GIOVANNI BENEDETTO
In attesa delle prossime scadenze i partiti premiati dall’elettorato preparano le strategie per stringere accordi politici o programmatici con altre forze per offrire al Capo dello Stato una garanzia di un governo stabile.Tutti i commentatori politici sono impegnati a fare previsioni, interpretazioni, ipotesi o suggerimenti alle forze politiche di come comportarsi per rispettare i risultati elettorali senza tradire le promesse fatte e mantenere un comportamento conseguenziale. Le due prossime settimane servono per riflettere sulla strada da prendere per dare una risposta sul tema della governabilità: prima con la elezione dei presidenti delle due Camere per dare piena espressione al mandato parlamentare, e poi con la formazione del primo governo della legislatura. Il compito non è agevole per nessuna di esse per il semplice fatto che nessun partito o coalizione ha raggiunto la maggioranza assoluta e, proprio in virtù di questa difficoltà oggettiva, il Capo dello Stato in una sua esternazione, ha fatto appello a tutte le forze politiche a una maggiore responsabilità: tradotto vuole dire di pensare più agli interessi generali della comunità ( Stato) che a quello dei singoli partiti facendo ciascuno un piccolo passo indietro. Le prime dichiarazioni a caldo dei capi partito non vanno proprio in tal senso ciascun capo dei due partiti vincenti ha dichiarato di essere pronto a governare senza né avere la maggioranza né fatto salire sul proprio carro compagni di viaggio che diano loro i numeri sufficienti, il partito che ha perso, che costitusce l’ago della bilancia, ha dichiarato invece di non volersi accasare con nessuno e quindi di andare all’opposizione. Ma sono dichiarazioni di facciata che al momento creano una momentanea situazione di stallo. Nella prossima settimana si metterà in moto la diplomazia per rimuovere i muri, abbattere, se possibile, le pregiudiziali e sedersi davanti a un tavolo per discutere sul da farsi.
In questo quadro così confuso e apparentemente privo di sbocchi, c’è da chiedersi come un partito che abbia perso, segnatamente il pd, può andare incontro all’invito del presidente di fare solo ed esclusivamente gli interessi del Paese, che sono quelli di avere un governo che governi , contemperando i rispettivi punti di vista sulle questioni di una certa importanza. Da una parte c’è l’esempio della Germania dove persone come Schultz hanno sacrificato il proprio interesse di bottega andando ad un accordo con la Merkel, dopo sei mesi di trattativa. Il bello di essere tedeschi! Dall’altra c’è il rischio di rimanere fagocitati dalla volontà del partito più grande, prendendosi i suoi fallimenti e pagando anche per le cose per cui hanno vinto la campagna elettorale e non sono riusciti ad attuare. Insomma, un pasticcio! Un pasticcio peraltro complicato dal fatto che bisogna preliminarmente chiarire il dubbio di quale forza ha diritto di chiedere la governabilitaà. chi tiene più voti ( ma non la maggioranza) come coalizione, o chi tiene più voti ( ma non la maggioranza come partito. Che cosa è più indicativo per il Capo dello Stato : i voti sommati di una coalizione che peraltro è divisa su tutto o i voti di un singolo partito che da solo ha preso un terzo dei consensi espressi dagli italiani?
