Mario Santoro

Procura sempre una certa emozione parlare di un libro su Lagopesole, ambientato per gran parte nel castello federiciano che trasuda storia, domina e si
e s’impone per la sua bellezza e per il fascino di leggende straordinarie fino a farsi punto di riferimento elemento fortissimo di identità dell’intera regione, posto dell’anima; la rilettura del volume “Il nido della poiana” di Geremia Paraggio, castellano di adozione diventa occasione di ripercorso nei sentieri della propria anima, a tratti messa a nudo, rivisitazione di luoghi, fatti e situazioni, da guardare con gli stessi occhi ma da diversi punti di prospettiva. Il libro è anzitutto una testimonianza o, se si vuole, una prova d’amore per un territorio e ci dona pagine belle del paesaggio che emerge a tutto tondo, con le sue variabili e con le caratteristiche proprie, con le morbidezze e le asperità del territorio, con certi aspetti del carattere. Si inserisce in una sorta di filo conduttore che possiamo far partire, per non andare troppo lontani nel tempo, dallo scrittore Tommaso Claps, con il ben noto “A pie’ del Carmine”, dal poeta Antonio Labella, con il volume di poesie “Echi dell’anima”, dal compianto Andrea Mancusi, con “Lu megl pais re lu munne”, dall’amabile Vito Bochicchio con “T’arecuord”, da autori come Francesco Galasso, con “Il belvedere”, Peppino Pace con “Lu Terrazzane”, Franco Sabia, con “La Nazione aviglianese”, “I racconti della sera” “Rareche pe nun traballà”, Pasquale Pace “Poema re la terra – terra-terra”. Giuseppe Coviello con “La voria”, e tanti altri, ma anche, per rimanere al nostro autore, al volume “I Racconti della Terra” che sono di straordinaria efficacia e di rara bellezza soprattutto per il carattere di aderenza alla realtà contadina e alla cultura, per i sentimenti forti che sanno alimentare, per l’appartenenza alla tradizione, per la determinazione dei personaggi, per l’uso giusto del linguaggio e dei riferimenti dialettali, per la forte emozione, per il richiamo alla linea ferrea del destino che la fa da padrone, per la ricerca di un discorso di memoria e d’identità. “Il nido della poiana” di Geremia Paraggio costituisce un tassello significativo della memoria, ed è degno di attenzione, nel suo doppio riferimento spazio temporale, ambientato com’è, nella zona di Lagopesole, con la miriade di frazioni carine e disposte quasi a corona e intorno e dentro il castello, e nel rimando al passato nel tentativo di recuperare gli umori, i suoni, gli ambienti, gli usi e le abitudini, attraverso la ricerca della documentazione che, se non ha sempre il sostegno della storia -e per certi versi è un bene- risulta, tuttavia, attenta e precisa nella indicazione di particolari. E tutto rimanda alla poiana e ruota intorno ad essa e alla sua voce lamentosa e un po’ gracchiante che vorrebbe simboleggiare la chiarovveggenza e soprattutto è vista come strana portatrice di messaggi da un altro mondo, quello sotterraneo e, al tempo stesso, sembra incarnare lo spirito della creatività, della saggezza, e finanche del coraggio se non della temerarietà e sa alludere al sogno e a lontananze fisico spirituali con i suoi voli morbidi a richiamare, per certi aspetti, il “nero volo solenne” dell’aquila carducciana, di cui alla poesia “Piemonte”, ma senza ingenerare paura. Già il titolo appare oltre che intrigante, fortemente allusivo laddove il nido, che è anche un po’ quello di pascoliana memoria e che rimanda alla fanciullezza dell’autore, è il castello, riserva di caccia ma anche la splendida e isolata sede di Bianca Lancia e quindi é anche nido d’amore e la poiana, che ha tutte le caratteristiche appena indicate ed è anche uccello rapace diurno, con occhi ben sviluppati ed ali lunghe, non appuntite, conserva srmpre una certa timidezza di carattere che lo rende caro all’ osservatore. Il romanzo, nel rimando sincronico-diacronico, si snoda intorno a un doppio filo con legature ed intrecci: da un lato è la storia di Domenico di Acerenza che, per casualità o per lo sviluppo della linea del destino ma anche per suoi meriti, per la sua tenacia e per la sua intelligenza, arriva a conquistare il cuore di Federico secondo prima e poi quello di Bianca Lancia, nella maniera più semplice, attraverso un processo quanto mai naturale e spontaneo; dall’altro è la storia di un amore. si vuole intenso, forte, vibrante favoleggiato, ma anche delicato e rispettoso tra il grande imperatore e la straordinaria figura femminile, con sbocchi di meraviglie e di sorprese. E su questo doppio filo si dipanano altre situazioni che restano appena abbozzate e sembrabo quasu fare da speciale contorno. Ed è come se ci trovassimo immediatamente calati non dico in una fiaba ma in una bella storia, nella quale il protagonista è sempre, in qualche modo, protetto dalla buona sorte e riesce con apparente facilità anche nelle imprese più difficili e pericolose. Di