Il fallimento della scuola in basilicata è forse la cosa che colpisce di più le generazioni meno giovani perché, essendo testimoni dirette di una funzione svolta al massimo livello e col massimo di serietà, oggi possono valutare il percorso di discesa che le istituzioni scolastiche lucane hanno compiuto. La scuola ha sempre pagato poco gli insegnanti, ma ha pagato in prestigio e in ammirazione persone che veramente mettevano professionalità e passione in un ruolo essenziale come pochi. Erano i tempi in cui c’erano presidi capaci di andare in una classe, di sedersi, tra la preoccupazione di docenti e allievi, e di interrogare direttamente gli studenti, per capire il livello di preparazione cui erano arrivati. Altro che prove Invalsi! Ed erano tempi in cui gli istituti lucani , soprattutto nei due capoluoghi, facevano a gara per esprimere il fior fiore della leva universitaria. Oggi trovatemi una scuola nella quale il preside va oltre i suoi compiti amministrativi e si interessa della didattica. Se un insegnante di educazione fisica può fare il dirigente( per carità le eccezioni ci sono sempre!) , vuol dire che è una scuola diversa, nella quale si chiede ad uno di esercitare la gestione amministrativa e ai docenti di organizzarsi in forma collegiale per coordinare la didattica. Così che se un professore arriva a tre quarti del programma, nessunO se la sente di dirgli qualcosa e ai ragazzi in procinto di affrontare la maturità gli si da un compito aggiuntivo ,che è quello da prepararsi per tutto quello che a lui manca ma che nei programmi d’esame c’è. Questo per non toccare argomenti più scottanti, circa i comportamenti e il valore di alcuni docenti che non vanno al di là del testo scolastico, non integrano, non spiegano, non mettono in relazione le diverse materia attraverso una necessaria connessione logica. C’era un insegnante di musica che si firmava col nome per esteso e col cognome puntato. Evidentemente era confuso dallo spartito, tanto per parlare di uno che teoricamente può dirigere un liceo classico o linguistico. E’ questo il regalo fatto da tanti governi e sempre dagli stessi Sindacati, ai quali va riconosciuta solo la bravura a mimetizzare le colpe e a scaricare tutto sugli altri, quando è chiaro che certe intese sulla riforma scolastica, certe pressioni sui concorsi a base regionale, certe vere e proprie schifezze sui presunti progetti integrativi, sono state fatte congiuntamente da governi in cerca di elettori e sindacati in cerca di potere. Anche oggi con il governo che sembra intenzionato a fare i concorsi unici nazionali, ci sono resistenze e pressioni e si cerca, a livello applicativo, di sminuire la portata innovativa della legge Madia. Non è un caso che a dirigere il Ministero adesso ci sia una sindacalista. Che c’è da sperare? E allora. Qualsiasi persona che voglia parlare di come far crescere questa regione dovrebbe porsi il problema di come affrontare la situazione. Che non è solo questione di soldi e di investimenti, come qualcuno vorrebbe far credere portando ad esempio la spesa che nella scuola il Trentino Alto Adige . C’è anche quello, ma non è il problema principale perché i soldi possono uscire dal Pon scuola. Quello che manca è la presa d’atto che non c’è più una classe insegnante con le palle quadrate, e, se ce ne sono alcuni, questi sono come fiori di montagna che crescono tra le rocce, siano essi giovani o anziani. Il grosso è materiale scadente. E materiale da formare, preparare, guidare con un aggiornamento che sia non la presenza fisica ad un corso, ma una sorta di dottorato di ricerca con tanto di prova finale su un programma di formazione per materie che l’Università dovrebbe tenere. Paghiamoli pure per aggiornarsi, ma facciamolo come si deve. Non c’è altra via se non vogliamo perdere ulteriore terreno.
