Leonardo Pisani
La possiamo definire un’ambasciatrice di lucanità nel mondo, infatti lucana lo è essendo nata a Matera e ambasciatrice lo è anzi ambasciatrice in “versi” essendo sia poetessa, sia attiva nella Federazione dei lucani in Lombardia presieduta da Tommaso Ruggieri, giovane manager materano nella Milano capitale economica italiana. quattro le associazioni che insieme la rappresentano: “amici della Basilicata in Lombardia”; “Genti lucane Rocco Scotellaro”; “Siamo lucani” e “Campus major – amici della Lucania”. Una Federazione molto attiva che organizza eventi culturali di spessore, aprendosi al territorio. La “missione” di ciascun associato è di attivarsi. per far conoscere la nost
Geltrude Consalvo
ra regione. Altra sua “missione” è onorare il “Giuramento di Ippocrate” infatti la nostra poetessa è un medico: stiamo parlando di Geltrude Consalvo. Nata a Matera il 6 agosto 1964 e ha vissuto e studiato fino al Liceo scientifico a Policoro; poi la laurea in Medicina a Bologna. La dottoressa Consalvo si racconta: “ e poi mi sono sposata con un collega che è oculista Mario Quisisana e mi sono trasferita a Milano, poi nei primi anni di matrimonio sono diventata mamma di Chiara, oggi anche lei medico e di Marco laureato in economia, oggi Musicista e produttore musicale. Negli anni mi sono specializzata in Psicoterapia e ho iniziato a lavorare prima nelle ASL, attuale ATS, e poi come medico di Medicina Generale. Sono Consigliere dell’Ordine dei Medici. Ho da sempre scritto poesie, ma è durante il covid che questa passione è diventata molto importante e mi ha aiutato a superare momenti difficili. Ho così cominciato a partecipare a concorsi letterari con dei riconoscimenti, l’ultimo, che mi ha visto finalista, è stato un concorso internazionale per poeti e pittori, con pubblicazione dell’opera presentata. Sono attiva in varie realtà che si occupano di trovare soluzioni migliorative ai problemi della professione medica con organizzazione di convegni e incontri di confronto, tra queste per es. il sindacato Snami e Laboratorio Società e Salute”. Un’anima artistica, una passione per le muse che ha permesso alla nostra corregionale di superare il dolore, la fatica, anche la solitudine del periodo della chiusura totale del Belpaese e del mondo intero. Gertrude era in prima fila in un ospedale a cercare di salvare pazienti. La sua forza proviene dalle passioni che nutre: lo scrivere, la sua famiglia, la sua Basilicata. lontana ma vicina al suo cuore. Racconta alla collega giornalista Annaemilia Colucci per Mondo Basilicata: “Ogni anno trascorro le vacanze estive a Policoro dove vivo- no i miei genitori e dove incontro i miei amici storici, quelli che hanno frequentato le mie stesse scuole, con cui ho giocato e condiviso momenti belli ma anche difficili. Sono figlia unica e ho sempre coltivato tante amicizie. Durante il lockdown ho soffeto abbastanza perché mi sentivo isolata. Sono andata in crisi soprattutto perché ho dovuto svolgere il mio lavoro a distanza. Ho sempre avuto l’abitudine di abbracciare i miei pazienti e di accompagnarli alla porta, trasferendo loro tutto il mio calore. Con lo smart working mi sono massacrata. Seguivo più di 15 persone con Covid in contemporanea, li chiamavo almeno 4 volte al giorno ma non ero mai soddisfatta. Che stress non poterli ricevere, non avevamo un protocollo, sia io che i miei colleghi all’inizio ci siamo sentiti abbandonati dalle istituzioni. La pandemia ha sottratto le mie energie sia a livello fisico che psicologico”. “Ma – ci dice con convinzione – noi lucane siamo toste. Non potevo arrendermi, dovevo andare avanti. La gente aveva paura di ammalarsi, la fragilità era generalizzata. Lavoravo più di 12 ore al giorno e sfogavo sul cibo tutto lo stress accumulato. Questa emergenza pandemica ha scatenato sentimenti contrapposti. All’inizio la gente ci vedeva come degli eroi, ci dedicava striscioni, ci osannava, poi, tramite i social media, sono giunti messaggi che hanno svuotato di significato la malattia, facendoci apparire come opportunisti e untori. Uno tsunami di sentimenti. Quanti miei colleghi sono caduti come birilli”.
L’esperienza umana e professionale come medico di base del lock down, del Covid 19, la ha segnata ,ma allo stesso tempo anche fatta ripartire dopo l’apertura e il ritorno alla normale vita di tutti i giorni, anche alla poesia infatti in un evento voluto dall’Ordine dei Medici in ricordo dei dottori e infermieri morti di Covid, Geltrude ha scritto una poesia apprezzata da tutti i suoi colleghi e pubblicata dallo stesso Ordine in un libro.
