IDA LEONE

Scendendo dalla scaletta dell’aereo si viene investiti da un pungente odore di mare e di porto, un odore antico che non sentivo piú da tanto, di vento e vele, pesce vivo, gomene e pece delle barche. E in cittá è difficile non rendersi conto degli stridi dei gabbiani che passano alti nel cielo brumoso.

Edimburgo é una vecchia rugosa città (di mare) che non prova nemmeno a nascondere la sua vecchiaia e le sue rughe. Anche perchè le tiene benissimo, le rughe. Tutti palazzi piú antichi sono fatti di questa strana pietra grigiastra, scura, di origine lavica, e di origine lavica e non di rado di manifattura medievale sono le tegole dei tetti, i basoli delle strade, le pedate delle scalinate. Un fascino non facilmente descrivibile, ma la sensazione é quella di essere immersi in una favola, Biancaneve, o Harry Potter. Piazzette pavimentate o brecciate, vicoli stretti come angiporti che sbucano in angoli dimenticati, nei quali gli studenti fumano, ridono o si baciano. In mezzo ai castelli, veri o finti, alle cattedrali e chiese in “puro stile falso gotico scozzese”, mi ha detto una simpatica guida locale, ci sono palazzi  moderni o modernissimi, che curiosamente non stridono con la pietra scura. E in mezzo alle strade, alle case, ai palazzi, ci sono gli scozzesi, ci sono gli edimburghesi, ci sono gli studenti e gli operatori culturali e i pubblici di ogni parte del mondo.

Giá, perchè Agosto a Edinburgh é IL mese del Festival. Che in realtá non é uno solo, ce ne sono tre o quattro che si accavallano e si rincorrono. Curioso: noi discutiamo da anni della destagionalizzazione, e qui concentrano centinaia di eventi, forse migliaia, in un solo mese, lasciando desolatamente vuoti tutti gli altri. Il tempo atmosferico qui é ostile, mi spiegano. E in effetti é Agosto e ci sono solo 15-18 gradi, e pioviggina. In primavera o in autunno le raffiche di vento e la pioggia lascerebbero ben poco spazio alle attivitá all’aperto, e l’inverno, beh, l’inverno é nordico, e nevoso.

Alloggio in uno studentato universitario, la cui sede principale é nell’ennesimo castello di Hansel e Gretel. Il verde é ben curato, ma non con la maniacale precisione americana. La mia chiave, digitale, deve essere usata  anche per aprire il portone d’ingresso nel palazzo dove c’é il mio alloggio, per far funzionare l’ascensore, e volendo potrei usarla per accedere alla sala lavatrice, alla sala svaghi (c’é un tavolo da ping pong) e per accedere alla mensa. A colazione lo faccio. La mensa consente di dar da mangiare letteralmente ad un esercito: la mattina, per le colazioni, circolano non meno di 150 persone, senza che questa dia la sensazione della folla. Vi si trova cibo da colazione di ogni cultura del mondo, e si sentono voci in tutte le lingue del mondo. Gli italiani non hanno bisogno di aprire bocca, si riconoscono a vista: sono gli unici con piumini leggeri abbottonati fino al collo, manco dovessero partire per l’Antartide, e le signore sono le uniche che hanno i foulard abbinati agli orecchini o alla borsa. Mentre mangio roba strana, faccio scommesse con me stessa sulle nazionalitá di chi mi passa davanti, e con gli italiani non sbaglio mai.

“Ma non avete paura del terrorismo?” chiedo ai tassisti che mi aiutano a raggiungere i luoghi dei miei appuntamenti. Abbiamo dolorosamente imparato che gli assembramenti possono essere rischiosi, nel cuore dell’Europa continentale. “No”, mi rispondono con una faccia sinceramente stupita, come se l’unicitá scozzese, lo spirito indipendente, la multietnicitá conclamata, li mettesse al riparo dalla cattiveria del mondo. La zona universitaria in effetti è un crocevia di mondo, é un’isola che regala una primigenia idea di felicitá semplice, in mezzo ad un fiume di birra. Ad ogni angolo ci sono baracchini che la vendono, da sola o insieme a cose epatokiller tipo patate fritte o hamburger di montone. Certo tanta roba alcolica non puó non avere conseguenze sulla quiete pubblica, ma adesso   é pomeriggio, c’é perfino un raggio di sole, il mio lavoro scorre per il verso giusto, i ragazzi sono simpatici, gentili e buffi, perfino un po’ pazzi, come giullari di corte. C’é una atmosfera rilassata e serena.

La felicitá é qui. Il resto puó attendere.

[nella prossima puntata: l’idea di Europa che ci si fa guardando tanto teatro, all’Edinburgh Fringe Festival]