di FABIO AMENDOLARA

Barile, 1997, 11 novembre. Un uomo con il volto coperto fa salire su un furgone un ragazzino di 16 anni, lo uccide con un colpo di pistola alla nuca e butta il corpo in un dirupo a quattro chilometri dal paese. Poi chiede il riscatto al padre. Sono passati quasi 20 anni. A Donato Cefola hanno intitolato uno stadio e un premio letterario. Ma la Basilicata l’ha dimenticato. Ogni volta che c’è un incontro pubblico sulla legalità saltano fuori i nomi dei casi che hanno ferito al cuore questa regione. Tutti. Tranne quello di Donato. E a dire il vero è l’intera stagione dei sequestri ad essere stata cancellata dalla storia. In quanti ricordano il rapimento di Paul Getti Junior? E quello dell’imprenditore di Massafra Cataldo Albanese ritrovato poi a Metaponto? E quello dell’industriale di Legnano Vittorio Colombo? Hanno tutti a che fare in qualche modo con la Basilicata. Come il “rapimento” del gioielliere siciliano Claudio Fiorentino, il cui riscatto viene recuperato a Maratea nel serbatoio di un’auto guidata da un diplomatico maltese (intrigo ancora tutto da esplorare). Nulla in comune con il caso del piccolo Donato, rapito invece da balordi con l’aiuto di un commerciante in disgrazia che era anche un vicino di casa. Era coinvolta anche una “telefonista”, una donna che – stando alla ricostruzione fatta all’epoca dagli investigatori – avrebbe attirato Donato nella trappola.

l’infografica pubblicata all’epoca dal Corriere della Sera

Uno dei sequestratori improvvisati uccide Donato, “involontariamente”, disse durante il suo interrogatorio. Poi cercò di giustificarsi dicendo che i mandanti erano criminali di Cerignola. Nei fascicoli di quell’inchiesta non c’è traccia di criminalità organizzata. C’è la prova invece della follia di chi voleva rapire Donato per chiedere un riscatto e invece l’ha ucciso. A Barile si precipitano gli inviati dei grandi quotidiani nazionali. Le cronache sono di Fulvio Bufi sul Corriere della Sera e di Pantaleone Sergi su Repubblica (uniche tracce online di quanto accadde 19 anni fa).

Il caso di Donato Cefola apre la prima pagina del Corriere della Sera

Donato raggiunge Venosa, dove frequenta il secondo anno di ragioneria, insieme al papà (che lavora lì in banca). Lì entra in scena “l’uomo del Fiorino”. L’amico, al bar Prago, gli parla forse di una donna, una donna che da 15 giorni “insegue” per telefono Donato. Lo studente cade nella rete. Sale sul Fiorino e va incontro alla morte. Sul tragitto spunta l’uomo con passamontagna e pistola. Donato viene legato e imbavagliato. Poi viene buttato nel vano di carico. Riconosce anche l’uomo col passamontagna, tenta di liberarsi, minaccia, tanto che il rapitore ha paura – è la ricostruzione del quotidiano la Repubblica – e lo uccide con un colpo alla nuca a sangue freddo? Oppure, come raccontano i due fermati, il colpo parte accidentalmente? Sta di fatto che i due portano il cadavere in località Catavatta di Barile. Senza però demordere tentano di ottenere un riscatto. Uno dei due, nel primo pomeriggio, mette un foglietto sotto il tergicristalli della Panda del papà di Donato: “Prepara quattrocento milioni o venderemo tuo figlio ai trafficanti di organi umani”. Tre stili di scrittura, tre penne di colore diverso, verde rosso e blu. Scatta l’allarme. Il vicino di casa di Donato viene bloccato. Stretto al muro delle contestazioni ammette. Crolla anche il complice e si arriva al cadavere. Donato è stato ucciso da balordi. Il caso è chiuso. Per sempre.