E’ UN COVID, E’ UN COVID! ATTENZIONE ! ALLONTANARSI!
Sentirsi additati col nome di una malattia che sta mietendo ed ha mietuto tante vittime negli ultimi mesi è una strana sensazione. Difficilmente dimenticherò le tute spaziali degli infermieri che sono venuti a prelevarmi per portarmi…. nel girone degli untori. Sì, perché è così che si viene trattati in ospedale quando arrivi per sospetto Covid.
E bene ho fatto – ho pensato- a raggiungerli all’incrocio sotto casa per evitare che mio figlio assistesse alla scena surreale. Le sue lacrime alla notizia del mio ricovero furono premonitrici del rischio di contraccolpi psicologici che gli stavo facendo correre nel vedere il padre scortato da un alieno verso un luogo a lui ignoto.
L’infermiere sull’ambulanza, durante il tragitto, mi guardava attraverso la mascherina e, scrutandomi negli occhi, aveva capito che l’incertezza e lo scoramento che la situazione aveva generato in me dovevano essere sciolte attraverso il dialogo.
E così mentre gli parlavo di come la febbre, schizzata in alto durante un ferragosto al mare, aveva fatto esplodere una tosse che mi accompagnava da quasi una settimana, mi rendevo conto di come, ai suoi occhi, la cosa non rilevasse più di tanto perché, di questi tempi, un problema polmonare ( i sintomi erano diventati quelli) non poteva che essere visto come l’attacco del tanto famigerato virus.
Tutto sommato, però, il tono della sua voce era calmo, tranquillo, tanto che ne avvertivo una certa vicinanza. L’arrivo al pronto soccorso fu, però, ben differente.
La concitazione del momento si trasformò ben presto in aperta ostilità di un’ infermiera alla notizia che, circa dieci giorni prima, ero andato ADDIRITTURA ad Ischia. Mi sono sentito accusato di una cosa ingiusta.
- Guardi che io non ho contravvenuto a nessuna disposizione normativa andando ad Ischia dove, peraltro, ho sempre tenuto la mascherina!
- E si,voi ve ne andate a divertirvi e noi qui in ospedale a lavorare !Perché andare in discoteca o nei luoghi affollati è un atto responsabile?
- In discoteca? – l’affermazione mi sbalordì – Ma le pare che io, a 45 anni, vada in discoteca?
- Va beh, mica sei vecchio – mi rispose l’infermiera, a cui la mascherina non riusciva a nascondere gli occhi incorniciati, improvvisamente, in uno sguardo amichevole – io ne ho 44.
Era il preludio di una distensione.
Mi si avvicinò spiegandomi che avrei iniziato il “percorso Covid”: subito il tampone, poi valutazione dell’ossigenazione del sangue sotto sforzo e infine TAC torace.
Il tampone faringeo fu piuttosto agevole, accompagnato solo ad un breve conato di vomito; quello nasale un po’ più fastidioso.
- Ti infilerò questo bastoncino lungo la cavità nasale, non preoccuparti.
- Non mi bucare il cervello – risposi scherzando.
Dopo circa mezz’ora in un angolo, avvolto da una coperta termica, dal quale vedevo le ambulanze arrivare, gli infermieri guardarmi sospettosamente insieme a qualche curioso che si affacciava con curiosità inorridita, mi vennero a prelevare due operatori: uno spingeva la sedia a rotelle, che nel frattempo avevo occupato, e un altro spruzzava disinfettante dopo il mio passaggio.
Arrivammo alla sala Tac. Nessuno mi spiegava il perché di quell’esame né io avevo il coraggio di violare la barriera eretta dagli operatori contro l’untore.
Subito dopo, direzione “Reparto Covid”.
Qui mi accolse un’infermiera che, con le dovute protezioni, mi fece entrare in una stanza vuota e stendere sul letto e, dopo aver collegato il mio dito indice a un apparecchio attaccato a un monitor, mi annunciò che non sarebbe più passata fino al mattino seguente.
