vincenzo petrocelli
Da un testamento fatto da Roberto Troccoli nell’anno 1498, si registra un’epidemia che accentua ancor più i disagi della popolazione di Tramutola, in quel tempo. Dalla convalida e attestazione delle deposizioni dei testi, risulta che Roberto Troccoli, colpito da peste, dona un terreno da lui posseduto in contrada Frassineto e un altro in contrada Carpineta per edificare una cappella in onore di Santa Caterina presso la chiesa Parrocchiale.
Non è la prima volta e non sarà l’ultima che Tramutola viene colpit
Nell’anno della peste(1) 1530, che colpì tutti i paesi della Val d’Agri Tramutola rimase immune. Allora i notabili del paese presentarono domanda all’Abate Gerolamo Guevara (1528-1533) (1536-1538 per la seconda volta) di poter edificare una chiesa, con le offerte dei cittadini, per ringraziamento a S. Rocco(2), santo Protettore dal terribile flagello della peste, che aveva preservato il paese dalla pestilenza che tanta devastazione aveva portato ai paesi vicini. L’Abate concesse la facoltà e l’anno seguente diede anche l’autorizzazione di erigervi una Confraternita, in data 11 dicembre 1531. La chiesa fu costruita fuori paese, alla località Cesine.
Giunti nei pressi del monumento ai caduti di tutte le guerre, sulla destra s’incontra il luogo dove fu eretta la cappella di San Rocco e, il toponimo Rione San Rocco, conferma tale presenza. Tra le strutture architettoniche lucane più significative, dedicate a San Rocco, la cappella di Tramutola era fra quelle più apprezzate. Infatti, la cappella restaurata nel 1656, sulla facciata aveva dipinta la Pietà con i Santi Carlo Borromeo e Sofia. All’interno vi erano tre altari, quello maggiore con la statua in legno del Protettore San Rocco e gli altri dell’Addolorata e del Crocifisso. Nel soffitto erano dipinti i Santi Sebastiano, Oronzo e Sofia. Nell’anno 1673 vi fu eretta una nuova Confraternita sotto il titolo del Crocifisso(3).
La devozione per San Rocco, Protettore degli appestati e dei contagiati, crebbe negli anni seguenti, tanto che a ricordo dall’altra liberazione dalla peste del 1630(5), fu eretto accanto alla cappella un piccolo ospedale il 31 dicembre 1633, mantenuto aperto in parte con le elemosine e gestito dalla confraternita laicale della chiesa San Rocco.
L’ospedale era costituito da nove stanze in due piani, con il cortile, un pozzo suo, un orto ed una vigna.
La peste del 1656(6), considerata la peste di contagio universale, perché incise profondamente sulla demografia Meridionale, che aveva decimato fortemente i paesi della Val d’Agri, non risparmiò Tramutola. Anzi, dalle poche notizie riportate per Tramutola da Salvatore De Renzi(7), riguardanti la peste del 1656, siamo informati che nella Prammatica XX, due paesi furono ammessi più tardi degli altri a libera pratica(8) e furono Venosa e Tramutola. La libera pratica, s’intendeva la libertà di commercio. La peste durò così a lungo, a Tramutola, anche per la presenza dell’ospedale che ospitava infermi colpiti dal morbo. Sicuramente ebbe un corso altalenante e, prima di scomparire totalmente, era rimasta a Tramutola per più di due anni da maggio 1656 ad agosto 1658, anno della libera pratica. Nel corso del 1658 lo stato di emergenza andava terminando e solo nel mese di agosto, Tramutola, otteneva la libertà di commercio perché nei mesi estivi veniva riscoperta la peste, ma probabilmente si trattò di pochi casi isolati che si risolsero in tempi relativamente brevi(9).
In Archivio Parrocchiale di Tramutola è registrata la morte dell’arciprete don Pasquale Fusaro, che cade vittima del dovere mentre assiste gli ammalati nell’ospedale destinato ad uso di lazzaretto. Gli succede nella carica di parroco, in quei dolorosi frangenti, Don Francesco Antonio Marotta.