conseguenza il lettore non soffre per la sua sorte che lo scrittore avvolge quasi in un’area impalpabile di protezione. Egli ci appare sempre modesto e schivo o comunque di poche parole e pronto a schernirsi dinanzi ai complimenti, ma al tempo stesso è deciso e tenace e meritevole di fiducia e di rispetto. Viene fuori il carattere dell’uomo che non conosce limiti e supera tutti gli ostacoli con sicurezza ma senza alcuna forma di presunzione e senza il possesso di alcunché di magico o di fatato in un percorso estremamente naturale. Accade così che la figura dell’imperatore, dello “splendor mundi”, risulti quasi meno centrale del “Provisor castri” il quale attende al suo gravoso impegno con abilità, mostrando qualità intellettuali e doti pratiche come l’arte, perché di arte si tratta, di domare i muli. con i quali ci sa veramente fare, li conosce, sa come trattarli e come guidarli con mano ferma e decisa; ed è per questo che lo scrittore indulge volentieri sui particolari che presenta con rara perizia descrittiva. Questa sua bravura emerge subito, quando il protagonista, attraversando i boschi nei quali sa districarsi come pochi, s’imbatte nel corpo di un cavaliere, morto da qualche tempo e presumibilmente ucciso con il suo cavallo. Non è colpito tanto dalla disavventura umana del malcapitato dal momento che non doveva essere inusuale a quel tempo imbattersi in un cadavere, quanto dall’abbigliamento che, comprende subito, può costituire la sua fortuna: “La sella era bellissima e la corazza un vero gioiello che non poteva lasciare lì in balìa del tempo e delle intemperie. Slacciò due fibbie all’altezza del collo e staccò l’elmo liberandolo del cranio. Era molto leggero e, tranne che per una lieve ammaccatura dietro la nuca, era assolutamente intatto. Slacciò le cinghiette di cuoio ai lati della corazza e depose le due metà di essa sul terreno. Il pantalone, lacero e di colore indefinibile, era retto da una larga fascia in vita: la slacciò e venne fuori da essa un sacchetto di pelle chiuso da una robusta stringa di cuoio”. Conoscenza e abilità, intuizione, rapidità nelle decisioni da prendere, immediatezza di azione, precisione, emergono a tutto tondo e lo rendono degno di lavorare, come suo padre, nel trasporto dei materiali per la costruzione del castello. Alla perizia nel governare i muli, nell’organizzarli in carovana, nel sapersi muovere per i boschi anche di notte senza avere paura nell’adocchiare un nido di astori, nel catturarne qualcuno da offrire all’imperatore e nell’accettare la sfida e prendere dal nido un piccolo di poiana si aggiunge la buona conoscenza del greco e del latino e di autori come Aristotele, Platone. Ed è proprio questo che spinge Federico II a nominarlo “Provisor castri”. C’è, in quasi tutto il romanzo, questa doppia esigenza: da un lato l’arditezza, la tenacia, la fedeltà assoluta, la riservatezza totale, dall’altro la capacità di riflettere sulle cose e di voler sempre capire le questioni esistenziali, per parlare alla pari con il suo imperatore senza entrare mai in confidenza, e magari talvolta di appartarsi con lo studioso Tommaso da Lentini che sta nel castello di Lagopesole. E mentre la figura di Domenico si fa via via comprensibile e chiara anche per certi rimandi al suo passato, alla fanciullezza e alla prima giovinezza, quella dell’imperatore resta volutamente, e crediamo per non fare torto alla storia, un po’ misteriosa e vaga; infatti “lo splendor mundi”compare per qualche giorno poi sparisce, preso da mille problemi, per riapparire, sempre fuggevolmente, e far visita alla sua Bianca. Ed è forse anche per questo che le conversazioni con Domenico sono sempre ridotte al minimo e mantenute sul piano formale senza uno svelamento, una confessione, una comunione, tranne forse quando compare l’amore del Provisor per una delle ancelle della signora dl castello. Ed anche in questo caso l’amore è solo accennato, rimane casto, distante, affidato a qualche sguardo più o meno vago o intenso, controllato tanto nella donna quanto nel giovane fino al punto da apparire quasi freddo e distante. Non c’è fiamma forte, non c’è intensità di passione, non c’è bisogno di soddisfazione degli istinti, ma al contrario appare quasi routinario, come una cosa da farsi nella quale risulta scontata anche la fedeltà di entrambi. D’altra parte anche il grande amore tra Bianca lancia e Federico II rimane per così dire un po’ in ombra, annunciato, richiamato a tratti, affidato alle lunghissime attese di lei, agli incontri brevi ma non raccontato non dico nell’intimità totale ma almeno in qualche palpito. L’autore volutamente ne rimane fuori pur avendo tutto il diritto, trattandosi di romanzo, di raccontare a suo piacimento o almeno di accennare. E questo perché, mi sembra, egli voglia tenere a bada tutti i sentimenti anche in adesione a certi dettami del tempo. Per la stessa ragione, forse, anche il dramma della donna per la morte di Federico non viene raccontato nei particolari, non commpare il pianto inconsolabile mentre viene descritto tutto il travaglio che seguirà con tanto di fuga e di ricerca di nuova sistemazione. Al centro però è sempre il castello con le sue atnte attività, gli andirvieni, gli incontri, le esercitazioni diverse, la falconeria, i piccoli e grandi segreti, le atmosfere di magie, la sontuosità degli ambienti, il mescolamento continuo tra realtà e fantasia, la grande capacità di incutere soggezione. C’è poi tra la prima e la seconda parte del romanzo una sorta di divergenza