Ma c’è anche la Terra natia protagonista della sua poetica, come la lirica Mater Matera, premiata al concorso , L’Albero di Rose di ad Accettura. Una poesia su un “Luogo dell’anima” che fa vivere i ricordi ancestrali e i profumi e i suoni dei Sassi e dei calanchi
Matera all’alba – Teodoro Corbo
MATER MATERA
Il luogo natio ti resta nell’anima,
modella il tuo io
e guida i raminghi nel mondo.
Sempre torno a rifugiarmi
tra le ferite dei calanchi
e le morbide pietre mi lasciano posto in un’eterna attesa.
Come carezze granitiche nello spazio e nel tempo
dalle rocce rugose mi lascio abbracciare
riempire quel nulla
che luoghi estranei e lontani non possono colmare.
E tendo le mani a chi ha comuni vissuti,
immagini che escono dagli occhi
e che nell’immediato riconosci.
Profumi, gesti e parole
che magicamente ti riportano alla Terra Madre.
Con i sassi abbiamo giocato per i vicoli chiassosi,
nei Sassi abbiamo abitato
e che ora ammiriamo tra tumulti di curiosi.
Copiose correnti che calcano i lubrici gradini
e che angusti e tortuosi non sono per tutti.
“Attento che cadi!”
Si scivola in basso in un attimo
se non entri in sintonia col posto,
ogni passo deve essere lento, perché il luogo merita tempo.
Devi sentire i tanti respiri dell’affanno
della fatica che la povertà ha arricchito in sentimenti,
devi poter vedere il vissuto di quelle genti
sarà ciò che resta alla fine del viaggio…
LA MIA RUGA FUORI POSTO-
Ecco la mia immagine fissa allo specchio,
il mio sguardo si ferma su una ruga fuori posto.
È estranea ai luoghi soliti del volto,
è lo scorrere del tempo
oltre i confini delle mie espressioni.
Certamente è il mio viso da un vissuto diviso,
assemblato e ricomposto in tutte le sue parti,
ma questa ruga s’impone per un suo proprio esistere,
strappato all’abituale armonia degli spazi
per indurre a pensare a nuovi inizi.
Ecco che il bilancio è il pensiero che mi domina,
non riesco a evitarlo e,come un tarlo,
mi ricorda l’ansia del tempo trascorso
che, da sconfitta, interamente mi attraversa.
La pelle irreparabilmente trafitta
da questo punto esclamativo che non lascia scampo,
una parentesi inversa/ che non si chiude a nuovi percorsi.
È il solco degli anni trascorsi,
della fatica delle parole non dette
che adesso svettano come saette
irrimediabilmente sulla pelle.
È ciò che resta di una donna ribelle
sempre dentro uno schema imposto,
quella libertà da equilibrista
col costante rischio di caduta
dentro a un giudizio moralista.
Qualche battito d’ali dentro una gabbia più grande,
l’importante conquista senza troppi danni,
quel movimento concesso
per contenere ricatti e affanni.
Quanto orgoglio nei vissuti dentro i limiti
trasformati in aree sconfinate.
E ancora mi ritrovo come stavo
/con le vite immaginate,
immobile a fissare la mia ruga fuori posto,
così visibile e prepotente
che nulla fa nella sua piena libertà
per cercare di appianare il segno
e adeguarsi allo schema dominante.
/Espressione di un tempo immodificabile
/ che non può più essere recuperato,
/ormai andato e per sempre riposto all’ombra di un sacrificio,
/dedicato a chi nasce libero e ligio
/ nell’incessante ricerca del suo autentico posto.
Barbara Capovani
Un ricordo poetico anche alla dottoressa Barbara Capovani, la psichiatra di 55 anni e madre di 3 figli, assassinata da un ex paziente nell’aprile del 2023.
A BARBARA
I segni del tempo sono cicatrici,
su cui si riaprono ferite
che ogni volta ricuci,
ma queste ultime
ti porteranno via per sempre,
non ti daranno il tempo che ti serve…
Su di te la rabbia si è compiuta,
ingiusta, cieca,
libera ormai dalla gabbia
che l’ha contenuta.
Tutto è finito e già si sapeva,
ma in un mondo banale
anche il male così manifesto,
non serve a tutelare.
La divisa di reparto
col proprio senso di appartenenza,
per rendere uguali nella differenza,
che agli occhi degli altri esiste
e rende ora inaccettabile
la tua mancanza…
Il tuo urlo muto
non si sente,
il tuo No
nell’aria è assente,
con tutto quello che hai dato,
con tutto quello
a cui hai rinunciato
e che purtroppo non ti ha salvato…
Di te comunque faremo senza,
del tuo modo di curare
fino all’ultimo minuto
della tua presenza…
Io sono qui
dietro al tuo treno
ormai fermo sui binari,
riverso su un fianco,
immobile rimani,
dopo l’ultima corsa interrotta…
E resto ancora a guardare,
avvolta dal gelo,
avvolta dal buio,
adesso lo sento
il tuo ultimo grido di lotta,
non più muto,
ma così prepotente
per farmi sentire protetta
e che mi accompagnerà per sempre…
