LIDIA LAVECCHIA

 

Il food&beverage  ha in Italia un fatturato che sfora i 140 miliardi di euro ed è uno dei settori chiave del manifatturiero italiano ed europeo. Da noi, l’industria alimentare si colloca al terzo posto (dopo quella metalmeccanica e di produzione macchinari e attrezzature) per valore aggiunto creato con un’incidenza sulla manifattura dell’11% ed occupa il 12% della manodopera, con grande ripercussione nel settore manifatturiero.

Lo scoppio della pandemia da Covid-19 ha fatto emergere una volta di più la resilienza e l’anticiclicità di questo sistema produttivo che è oggi di rilevanza strategica nazionale. Il perdurare della pandemia a livello mondiale sta portando a importanti cambiamenti strutturali della modalità di distribuzione dei prodotti agroalimentari, così come sta mutando anche l’approccio e le occasioni di consumo degli stessi, l’organizzazione produttiva e commerciale delle imprese.

Nonostante il Covid, l’agroalimentare ha dato una prova di forza non indifferente, generando un aumento nel valore aggiunto del 19% nel pieno della Grande Recessione (2009-2019) contro una media del 7% per l’intero manifatturiero. L’export è cresciuto dell’89%, il migliore tra tutti i settori della manifattura italiana e nonostante la sua struttura imprenditoriale frammentaria, dove le aziende con meno di 10 addetti rappresentano ben l’86% del totale. Occorre un impulso in più, una spinta governativa per il sistema produttivo nazionale affinchè questo raggiunga più facilmente i mercati esteri, sempre più centrali per il food&beverage. Tuttavia, anche se il nostro export di food&beverage vale poco più della metà di quello olandese, il 62% di quello tedesco e il 74% di quello francese, nell’anno della pandemia, abbiamo portato a casa crescita del 2,3% rispetto al 2019, contro una media UE-27 dello 0,3% e un calo subito dall’industria alimentare francese e tedesca. Questa crescita media registrata dal nostro export non deve però illudere sul fatto che sia andato tutto bene. Gli imprenditori accusano la chiusura della ristorazione e delle consumazioni “fuori-casa” (che in Italia incidevano fino al 2019 per circa un terzo sul valore dei consumi alimentari), il crollo degli arrivi di turisti dall’estero che hanno indubbiamente pesato sul fatturato dell’industria alimentare, tanto che le variazioni tendenziali a livello mensile sono tutte negative.

Al contrario, ci sono stati altri comparti che proprio grazie al lockdown hanno registrato aumenti nell’export a doppia cifra. È il caso della pasta, cresciuta del 16% o dei derivati del pomodoro (+12%): la quarantena forzata e la diffusione dello smart working hanno stimolato i consumatori di tutto il mondo a passare più tempo ai fornelli e a consumare più cibo tra le mura domestiche.

Si è così sviluppato l’e-commerce e la diffusione della digitalizzazione. Le vendite online in Italia di prodotti grocery (al cui interno il food rappresenta la componente maggioritaria) sono aumentate del

134% rispetto all’anno precedente, con punte ovviamente più elevate durante le fasi di lockdown (oltre +150%), ma comunque sostenute anche nei mesi di “libertà condizionata”. Questo significa che, al di là del recupero del canale on-trade e della ripresa della domanda turistica, le imprese europee del food&beverage non potranno più prescindere dalla “multicanalità” ovvero dal contemporaneo presidio – con tutte le differenti strategie commerciali che ne derivano – di canali di vendita molto diversi tra loro, sia a livello nazionale che estero.

Ma la pandemia ci lascia in eredità altri mutamenti, all’attenzione di gran parte dei consumatori e cioè l’italianità delle produzioni che porterà a un rafforzamento delle relazioni tra gli operatori lungo la filiera, così come gli obiettivi di sostenibilità ricercati dagli stessi consumatori ma anche imposti dalle politiche comunitarie (Green Deal) che stimoleranno gli investimenti green nelle imprese alimentari.

In merito a quest’ultimo aspetto nuove saranno le sfide e gli scenari evolutivi che attendono le imprese del food&beverage alla luce delle politiche economiche e commerciali portate avanti dall’Unione Europea. Indubbiamente il Green Deal, con l’obiettivo di traghettare l’UE entro il 2050 alla neutralità climatica e le sottostanti strategie “Farm to fork” e “Biodiversity” rappresentano sfide alquanto impegnative per la filiera agroalimentare, con la tendenza alla riduzione nell’uso di agrofarmaci, fertilizzanti e antibiotici a livello agricolo, così come lo sviluppo delle produzioni biologiche, nonostante il calo delle rese produttive, il che mal si adatta a un’economia agroalimentare in deficit come quella italiana. Infatti il bel paese non ha molte filiere autosufficienti nel settore cerealicolo, lattiero-caseario, delle carni o dell’olio d’oliva.

Nel frattempo la proposta di introduzione di un’etichetta nutrizionale sulla parte anteriore dell’imballaggio (FOP) obbligatoria e armonizzata sta portando a una netta spaccatura all’interno degli Stati membri. L’Italia è contraria al cosiddetto “Nutri-score”, l’etichetta che assegna un bollino in base alla presenza di zuccheri, grassi o sale nei cibi sostenuta da Paesi come Francia e Germania. Tale sistema penalizza la gran parte delle produzioni italiane, in particolare Dop e Igp (come il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma o l’Olio extravergine di oliva) che, anche in virtù di disciplinari di produzione regolamentati, non possono intervenire su tali componenti senza alternarne la ricetta tradizionale e snaturarne la qualità. E’ valida, quindi, la proposta avanzata dall’Italia di un’etichetta alternativa con cui viene indicato al contempo sia la quantità esatta di energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale presenti nel prodotto, sia la quantità di assunzione giornaliera raccomandata e da non superare.