Il riordino del sistema sanitario regionale è una necessità non solo e non tanto per tenere sotto controllo la spesa, ma  per dare funzionalità, efficienza ed eccellenza all’offerta sanitaria.  La strategia di assegnare ad ogni plesso ospedaliero una missione specifica e specialistica  è una strategia vincente, sempre se viene accompagnata dal fatto che non ci si debba accontentare di medici qualunque da riconvertire ,ma di figure che possano richiamare per la loro bravura e capacità utenza da regioni contermini oppure che , soddisfacendo le esigenze dell’utenza regionale, abbassano di conseguenza la necessità di ricorrere fuori. Alcune cose però debbono essere fatte per far sì che questo percorso non finisca con l’essere un ulteriore aggravio in termini di spese e di difficoltà ai cittadini che vivono in periferia. E sono a) l’accesso veloce alla diagnostica  e alla specialistica b) il potenziamento dei pronti soccorsi. Stiamo vedendo come l’accesso all’ospedale attraverso il pronto soccorso è in gran parte dettato dalla esigenza di procurarsi una diagnostica veloce e per saltare le liste d’attesa  per un esame specialistico e documentato.  Su questi aspetti altre Regioni hanno fatto meglio di noi, prima di tutte la Regione Emilia Romagna che le ha ricondotto nei  limiti fisiologici di un mese d’attesa,  aprendo gli ambulatori anche il sabato pomeriggio e la domenica e portando la diagnostica a due turni e ai gironi festivi. Questo è l’obiettivo cui tendere, ma con passaggi diversi ed intermedi , che possano anche richiamare in campo, soprattutto per la diagnostica, il potenziale privato oggi esistente e in grado di riciclarsi verso nuove funzioni di servizio. Si sono fatti notevoli passi indietro nel rapporto con il privato, e questo non è spiegabile se non in un’ottica di una sanità pubblica che ha l’ambizione di voler fare tutta da sola, ma che non si preoccupa di lasciare buchi scoperti ,che poi sono disservizi, lungaggini e sofferenza  della gente, soprattutto quella che ,per sapere se vivere o morire, deve aspettare. La nostra regione è quella che ha la minore incidenza di sanità privata. La decima parte di quella lombarda. Ma nonostante questo, la si confina in angoli che non hanno prospettiva di futuro, determinando , soprattutto in periferia, un grande disagio da parte dei cittadini.  MI chiedo, fatto cento il costo calcolato di una prestazione pubblica, se il privato riesce a darla a ottanta, non ci guadagniamo tutti? Il problema è che ci si rifiuta di calcolare questo cento per paura di affrontare alcune verità.