MICHELE PETRUZZO

     Nella politica italiana c’è una parola che non passa mai di moda: famiglia. Ancora oggi, infatti, continua a funzionare e riesce ad accendere il dibattito. Trattasi di una “tematica” da sempre cara a questo Paese, utilizzata per svariati fini propagandistici. Il concetto di famiglia, infatti, attraversa le epoche e i contesti, fornendo alla politica la possibilità di appropriarsi del suo significato e di utilizzarlo e modellarlo a proprio piacimento, a seconda delle esigenze del momento. Una garanzia di facili ed immediati consensi, che ha il potere di tranquillizzare gli elettori e di farli sentire a casa; probabilmente deve proprio a questo la sua longevità e la sua fortuna all’interno della politica nostrana.

Il regime fascista di Mussolini aveva fatto ricorso ad essa per attuare una forma di controllo sociale, rendendola strumento di propaganda e di perpetuazione della propria idea di società. Nell’Italia della ricostruzione sarà poi la Democrazia Cristiana a riceverne il testimone, ponendo la famiglia al centro dei suoi programmi elettorali e rendendola fulcro della sua politica. Tuttavia neanche il PCI riuscirà ad esimersi dal confronto con una tematica così cruciale che, non a caso, finirà per diventare una delle questioni più spinose e controverse nel dibattito comunista italiano del dopoguerra; essa, infatti, portava con sé una serie di contraddizioni e di nodi non semplici da sciogliere, come ad esempio la condizione e il ruolo della donna, su cui saranno espresse posizioni molto variegate e spesso anche distanti all’interno dello stesso partito.                                                                                              Nonostante il trascorrere del tempo, questa parola non ha mai perso la sua efficacia, o meglio ancora la sua fascinazione sui partiti italiani. Basta ascoltare i discorsi dei vari leader politici per rendersene conto. Da destra a sinistra, questo riferimento non manca mai. Perché se da un lato Giorgia Meloni scaldava la folla di piazza San Giovanni al grido di “Dio, patria, famiglia”, dall’altro Matteo Renzi lanciava la Leopolda ponendo la famiglia come tema chiave. Negli ultimi anni, dunque, il ricorso a tale concetto è stato altrettanto intenso e frequente, soprattutto da parte di una destra che ha cercato in ogni modo di negare diritti e di restringere sempre più il perimetro di questo campo semantico; come si trattasse di un rigido e dogmatico steccato ideologico, chiuso ad ogni altra forma di soggettività. Una visione faziosa ed errata, che continua a trovare spazio nell’Italia di oggi e che riporta indietro le lancette del tempo. Ed è proprio su questo che occorre riflettere; perché non si può accettare che il concetto di famiglia venga utilizzato quale strumento di discriminazione. Per arginare pericoli simili non basta proporre bonus, come spesso si è pensato di fare nel centrosinistra; il discorso è molto più complesso e profondo di un’agevolazione economica. Innanzitutto occorrerebbe il ripensamento di alcune categorie in chiave contemporanea. E poi sarebbe necessaria una riflessione su temi, dati e statistiche, che suggeriscono altre soluzioni. Se si riuscisse per una volta a pronunciare la parola famiglia senza fini di propaganda, superando i recinti ideologici precostituiti, sarebbe già un passo avanti. Se poi si riuscisse anche a sottrarla alle grinfie di una destra sempre più repressiva ed autoritaria, ancora meglio!