narrativa che si coglie tanto sul piano della forma quanto della struttura. Pare quasi che man mano che il racconto proceda, l’autore si vada liberando da preoccupazioni e lo scritto se ne avvale diventando certamente più arioso e più facilmente disambiguabile, mentre nella fase iniziale risulta presente una certa tendenza ad indulgere nella descrizione, anche dettagliata, di situazioni che talora frenano il senso e l’ansia di avventura, creano quasi una sorta di stacco pausativo. L’autore si lascia attrarre dalla tentazione del ricorso al saggio come testimonia l’incontro tra Domenico e l’arcivescovo metropolita di Acerenza nella cappella dove si può osservare il Cristo Pantocratore con il pollice, l’indice e l’anulare della mano destra piegati quasi a toccarsi. Lo stesso discorso vale quando si parla della poesia siciliana e della concezione dell’amore oppure, più efficacemente, nella descrizione del trasporto dei materiali. Scrive l’autore: “Erano le pietre che i lapidici avrebbero trasformato negli elementi costitutivi delle bellissime monofore e bifore studiate per rendere meno pesanti le masse architettoniche che vedono un nettissimo prevalere dei pieni sui vuoti. Con i suoi quattro muli, portava anche otto pietre ad ogni viaggio, due per ogni soma. Erano le pietre che sarebbero diventate conci per i piedritti e per le ogive delle finestre. I lastroni più grandi dai quali si sarebbero ricavate le belle forme della parte decorativa delle finestre le avrebbero trasportate i grandi carri tirati da due ‘paricchi’ di buoi aggiogati. I ‘paricchi’ erano le pariglie di bianchi buoi dal passo lento ma dalla forza sorprendente” Ovviamente tutto questo si spiega perché l’autore, che possiede la materia e che ha studiato gli elementi di sostanza, tiene a dare punti di riferimento, ancoraggi storici, dati di certezze, informazioni a volte efficaci e preziose nella indicazione di specificità. Egli fa di tutto perché non vi siano sbavature tra le situazioni, i personaggi e il dato storico, al punto che Domenico resta sempre figlio del suo tempo tanto che quando ha ottenuto l’assenso di Bianca Lancia e può amare Maria Maddalena, alla domanda di una delle ragazze sul loro futuro risponderà candidamente che non hanno fatto progetti e che non possono decidere come persone normali: “Io ho votato la mia vita all’Imperatore e Maria Maddalena alla Signora, perciò ogni decisione sul nostro futuro verrà da loro”. E si tratta di un’affermazione che vale più di mille precisazioni e chiarimenti. E vale anche quando la storia sposta la geografia dalla Lucania e più precisamente dal castello di Lagopesole al nord, tra Piemonte e Liguria. Nei nostri protagonisti la nuova ventura implica l’invenzione dei nuovi nomi: Agnese per Bianca, sulla linea di una continuità di candore, Maria Maddalena per Anna come il nome della madre che non rivedrà più, Domenico per Francesco, nell’evidente passaggio da una figura di religioso, Domenico di Guzman ad un’altra, Francesco d’Assisi. Intanto il paesaggio con le dolci colline delle Langhe richiama un po’ quello di certe zone nostre e poi a segnare la continuità sono proprio i tralci del vitigno dell’aglianico che Domenico aveva raccolto prima di partire e che aveva curato per tutto il viaggio tenendoli sempre umidi per conservarli in vita ed ora può piantarli nel nuovo terreno e proteggerli dalla neve e dal gelo con rami e frasche. Le nuove viti consentiranno l’aggancio ideale con la terra d’origine e con il castello che resta nell’animo dell’uomo il cuore pulsante insieme con la varietà delle sensazioni e dei sentimenti antichi e nuovi. Ciò vale per il freddo rancore di Manfredi per Bianca Lancia, il ritrovamento del cavaliere fantasma, il viaggio in fuga, il travestimento. Lo scrittore non indugia aulle situazioni, non ricerca monologhi interiori che affida al lettore e resta fedele ad un linguaggio generalmente piano e controllato, in un periodare ordinato e breve ma non ipotattico, nel racconto in terza persona ossia ricorrendo al narratore onnisciente e, per tutte queste cose che rendono il racconto avvincente e convincente, il libro può collocarsi tre le opere che si possono leggere e consigliare e resta tassello per la candidatura del castello a luogo identitario della regione.