Il popolo di Tramutola, ha sempre riservato grande devozione a San Rocco, Protettore dalla peste e patrono degli invalidi e degli emarginati. Ancora una volta aveva protetto e salvato il popolo tramutolese, da quel morbo, che gettò i paesi della Val d’Agri nella desolazione con edifici abbandonati e diroccati, campi sterili ed incolti, tanto, si rileva da un documento dell’archivio diocesano di Salerno, come afferma Colangelo(10), che a Marsico fu necessario affidare la coltivazione di vaste aree agli abitanti di Tramutola. In una causa tra il capitolo di Marsico e l’università di Tramutola (Archivio Diocesano Salerno Fondo Marsico busta 6, 1669
Il 29 agosto 1658 la situazione migliora, la malattia si riesce a tenere sotto controllo, a Tramutola, dopo una grande pioggia purificatrice che si concentra sul Mezzogiorno per quattro giorni, come si rileva dalle statistiche. Il 29 agosto si dichiara ufficialmente la fine dell’epidemia e si celebra una grande processione di ringraziamento al Protettore San Rocco.
Il santo venne ringraziato con una magnifica processione liturgica il 29 agosto del 1658, in un giorno diverso dalla canonica festività del 16 agosto. Tramutola festeggiò San Rocco il 29 agosto nel giorno in cui si poté ritenere il paese fuori pericolo, nel giorno della liberazione dalla peste, festeggiamenti che ancora oggi si ripetono come una festa tutta tramutolese in onore del santo. La processione liturgica, in onore di San Rocco inizia il 15 agosto, con la quale si porta la statua dalla cappella sita in contrada San Francesco alla chiesa Madre, poi il giorno 29 agosto, San Rocco rientra nella sua cappella con una festa religiosa e civile.
Alcuni paesi della Val d’Agri, come si è detto sopra, videro diminuire sensibilmente la propria popolazione. La peste del 1656, fu veramente terribile per la Val d’Agri e fu la causa principale dello spopolamento della zona. Marsico da 600 fuochi(11) ne perse 277, Viggiano perse 236 fuochi su 695, Marsicovetere 124 fuochi su 232, Tramutola nel 1648 fu tassata per 500 fuochi e nel 1669 per 233 fuochi, quindi la sua popolazione mancò più della metà, ma non solo a cagione della peste del 1656, ed ora vedremo perché. Per una ricostruzione della realtà demografica di Tramutola, dopo la peste del 1656, si possono utilizzare i dati fiscali, gli unici al momento in grado di fornirci un quadro il più attendibile possibile. I fuochi presenti a Tramutola nel 1648 erano 500 e nel 1669 erano 233, quindi nel periodo 1648-1669, perse 267 fuochi. Tale diminuzione di fuochi e perdita di abitanti non può essere attribuita solamente alla peste. I dati fiscali, per Tramutola, sono in contraddizione con le notizie rilevate dalle dichiarazioni nella causa di cui sopra, tra il capitolo di Marsico e l’Università di Tramutola. E, vediamo il perché.
Tramutola possedeva una “coppata” di territorio e da sempre il popolo tramutolese doveva cercare terreni disponibili, da lavorare, fuori del proprio territorio per vivere(12). Il territorio marsicano si estendeva fino a ridosso di Tramutola (Ponte dei Sospiri o curva del Convento) sino all’esecuzione della legge 18 luglio 1887 che determina i nuovi confini giurisdizionali dei comuni di Marsico e Tramutola(13). Quindi le contrade San Francesco, Pantano Coviello, Castiglione, Caolo, Torrette, Costarelle, Frassineto, Carpineto, Tempa Scodella erano località appartenenti al territorio del comune di Marsiconuovo. Su questo territorio oltre a lavorare la terra, i tramutolesi intensificarono uno stanziamento progressivo, dopo la peste del 1656, così alcuni nuclei familiari si trasferirono in quelle località ritenute anche più sicure, che determinarono la perdita dei fuochi per Tramutola, alla rilevazione del 1669, e il conseguente aumento dei fuochi per Marsico. Dai dati fiscali risulta che Marsico perde solo 277 fuochi su 600, mentre le dichiarazioni di desolazione ci mostrano un altro volto per la città di Marsico.
Le pratiche religiose, per gli abitanti delle campagne, erano svolte dal Convento dei frati Minori Osservanti che fu costruito in territorio marsicano dopo aver ottenuto il Beneplacitum dalla Curia Vescovile di Marsico il 23 marzo 1615(14).