- Da ora non entra più nessuno in questa stanza, se ha bisogno chiami lei e noi le risponderemo visualizzandola nel monitor di fronte al letto.
Mi sentivo un appestato, un attentatore di vite altrui, come se avessi una colpa imperdonabile. Ma che ho fatto, in fondo? – mi chiedevo – Di quale inescusabile colpa mi sono macchiato?
Il fatto che fossi andato in vacanza e fossi stato comunque accorto era davvero un peccato intollerabile?
Non mi era sembrato fino a quel momento ma, in fondo, capivo come per uscire definitivamente da una situazione sanitaria catastrofica fosse necessario, probabilmente, un ulteriore sforzo. Ma queste cose andrebbero normate a livello nazionale, mi rispondevo.
Ci vorrebbe maggiore chiarezza, pensavo tra me e me, mentre cercavo di prendere sonno. Impresa impossibile a causa dei trilli che la macchina emetteva quando un valore si sfasava rispetto al range stabilito.
Passai buona parte della notte a cercare di capire quale valore potesse essere interessato. Il numero di battiti cardiaci? Mi sforzai di fare attenzione a che si mantenessero costanti nel tempo. Decisi, nella completa solitudine della stanza, di mettere una mano sulla giugulare e tentare di monitorarli per mantenerli costanti. I miei sforzi erano intervallati da allarmi che risuonavano così forti che era impossibile pensare di poter dormire.
Durante la notte, non ho idea di che ora potesse essersi fatta, arrivò un infermiere che, nonostante la bardatura, mi sembrava un coetaneo che potesse capirmi.
- Ti prego, non sarebbe possibile staccare questa macchina infernale? E’ davvero insopportabile!
- Guarda, monitora dei valori che non possiamo non tenere sotto controllo. Ti abbasso il volume così riuscirai a riposare.
Ma è quando mi staccavo il controller dal dito che cominciava a suonare come un ossesso.
-Poco male – pensai – se ne faranno una ragione: DEVO ANDARE N BAGNO, NON CE LA FACCIO PIU’.
La notte trascorse completamente in bianco, tra un trillo ed il pulsare del mio cuore, monitorato in un elettrocardiogramma continuo.
La mattina seguente arrivò il risultato del tampone: NEGATIVO.
- E mi avete trattato come un untore…. – pensai tra me e me con una nota polemica, quasi dovessi giustificare il ritorno ad una vita che non era certo dissennata ed irrispettosa delle prescrizione imposte. Perché se è vero che non bisogna buttare all’aria gli sforzi fatti in questi mesi è altrettanto vero che è necessario cercare una convivenza con una malattia che ci accompagnerà almeno fino alla scoperta di un vaccino.
Questi pensieri mi accompagnarono per il tempo in cui mi diressi verso un corridoio vuoto nel quale erano visibili solo stanze chiuse, sbarrate.
Il trasferimento nel reparto di pneumologia significava la fine di un incubo il cui protagonista era un virus dai tentacoli adunchi che scuotono l’immaginazione della popolazione mondiale e che, assai perfidamente, si annida tra ciò che ci rende umani: gli abbracci. Stiamo perdendo l’abitudine al contatto, il manifestarci la gioia di incontrarci attraverso lo stringersi, l’avvicinarsi, un lieve bacio sulla guancia,lo sfiorare il viso delicato di un’amica. Mi sovvengono, in questo momento, le parole del nostro presidente del consiglio durante la dichiarazione di lock down: Ci allontaniamo ora per stringerci, poi, più forte.
Ma più di ogni cosa, ora, risuonano nella mia mente felice le parole di mio figlio che, dopo la telefonata al 118, tutto impaurito, chiese a mia moglie:
- Mamma ma mica muore, papà?
- Ma no, va solo in ospedale a curarsi. Non ti devi preoccupare.
E qui, la spontaneità fanciullesca raggiunse il suo apice:
- Eh… sai com’è… a me è già morto il pesce la settimana scorsa ….
