nino carella

 

Si è detto che è stata una brutta campagna elettorale. Come ogni volta, come ad ogni campagna elettorale. Toni spenti, poche idee, orizzonti piatti e prevedibili, esiti ingessati dentro una legge elettorale che toglie molte, troppe libertà di scelta. Da diversi anni a questa parte siamo spettatori, impotenti e silenti, del soffocamento in diretta tv di una diffusa e legittima voglia di cambiamento. Soffocata, incanalata, divisa in cento deboli rivoli per depotenziarne la forza di impatto. Ti dicono: se vuoi cambiare fai la rivoluzione, ma tra aspettarsi un cambio di passo, di peso e qualità della politica che guida le scelte collettive, e imbracciare i fucili, ce ne corre, e siamo su binari totalmente diversi. E quindi stiamo. Ma ci sono anche alcune cose che ho apprezzato. Forse per la prima volta i toni da fine del mondo si sono smorzati: chiunque vinca o perda, lunedì è un altro giorno, come lo è stato ogni lunedì successivo ad ogni elezione. E per la prima volta da molto tempo, almeno tra i principali contendenti, si comincia a intravedere – ma siamo ancora lontani – quel rispetto reciproco e la reciproca legittimazione che è fondamento della democrazia rappresentativa e diserbante dei populismi. Forse un giorno non troppo lontano torneremo ad aspettare un’elezione con positività e speranza, e a considerare la politica come lo strumento per conquistare gradi sempre più elevati di civiltà e progresso, e non solo come comoda scorciatoia di affaristi e carrieristi. Quel giorno l’Italia cambierà passo e forse anche direzione. Puntando decisamente a diventare il posto migliore sulla Terra in cui vivere, lavorare, sviluppare i propri saperi e le proprie passioni. Un giorno lontano, per ora. Ma solo per ora.