Il numero dei fuochi diminuirono per Tramutola, dopo la peste del 1656, per un progressivo trasferimento di nuclei familiari in territorio marsicano ed anche per un trasferimento verso il comune di Saponara (Grumento Nova), che vide nello stesso periodo di osservazione, 1648-1669, un incremento di 101 fuochi. Da una lite del 1569 nella Regia Camera della Sommaria, tra l’università di Tramutola contro di quella di Saponara, siamo informati che 152 ditte di Tramutola possedevano terreni nel comune di Saponara(15). Si può dedurre, in assenza di notizie certe, che alcuni nuclei familiari si trasferirono nei territori di loro proprietà nel comune di Saponara, forse perché ritenuti più sicuri rispetto alla peste che aveva aggredito la val d’Agri.
Le località occupate dai tramutolesi in territorio di Saponara sono le seguenti: Santo Stefano, Acqua Tramutola, Valle Porcaro, Petrezzole, Boschiglione.
E’ difficile offrire dati precisi sulla mortalità provocata dal morbo del 1656, a Tramutola, però considerando che i fuochi che vennero a mancare, nel periodo 1648-1669, furono 267, e volendo attribuire il trasferimento di 170 fuochi verso Marsico e 50 fuochi verso Saponara, si può ipotizzare una perdita di 47 fuochi e quindi la perdita di circa 235 persone. E’ un’ipotesi che si basa su un calcolo sulle famiglie fiscali, ma cosa avvenne, davvero, all’interno dei singoli nuclei familiari, vale a dire, dei fuochi ancora accesi durante la peste del 1656-1658, c’è il buio totale.
Un secolo più tardi, l’ospedale era definitivamente abbandonato ed adibito al ricovero di pellegrini e viandanti, alcuni dei quali finirono i loro giorni in quell’ospedale che offriva asilo alla pubblica carità.
Oggi dell’ospedale non è rimasta alcuna traccia e non potrebbe essere diversamente per le opere che sono state eseguite nel Rione S. Rocco, unico ricordo il nome del rione (confronta foto allegata), ove sorgeva accanto all’edicola di S. Rocco.
Le rendite dell’ospedale ammontavano a circa sessanta ducati che erano distribuiti: per sussidi ai malati venticinque ducati e per le messe diciotto, il resto serviva per la manutenzione ed il culto della chiesa.
Nell’anno 1829 il quattro gennaio, su richiesta del Consiglio Generale degli Ospizi, nel vaglio della Casa Comunale, ex Badia, fu eseguita la censuazione (pagamento di un tributo) sulle case e giardino di proprietà della Cappella di San Rocco, censuazione che venne aggiudicata da Michelangelo Marotta(16).
Nel 1891 dovendosi costruire la strada per Montesano, furono sacrificati e abbattuti, la chiesa di San Rocco insieme ai resti dell’ospedale ed in quella circostanza fu tagliato anche un olmo gigantesco che sorgeva vicino alla cappella.
I tramutolesi, però, che sempre viva devozione avevano avuto verso il santo, pensarono a riedificare una nuova cappella, nell’anno 1906, presso il diruto convento dei cappuccini.
L’opera poté essere realizzata con le offerte dei fedeli, ma soprattutto per il concorso sostanzioso del signor Francesco Cardone, dei coniugi Vito e Fioretta Paciello ed il dottor Francesco Gioacchino Filippo Danza e la moglie Rosa.
Nel 1928, a ricordo del trecento settantesimo anno della liberazione della peste, per ringraziamento a San Rocco, il parroco D. Costantino De Nictolis, con le offerte dei fedeli, sostituì l’antico altare in muratura con un altro di marmo, che tutt’ora si ammira in quella cappella.
(1) La peste si trasmette attraverso il morso dei ratti, le punture delle loro pulci, il contatto di una cute, attraverso colpi di tosse o starnuti, in quanto può essere bubbonica o polmonare.
(2) Gli studi sulla storicità della vita di San Rocco sono molto complessi e spesso controversi, si é comunque concordi nell’indicare Montepellier in Francia come sua città natale e Voghera in Italia come luogo della sua morte. San Rocco venne nominato santo nel 1414, durante il Concilio di Costanza, ma solo nel 1584 ne venne sancita la canonizzazione e fissata al 16 agosto di ogni anno la festa liturgica.
(3) Biblioteca Statale del Monumento Nazionale Badia di Cava-Archivio al settore Beneficialia N° 39.
(4) Biblioteca Statale del Monumento Nazionale Badia di Cava-Archivio al settore Lib. Visitat. VI pag. 101.
(5) E’ la terribile epidemia che si scatenò nel Nord Italia tra il 1630 e il 1631, infuriando con particolare virulenza nella città di Milano e resa celebre da Alessandro Manzoni nei “Promessi Sposi”.
