Ettore Capoluongo, la medicina personalizzata nella cura del “male”
Scritto da Lucia Lapenta

Omogeneizzare e uniformare le strategie di analisi. Standardizzare le diagnosi e personalizzare le cure.

È in questa direzione che la medicina del prossimo futuro va sempre con maggiore intensità concentrandosi perché ai malati oncologici si possa finalmente dare, attraverso l’accuratezza, la precocità e l’affidabilità della diagnostica, una speranza concreta di guarigione. O, se non altro, la garanzia di una migliore qualità della vita, consci della natura unica e irripetibile dell’essere umano.

Ed è proprio sulla “cancer molecular phenotype”, sull’uniformità delle linee guide che ogni laboratorio dovrà adottare e sull’individuazione dei bio-marcatori utili a individuare precocemente le varie forme tumorali che, con grande abnegazione, sta lavorando un giovane ricercatore lucano, insieme allo staff di biologi molecolari clinici di cui è responsabile al Dipartimento di Medicina di laboratorio dell’Università Cattolica – Policlinico Gemelli di Roma.

I dati disponibili permettono di ipotizzare che, oggi, anche le malattie monogeniche esitino in fenotipi variabili a causa di una serie di “geni modificatori” che risentono dei fattori ambientali e sociali (che incidono per più del 50%). Di ciò, Ettore Capoluongo, potentino di 40 anni, ne è da tempo convinto: l’approccio alle cure, fino ad oggi basato sull’evidence based medicine, dovrà in futuro essere integrato con le conoscenze del contesto biologico-individuale (“pathway”) caratteristico di ciascuna neoplasia. Si dovrà di fatto passare ad una sorta di “evidence based molecular medicine”.

Da sempre attratto dallo studio del corpo umano, Capoluongo si è formato presso il Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco” di Potenza e, subito dopo la maturità non ha avuto alcuna esitazione: si iscrive in Scienze Biologiche alla Federico II di Napoli, superando brillantemente la selettività accademica della scuola partenopea.

Nel 1998 si specializza in Patologia Clinica presso “La Sapienza” di Roma apprendendo i segreti del mestiere direttamente da Franco Ameglio, patologo clinico doc e frequentando per quattro anni, dal 1996 al 1999 come contrattista ricercatore, il laboratorio di Patologia Clinica del San Gallicano.“L’impostazione del metodo sperimentale, ancor più rafforzatosi sotto la guida del suo attuale direttore (Prof. B. Giardina) – conferma Capoluongo recentemente eletto coordinatore nazionale del Gruppo di studi sulle ‘Applicazioni diagnostiche della biologia molecolare clinica’ del SIBioC, la principale tra le società scientifiche di diagnostica di laboratorio – unita alla capacità critica e all’intuizione scientifica: sono queste le uniche ma insostituibili caratteristiche che fanno, di un ricercatore, un vero professionista. Nel campo della ricerca clinica o, meglio, applicata, è, infatti, essenziale che l’intuizione abbia basi solide per potersi concretizzare in valide strategie di applicazione terapeutica”.

Anno dopo anno, una ricerca dopo l’altra, centinaia tra pubblicazioni e altrettanti interventi in convegni internazionali gli valgono la nomina, nel 2000, a Direttore del Laboratorio di Patologia Clinica dell’ ospedale “L’Immacolata” dell’Università Cattolica e di Responsabile dell’U.O.S. di Diagnostica molecolare Clinica del Dipartimento di Medicina di Laboratorio del Policlinico “A. Gemelli” di Roma. Nel 2010, infine, si specializza in Genetica Medica presso l’Università TorVergata di Roma.

La sua preparazione, si perfeziona negli Stati Uniti, dove, nel 2009, si reca come Visiting Professor: da questa esperienza,m l’apprezzamento per le sue qualità di ricercatore, fanno si che lo stesso Capoluongo instauri numerose collaborazioni anche con altri prestigiosi centri di eccellenza come L’NIH di Bethesda. Ma, nonostante la forte tentazione di rimanere per periodi più lunghi in tali Centri fortemente dotati tecnologicamente, e che vivono una situazione nettamente più favorevole per il continuo aggiornamento delle tecnologie e per la enorme disponibilità di fondi, anno grazie ai cospicui investimenti degli stessi Atenei il giovane lucano preferisce restare in Italia dove, oltre alla famiglia, lo attendono un gruppo di studio costituito da validissimi giovani ricercatori e numerosi progetti di ricerca da coordinare (come quello che ha dato vita ad una importante ricerca che potrebbe aprire la strada a nuove terapie antiinfiammatorie nelle patologie respiratorie critiche in età pediatrica).

“Da quattro anni – sottolinea il ricercatore che nel 2001 acquisisce anche il PhD in Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica – stiamo lavorando su un progetto finanziato dal Ministero della Sanità che ha come obiettivo l’individuazione dei fattori genetici ed epigenetici del melanoma. Una parete di questo studio, coordinata proprio da Capoluongo, è stata effettuata presso mi Laboratori statunitensi. I risultati, ottenuti, lasciano sperare nella possibile individuazione di alcuni nuovi potenziali biomarcatori che, se validati e confermati, potrebbero essere impiegati anche come bersagli per le terapie.

La ricerca sta facendo passi enormi in questo campo, anche grazie allo sviluppo di tecnologie sempre più avanzate che dovrebbero permettere entro il 2025 la decodifica della maggior parte delle interazioni tra genoma, epigenoma, proteoma e di capire anche gli effetti dell’ambiente in senso lato, nel modulare tali interazioni. Ciò consente di essere ottimisti circa il progresso delle conoscenze in un ambito, come il cancro, molto complesso da decodificare. Certo, bisogna fare ancora molto sul versante della diagnostica preventiva, sulla sperimentazione dei farmaci biologici e la validazione di nuovi marcatori, non solo diagnostici ma anche utili per una approccio di terapia mirata.

La strada perché il “male oscuro” non possa fare più paura è ancora lunga. Ma, oltre a non dare mai niente per scontato, la fiducia nei mezzi e nelle menti come quella del ricercatore lucano può realmente essere la chiave di volta.