Ci sono figure che non si scordano, perché lasciano un segno del loro passaggio: nelle cose che fanno, ma soprattutto per quelle che sono “dentro”. Io ho avuto l’onore di conoscere, nella stessa famiglia, due figure, uguali e complementari: Ester Scardaccione ed il padre, Decio. Non si può parlare completamente di uno senza parlare dell’altro, perché sono stati sempre insieme e insieme sono morti , nello stesso momento, anche se l’uno a distanza di tempo dall’altra. Sono stati insieme per modo di pensare: alto, impegnato, di chi ha una visione delle cose e dei fatti come se fosse su uno sgabello rispetto ad altri, nel senso di una capacità di vedere lontano e, vedendo lontano, di abbracciare e coinvolgere la comunità che gli è intorno. Quando era “solo” la spalla di suo padre, sapeva stare nell’ombra, con quel ruolo che le donne che contano sanno giocare , tra uno sguardo affettuoso, un intervento pacato nei momenti di tensione, l’apertura di una prospettiva diversa che riportava tutti ad interrogarsi e a calibrare le decisioni. Anni belli, puliti, dove per chi ama la vera politica fatta di servizio e di idee, era come andare a scuola. E c’erano, da questa parte della Democrazia Cristiana, insegnanti del valore di Marcora ,Galloni, Zaccagnini, Granelli, e poi Decio Scardaccione. E in quella casa di Sant’Arcangelo, come nell’ufficio elettorale di Via Mazzini, lei era l’anima, la più semplice e la più genuina, quella che più di tutti usava un “noi” coinvolgente e identitario. Ma in quella donna non c’era solo devozione per il padre e il marito: c’era riflessione , capacità di ascolto, c’era impegno, c’era ideale, c’era progetto . E quando è stata chiamata a reggere la Commissione pari opportunità è uscito il protagonismo di una puledra di razza, mai seduta su quella sedia, sempre in movimento per chiedere, proporre, protestare, organizzare. E sono venute fuori cose che hanno anticipato la politica nazionale: il lavoro delle donne, soprattutto quello meno tutelato, lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, la tematica delle ragazze madri, e poi l’accoglienza, la formazione. Una combattente che aveva il solo unico rovello: fare le cose in fretta, come se non avesse tempo o come se presagisse di non averne. E invece il tempo le ha donato quello che poche persone riescono ad avere: un ricordo vivido, perenne, affettuoso, fraterno da parte di chi l’ha conosciuto. E ti saluto così, Ester, con il sorriso di chi la sera ti salutava sapendo che il giorno dopo saresti stata la prima a dare la sveglia ad una Istituzione che non era ancora invecchiata e aveva voglia di muoversi.
Rocco Rosa
OGGI , SALA A DEL CONSIGLIO REGIONALE 11,30
