di IDA LEONE

Ho sentito e letto da piú fonti giornalistiche che accanto ai 281 morti nel crollo delle proprie abitazioni, ci sono anche almeno 220 persone estratte vive dalle macerie. É un numero enorme, una proporzione di poco inferiore al 50% del totale dei coinvolti, che avrebbe reso il bilancio ben piú grave, se non fossero stati salvati dalla straordinaria competente efficienza della macchina dei soccorsi, e dalla abnegazione impagabile di uomini e cani. Non sono in grado di dire se sia sempre così, ma di certo é stato cosí stavolta, e mi é parsa una notizia insperatamente positiva, un raggio di sole nel buio, a cui non é stato dato il rilievo che secondo me meritava.

Peró.

Nel suo libro “I sommersi e i salvati”, Primo Levi esamina con la consueta cruda luciditá il peso paradossale ed insostenibile della propria coscienza per essere sopravvissuto, nella tragedia del lager, invece di essere morto come tanti. Perché proprio io? Sono stato solo fortunato (la laurea in chimica era richiesta dalle SS, parlavo un po’ di tedesco) oppure – ed é questo il peso maggiore – sono sopravvissuto a spese di qualcun altro, sgomitando piú forte alla distribuzione del cibo, o trovando dell’acqua e non dividendola con nessuno? Nelle terribili “selezioni” tedesche a Buna – Monowitz, il mio numero é stato scambiato con quello di un altro, che é andato in gas al posto mio?
Un meccanismo mentale di colpa indotta e postuma, possibile ovviamente solo in teste raffinate ed estremamente sensibili, un senso di colpa paradossale che rode come un tarlo e alla fine potrebbe aver portato a decisioni estreme (Primo Levi, come é noto, é morto cadendo nella tromba delle scale di casa sua nel 1987, e resta ancora oggi il dubbio se la caduta sia stata accidentale o volontaria).

Chi é stato estratto vivo dalle macerie rischia di perdersi negli stessi labirinti? Perché io e non mia sorella, che dormiva nel letto accanto al mio? Saremmo morti, se la nonna non ci avesse buttati sotto al letto. Peró la nonna non c’é piú, i nipoti sono sopravvissuti. Ho avuto la forza di farmi sentire dai soccorritori, mia moglie no, e io non l’ho fatto anche per lei. Il peso delle macerie mi ha schiacciato sopra mio padre, io avevo aria per respirare, lui no. Meritavo di sopravvivere, di essere sentito dai cani, di essere tirato fuori dal buco di pietre in cui sono sprofondato con un rombo alle 3:34 del 24 agosto 2016?

Il difficile comincia adesso, per chi ha visto la morte in faccia e se l’é cavata.
Comincia adesso anche per chi si é salvato, e ora siede davanti al cumulo di pietre che era casa sua, e non vuole andarsene.
Ma di questo proveremo a raccontare un’altra volta.