MICHELE PETRUZZO

Elly Schlein è la nuova Segretaria del Partito Democratico. Sorridente ed emozionata, ha subito espresso parole di ringraziamento nel suo primo discorso da Segretaria nazionale: “Vi sono immensamente grata, perché insieme abbiamo fatto una piccola grande rivoluzione. Anche questa volta non ci hanno visto arrivare”. Difficile darle torto, trattandosi di un risultato tutt’altro che scontato, che ha fatto immediatamente accendere i riflettori della stampa italiana ed estera, dei militanti e della pubblica opinione. Questo perché la sua vittoria rappresenta e implica un’importante svolta a sinistra del partito, che per troppo tempo ha mantenuto il suo baricentro fermo al centro. Ed è stato proprio questo, negli ultimi anni, uno dei principali motivi dell’allontanamento dei simpatizzanti e dei militanti storici da tale forza politica. Non è un caso, infatti, che a sostenere e votare l’ex Vicepresidente dell’Emilia-Romagna siano stati anche e soprattutto i non iscritti. Durante le febbrili ore della giornata delle primarie, l’elevato numero di votanti non iscritti lasciava già presagire una possibile sorpresa. E così è stato. E ciò significa che, nonostante tutto, c’è un popolo di sinistra vivo, che chiede rappresentanza e che risponde presente quando l’offerta della politica non è mediocre, come spesso è accaduto in passato.

Una cosa è certa: Elly Schlein ha vinto perché ha saputo incarnare la profonda necessità di cambiamento che l’elettorato avvertiva e denunciava ormai da tempo. E questo è stato riconosciuto e ammesso anche dal suo sfidante Stefano Bonaccini, il quale ha dichiarato: “Certamente lei è stata più capace di me di dare un senso di rinnovamento e di innovazione al Partito Democratico”. 

Schlein ha vinto perché è stata capace di portare a sintesi teorica le istanze progressiste più sentite e urgenti nella sua candidatura: femminismo, ecologismo, lotta contro la precarietà e il lavoro povero. Parole e campi semantici importanti, ingombranti e non scontati, che molti esponenti di questo partito hanno avuto spesso paura di pronunciare. Ed era esattamente questo lo scatto di maturità politico-ideologica che l’elettorato chiedeva ai vertici. Interessante e degno di nota il fatto che l’unica a riuscire in questa complessa operazione sia stata una figura proveniente dall’esterno; perché se da una parte è vero che Elly Schlein è una “nativa democratica” – come lei stessa si è autodefinita – avendo iniziato a far politica tra le file democratiche, dall’altra è anche vero che è uscita dal PD nel lontano 2016, seguendo altre strade, appunto a sinistra di questo partito. L’ex eurodeputata non ha avuto timore di utilizzare la parola “sinistra”, mostrando le sue serie intenzioni di ricostruirla. La sensazione diffusa, dunque, è quella di un netto cambio di rotta, arrivato dopo anni di stasi e di prudenza (spesso eccessiva). Giovane e radicale. Non poteva esserci profilo migliore per la guida di un partito che necessita di aria nuova per poter sfidare la destra. La nebbia inizia finalmente a diradarsi e l’orizzonte non appare più così spaventosamente indefinito.