Ancora uno spettacolo teatrale dell’instancabile Dino Becagli che mette insieme, con abilità straordinaria, situazioni diverse e le armonizza ricorrendo anche a sperimentate voci canore che intrecciano racconti e storie legate al fenomeno dell’emigrazione oggi più che mai tornata drammaticamente attuale perché il nostro Paese è, a parti invertite, è diventato luogo privilegiato di accoglienza, con non pochi problemi.
E così tornano ad essere raccontate pagine vecchie con immagini non del tutto dimenticate di treni affollati oltre ogni dire, di valigie di cartone, di sofferenze e di pene, di prepotenze, di conquiste ottenute con la tenacia, di faticose integrazioni, di nuovi modi di vivere, di nostalgie per i luoghi di origine, di echi e suoni cari all’anima, e di tanto altro ancora. Tutto contenuto, con attenzione, precisione, perizia, nella pièce “Emigrant” che risulta varia e come alleggerita dai molti e diversificati interventi che non si sovrappongono ma scivolano via con differenza di toni e di modalità espressive a segnare taluni aspetti dell’esistenza. E allora possiamo ripetere, senza tema di smentita, che “Il teatro è la vita” e che non si tratta semplicemente della rappresentazione, più o meno fedele, della realtà perché assume un ruolo importante e si fa vero e proprio laboratorio delle tante situazioni, sovente difficili da capire o almeno strane, che il contesto sociale dei nostri tormentati giorni, sempre meno lineare, e anzi piuttosto contorto e difficile da decifrare, presenta con incongruenza, presupponenza, prepotenza e sempre più lontano non solo dalla ricerca della concordia ma anche dalla volontà di ricercare ovunque nemici da combattere.
Il teatro rappresenta tutto questo e coinvolge direttamente la sfera affettiva dello spettatore che diventa co-attore e sperimenta nuove sensazioni, stati d’animo diversi, emozioni semplici e profonde, sentimenti sinceri, situazioni conflittuali complesse.
In tutte le storie Becagli, che conosce bene l’animo umano per aver calcato le scene fin da giovanissimo con i suoi memorabili recitals ed è scrupoloso, attento, rigoroso fino all’acribia, cerca e trova punti di congiunzione ed elementi di riflessione per evidenziarli e non è mai arco, anche se discreto, di suggerimenti e di indicazioni. Lo fa, come di consueto con garbo e delicatezza, attento a non urtare la sensibilità di ciascuno, nella consapevolezza del senso di responsabilità dei suoi collaboratori e con la prudenza che sempre si richiede a chi guida e dirige.
Ed è questo, da sempre, il teatro di Dino Becagli che ricerca continuamente la linea della leggerezza comunicativa nella diversità delle riproposizioni e nella varietà tematico-argomentativa e che rifugge dalla pesantezza letteraria con il chiaro intento di un accentuato avvicinamento al tessuto popolare ricorrendo ad un linguaggio che sappia piegarsi e che si lasci plasmare, in stretta relazione e comunione con le situazioni che racconta. E sorprende e stupisce ogni volta riproponendosi in linea con il passato eppure sempre nuovo. E proprio la “leggerezza pensosa” o la “pensosità leggera” rendono efficaci e fortemente comunicative ed impressive le parole, sempre scelte con cura dai protagonisti che assumono tutti il ruolo di mattatori, grazie all’intelligente lavoro del regista che diventa il ‘primus inter pares”, sapendosi eclissare al momento opportuno e facendo avvertire la sua preziosa presenza tutte le volte che occorre. Per questo i dialoghi risultano aperti e tematicamente molto vari sempre sulla stessa linea di congiunzione e ripropongono situazioni ora semplici, ora anche complicate ma mai banali, talvolta difficili e contorte, nevrotiche fin anche e tipiche della contemporaneità, bisognose di essere disambiguate con attenzione, in quadri che evidenziano, a tutto tondo, condizioni di ordinaria mediocrità, contraddizioni, magari anche un po’ speciose, processi di adeguamento al nuovo e al diverso.
E intanto siamo già in attesa dei prossimi lavori.
