenti su base centralizzata, rivelatisi fallimentari. In realtà la Banca d’Italia ha messo in evidenza che ‘il calcolo dei residui fiscali’ è materia che richiede molta cautela, che equivoca è la tesi della ‘ingiustizia fiscale’. Eppure da questa idea politica ed economica parte proprio la richiesta di autonomia differenziata. Ancora in questo è possibile decodificare la logica da cui parte anche il tentativo di risoluzione ‘Cassese’. Dal vistoso documento uscito dal CLEP di Cassese, tra detto, affermato e svicolato, sembra che si ritorni alla spesa storica, da un lato, dall’altro al costo della vita. Ritornerebbe, quindi, quella cosa del dopoguerra, poi detta ‘gabbie salariali’, quando nel 1945 si pensò e si accordarono, il 6 dicembre 1945, industriali e organizzazioni dei lavoratori, per la parametrazione dei salari sulla base del costo della vita nei diversi luoghi. Entrarono in vigore nel 1946, all’inizio al nord, in seguito furono estese a tutto il paese. Nel 1954 il paese intero fu diviso in quattordici zone nelle quali si applicarono salari diversi a seconda del costo della vita. Questo sistema incontrò l’ opposizione di sindacati e lavoratori, perché aveva implicitamente gravi rischi di discriminazione  e ingiustizia. Il sistema fu abolito tra il 1969, sulla spinta di forti mobilitazioni operaie, e il 1972. Ora sembra che possano essere riproposte; se ciò accadesse sarebbero inevitabili meccanismi di rincorsa inflattiva che eroderà ulteriormente il potere d’acquisto, soprattutto delle classi legate stipendi fissi, dei pensionati, delle classi più disagiate. ‘Gioco a somma negativa’ per tutto il Paese.

Se il gioco fosse quello di usare le  disuguaglianze anzi di  incrementarle, come spinta a fomentare un meccanismo competitivo, il risultato sarebbe inesorabilmente che solo pochissimi  potrebbero sopravvivere. Ancora verifichiamo che il neoliberismo e regionalismo, insieme e entrambi frutto di una visione economicista, hanno generato  individualismo, frammentazione, una nuova formula di ; capitalismo che si nutre e auto riproduce scomponendo il welfare, umiliando le scelte dei cittadini, riducendo a beni privati da gestire in borsa  quelli che sono beni di tutti, cancellando i meccanismi di tassazione progressiva, corrodendo il potere contrattuale sindacale,  destrutturando i legami sociali, a fronte di un unico interesse predominante quello di ricostruire i soli legami finalizzati alla produzione di profitto. La Basilicata esisterà e come in tutto questo?

Anche l’Autonomia differenziata s’inserisce perfettamente in questo meccanismo di frammentazione attraverso cui si favorisce un processo di accaparramento delle risorse nel quale gli interessi del capitale e del mercato sono facilitati anche dall’intervento statale, disegnando un futuro nel quale i ricchi continuano ad arricchirsi, e i poveri si impoveriscono. Un processo cannibale che non disdegna la scelta estrema della guerra. Non ci illudiamo che sia, siano lontane e non ci riguardino, o che sia ‘solo’ una guerra a pezzi. Oltre che, comunque, laceranti e distruttive,  con migliaia di morti, sofferenze, distruzioni, possono essere strumento, per eventuali governi di destra, per  mirare al superamento dei limiti, decreto dopo decreto, atto dopo atto, parola dopo parola, ignorando senso istituzionale e istituzioni anzi cercando di aggirare ogni confronto e, quindi, controllo. Ed invece nella pluralità di problemi e di situazioni veramente critiche, quel controllo dobbiamo avere la possibilità di conservare e esercitare.