Marco Di Geronimo

Bisogna costruire un femminismo che lavori per distruggere il capitalismo. Questo il messaggio fondamentale di Femminismo per il 99%, il libro a sei mani scritto da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser, tre delle storiche avanguardie del movimento femminista a stelle e strisce. E l’obiettivo è tanto più urgente perché il mondo di oggi cospira per opprimere donne e uomini con sempre più forza. 

Edito da Laterza nella collana Tempi nuovi, il manifesto femminista è uscito l’anno scorso (a febbraio) e ha fatto molto parlare di sé. Le tre autrici parlano un linguaggio chiarissimo e in netta contrapposizione con i dogmi delle femministe moderne: attaccano frontalmente il capitalismo in sé e le politiche neoliberiste in particolare, e non si fanno scrupolo di contestare le più note frontiere del femminismo contemporaneo. 

Per farla breve, il femminismo liberale dà al femminismo una cattiva reputazione” ecco come, causticamente, già a pagina 15 liquidano le frange più cool del dibattito pubblico a tinte rosa. Senza troppi giri di parole le tre moschettiere della giustizia sociale femminista accusano le top manager di volere soltanto pari quote di oppressori, metà maschi e metà femmine (appunto, una differenza meramente sessuale e tutto fuorché personalista), mentre tutti gli altri possono continuare a farsi sfruttare perché l’élite, adesso al 50% donna, continui a campare sulle spalle di chi lavora. 

L’analisi della fase economica è simile a quella di tante altre posizioni della sinistra più radicale: il capitalismo affama tanti per il profitto di pochi, che anziché esserselo guadagnato si sono limitati ad agitare la frusta. Di fronte alle crescenti disuguaglianze e alle crisi ecologiche e finanziarie che attraversano l’economia mondiale (complice la globalizzazione, costruita dai più ricchi come l’apprendista stregone di Fantasia scatena l’inferno acqueo mentre il maestro dorme) serve smantellare il sistema e costruirne uno che soddisfi i bisogni di tutti. 

Non ha alcuna utilità appoggiare il femminismo liberale, sostengono le autrici, perché il femminismo liberale dà un’impressione distorta e fastidiosa delle rivendicazioni femminili. Anziché predicare l’emancipazione della donna, il femminismo liberale predica la lottizzazione sessuale delle posizioni di potere (e sfruttamento).  

Ma il femminismo non può e non deve risolversi nel socialismo tradizionale. Ciò che davvero serve è accorgersi che la lotta contro il sistema economico ingiusto passa dal concetto di riproduzione sociale, cioè da tutti quei lavori di “cura” (care) con cui le donne sfamano, educano e crescono i propri figli, badano alla casa e ai propri cari. Il capitalismo si approfitta del fatto che questi lavori non sono pagati e che perciò si può scaricare sulla vita delle donne il costo (psicologico, fisico ed economico) di moltiplicare e mantenere in salute la forza-lavoro. Le autrici sostengono un superamento della centralità delle rivendicazioni economiche, che da sempre caratterizza la sinistra, in una radicale unità di lotte tra femministe, ecologisti e socialisti. Che sia la formula vincente?